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Firenze. La stazione, i ritardi. Quel cemento disarmato
Enrico Nistri
Corriere Fiorentino - 7/2/2021

Quando vide il progetto della futura stazione di Santa Maria Novella, Ardengo Soffici, passato dal giovanile avanguardismo al ritorno all’ordine del dopoguerra, lo paragonò a una spoglia cassa d’imballaggio. Per fortuna il suo giudizio sprezzante non ebbe la meglio e Firenze è ancora oggi orgogliosa di ospitare uno dei capolavori dell’architettura razionale. Anche le casse d’imballaggio, però, sono soggette al degrado. Senza un’adeguata manutenzione il cemento armato rischia di divenire disarmato. Sta succedendo allo stadio Franchi; succede anche alla stazione di Santa Maria Novella, opera quasi coeva. Non si tratta di cedimenti strutturali, ma di sinistri scricchiolii, che per fortuna finora non hanno provocato né morti né feriti gravi. Il guaio è che, se i segni del degrado si manifestano quando vogliono, gli interventi di restauro sono soggetti alle logiche e ai tempi della burocrazia. L’ultimo caso, il crollo del controsoffitto dell’ufficio della Polfer, si è verificato senza che ancora fosse stato posto rimedio alla caduta — il 26 luglio di due anni fa — di un pesante pezzo in cemento della tettoia esterna ai binari. A parziale discolpa, Grandi Stazioni, la società che gestisce Santa Maria Novella, può addurre il fatto che il progetto di restauro elaborato dai suoi tecnici non ha ottenuto il placet della soprintendenza. Ma resta il fatto che quasi due anni per non riparare una pensilina restano troppi, specie se si considera che negli anni ‘30 fra la definitiva approvazione del progetto da parte di Mussolini e l’inaugurazione della nuova stazione intercorse un tempo minore. Ci sarebbe poi da aggiungere qualcosa: non è vero che Santa Maria Novella non sia stata mai sottoposta a interventi. Il guaio è che si è trattato in prevalenza di interventi di indole commerciale, volti a sostituire spazi destinati a servizi gratuiti con altri dedicati a servizi a pagamento. Per ragioni filologiche, il restyling di Grandi Stazioni ha lasciato le insegne storiche, ma cambiato le funzioni. Sale d’attesa diventate calzolerie o alimentari, la banca delle Comunicazioni divenuta una merceria, la splendida sala della biglietteria divenuta, prima del Covid, una scomoda sala d’attesa, il grande affresco di Rosai semina scoto dalle mercanzie. Non c’è da stupirsene: il mercato ha le sue logiche. L’importante è non esagerare e non dimenticare il dovere della conservazione. Santa Maria Novella somiglierà anche a una cassa d’imballaggio, ma allora oltre a pensare a far cassa cerchiamo di salvare l’imballaggio.



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