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La Carta di Catania è un mostruoso ibrido normativo: bocciarla è un no costruttivo
di Silvia Mazza
15/02/2021


La Commissione Cultura dell'Assemblea Regionale Siciliana ha bocciato la Carta di Catania: un mostruoso ibrido normativo che rischia di far arretrare la tutela in Sicilia. La bocciatura è stata però un no costruttivo: ecco perché.
Riducendo a “logiche politiche di contrapposizione” la sonora bocciatura nella Commissione Cultura dell’Assemblea Regionale Siciliana della “Carta di Catania”, con cui il Governo Musumeci vuole concedere i beni culturali dei suoi depositi in uso a pagamento ai privati, per esporli anche in alberghi e ristoranti, l’Assessore dei beni culturali Alberto Samonà (Lega) sembra dimenticare che ad esprimere la propria contrarietà a questa nuova normativa, prima dei politici, sono stati proprio specialisti e operatori del settore. Su queste colonne in prima battuta, poi nelle tre audizioni parlamentari che hanno preceduto la risoluzione che chiede il ritiro dei due decreti collegati alla Carta.

Bocciata, dunque, prima di tutto da giganti del mondo della cultura come Salvatore Settis, Presidente del Consiglio Scientifico del Louvre, Accademico dei Lincei; illustri studiosi e professori universitari di fama anche internazionale come Clemente Marconi (New York University; Università degli Studi di Milano), che ben conosce la realtà dei depositi siciliani, così come la conoscono Aurelio Burgio, presidente del corso di laurea in Beni culturali dell’Università di Palermo, o Ignazio Buttitta, professore ordinario presso la stessa Università; giuristi come Sergio Foà, Ordinario di Diritto amministrativo all’Università degli Studi di Torino, ricercatori Cnr-Ispc (Istituto di Scienze del patrimonio Culturale) come Massimo Cultraro, intellettuali come Sergio Troisi; tutte le Associazioni in difesa del patrimonio culturale di rilievo nazionale, da Legambiente a Italia Nostra, dalla Cia, Confederazione italiana archeologi alla Ranuccio Bianchi Bandinelli, da Assotecnici a Icom, ai più giovani Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali.

Nessun nome di rilievo, invece, a difendere la Carta, se si eccettuano tutti e nove i soprintendenti siciliani. “Sorprende che individuino la soluzione con la cessione in uso all’esterno, piuttosto che pianificare quanto dovrebbe rappresentare un dovere”, osservano le Associazioni Italia Nostra, Memoria e Futuro e Bianchi Bandinelli nel dossier inviato all’Ars. Ma davvero qualcuno si sarebbe aspettato diversamente? Giuliano Volpe, quando era presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali, appena qualche anno fa, scriveva del “fallimento del modello Sicilia”; della “prossimità delle soprintendenze a un potere politico invadente, che ha condizionato l’autonomia delle strutture tecnico-scientifiche”; di “degenerazione” di quel modello; di “una gestione fortemente clientelare, con centinaia di dirigenti reclutati o promossi non sulla base di competenze tecnico-scientifiche”.

E anche il favorevole Antonio Tarasco, dirigente del Ministero della Cultura (già MiBACT), intervenuto però in audizione nella qualità di presidente della Sic, Società per l’ingegneria culturale, finisce per assegnare punti al fronte contrario. Se auspica, infatti, che “il programma possa essere attuato con successo in Sicilia” “possa fungere da apripista per un nuovo paradigma della gestione dei beni culturali pubblici, a beneficio dell’intero Sistema Italia” e si è soffermato su aspetti strettamente economici, come la determinazione del canone di concessione sul piano della conveniente redditività del patrimonio culturale, ha avuto anche un indubbio merito: quello di aver chiarito definitivamente l’antieconomicità, dal punto di vista del privato, degli impegni che gli vengono richiesti a fronte del prestito. E soprattutto che “non occorre scrivere altre norme. Basta solo applicare quelle, abbondanti, che ci sono”. A che servono, allora, questi decreti siciliani?

Al di là delle sfumature e dei singoli accenti posti sulle diverse criticità, sono, dunque, tutte d’accordo le associazioni di categoria impegnate nella tutela di storici dell’arte, archeologi, conservatori, catalogatori e di tutte le professionalità degli operatori del settore, siano essi inquadrati negli Enti pubblici che liberi professionisti: questi decreti sono una devoluzione nel sistema di gestione pubblica dei beni culturali e un inno all’impiego del lavoro altamente qualificato a costo zero.

Non si capisce, quindi, a chi si riferisca Samonà quando, in un’intervista a La Sicilia (12 febbraio 2021) sostiene che “le principali associazioni archeologiche (come se i beni nei depositi fossero solo quelli archeologici, peraltro, ndc.) hanno manifestato sostegno al contenuto dei decreti” e che “in generale l’apprezzamento è stato sostanziale”.

Che stesse pensando ad Ana, Associazione nazionale archeologi? Passata dalla dichiarazione che ci aveva rilasciato il presidente Alessandro Garrisi, in cui ci diceva “il peggioramento da un decreto all’altro è evidente, come evidente il conflitto tra i due dispositivi”, a quanto poi dichiarato a seguito dell’audizione in Commissione: “nei mesi scorsi l’Ana ha presentato una serie di costruttive critiche e riflessioni sulla Carta di Catania, molte delle quali sono state correttamente recepite nelle linee guida” (il secondo dei due decreti, ndc.). A quali faccia riferimento non siamo riusciti a saperlo: di certo di questo “recepimento” non ci aveva parlato in quelle dichiarazioni che riguardavano anche le “linee guida”. Garrisi tiene, comunque, a ribadire la posizione di Ana, quella di un dialogo che possa limitare i “danni”: “il coinvolgimento dei volontari nel progetto non ci piace” e “il prosieguo della discussione pubblica mi sembra abbia dato sostanza a quell’allarme”. E ancora, “i nodi che abbiamo evidenziato (potenziale abuso del volontariato, ruolo dei professionisti) ci portano a ritenere che al momento la sostenibilità del progetto sia da verificare”. Passa, quindi all’esempio concreto previsto dalla Carta: “la catalogazione la deve fare una persona che ha i requisiti previsti dalla legge. Se poi ‘in ausilio’ al lavoratore c’è qualcun altro che lo assiste, ma non fa il suo lavoro, allora il volontariato viene ricondotto sia ad una posizione di sostenibilità (non toglie lavoro a nessuno) che ad un ruolo utile alla società”.

Deposito del Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa
Deposito del Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi di Siracusa
Catalogare non è una “attività innocente”
Ma è qui che veniamo al nocciolo della questione e non riguarda solo i volontari: con una pianta notoriamente in sott’organico i funzionari delle soprintendenze dovrebbero non solo attendere al proprio di lavoro, ma “assistere” anche ai tirocinanti. È ciò che già avviene nell’ambito dell’esperienza formativa universitaria, dove chi compie tirocinio nei depositi è “assistito” dall’occhio esperto del proprio docente, oltre che del funzionario pubblico. Diverso è il caso, invece, dell’azione sistematica e su larga scala prevista dalla Carta (che non è stata di certo scritta per formare gli studenti, meglio ricordarlo), per cui le scarse risorse umane in capo alle soprintendenze non potrebbero affatto garantire quella sorveglianza. Senza dire, osserva Burgio, che “il sistema universitario prevede un numero limitato di ore di tirocinio, sicché è verosimile che sarà davvero necessario ricorrere ad altri attori, che devono avere requisiti scientifici validi e certificati”. Per i quali non è realistico pensare nemmeno, come fa la Carta, ai catalogatori della società in house Sas, Servizi Ausiliari Sicilia, in numero decisamente insufficiente e tra i quali “pochissimi sono oggi gli archeologi e gli storici dell’arte” (Cia). Oltretutto, “ne andrebbe verificata la competenza”, osserva ancora Burgio. In queste condizioni, all’opposto di Ana, Cia è convinta che alla fine “il lavoro di inventariazione sarebbe affidato esclusivamente a studenti universitari in regime di tirocinio formativo”.

Taglia corto Andrea Camilli, presidente Assotecnici, che riunisce tutte le categorie e non solo quella degli archeologi: “i tirocinanti non hanno la titolarità per effettuare queste attività in prima persona” e, contro simili scorciatoie, “grande assente è la professionalità del catalogatore”. Catalogare non è un’attività “innocente”, per citare Marconi: “richiedendo sovente uno sforzo interpretativo cospicuo, che esige una coordinazione scientifica ai massimi livelli, dal lato dei musei come dell’università”. Anche per Camilli “valutare attentamente lo stato di conservazione di un bene serve a imporre al privato una serie di misure adeguate”. Insomma, “un provvedimento inutile, un duplicato di leggi dello Stato, ma che priva il bene delle garanzie assicurate dalla normativa statale”, chiude. E acutamente osserva anche la poca consapevolezza di chi ha partorito questo “progetto”: “cosa c’entra l’esempio degli alberghi di Taormina che espongono materiali provenienti da scavi effettuati in situ? Si tratta, appunto, di beni non decontestualizzati! Quindi non sono oggetto di questa normativa”. Ricordiamo, infatti, che oggetto di concessione sono solo i beni di “una lista di serie ‘B’ per la quale si può procedere con maggiore ‘libertà’” (la critica è di Rita Paris, presidente Associazione Bianchi Bandinelli): quelli acquisiti per confisca; donati o consegnati spontaneamente; di più vecchia acquisizione di cui sia stata smarrita la documentazione e quelli, appunto, deprivati di ogni riferimento al loro contesto di appartenenza.

L'Antiquarium di Himera. Ph. Credit Davide Mauro
L’Antiquarium di Himera. Ph. Credit Davide Mauro
Una “rivoluzione gentile” imposta in modo autoritario: le contraddizioni dei decreti Samonà
Tra le dichiarazioni che abbiamo già raccolto negli articoli precedenti e i nuovi interventi, l’elenco delle contraddizioni e carenze si fa davvero impressionante. Ma basta a spiegare perché la risoluzione approvata in Commissione, targata M5S, Pd e Cento Passi, impegni l’assessore a ritirare del tutto i decreti, piuttosto che cimentarsi, come da lui pure proposto, in un rappezzamento di un vestito uscito già lacerato dalla sartoria. È proprio la concezione dei depositi che li presiede, e più in generale del patrimonio, e delle sue finalità che richiede un ripensamento radicale rispetto a quello deteriore consegnato a questa nuova normativa. Così come c’è poco da aggiustare il tiro se è la struttura portante che non regge: la forma di gestione del servizio pubblico della valorizzazione, che va rivista.

Eppure è questo che Samonà intende fare, non arretrando di un passo rispetto alla bocciatura subita. Passando dritto sul pronunciamento di una commissione parlamentare, ovvero un collegio di parlamentari che svolge un ruolo di monitoraggio dell’attività del governo, esaminando una determinata materia attribuita alla sua competenza con l’ausilio di specialisti convocati. E lo fa l’Assessore cercando di imbellettare un mostruoso ibrido normativo contrario allo spirito del Codice dei beni culturali, ovvero una concessione in uso che trasferisce altrove i beni nei depositi dei musei e degli altri luoghi della cultura, riassorbendo l’istituto del prestito per mostre al solo scopo di estendere anche a questo il carattere oneroso della concessione.

Contrario non solo al Codice, ma anche alla stessa normativa regionale che individua l’“uso sociale dei beni culturali ed ambientali nel territorio della Regione Siciliana” (L.R. 80/1977) tra le sue finalità, insieme alla tutela e alla valorizzazione, con ciò rimarcando che il valore sociale è sovraordinato a qualsiasi altro valore, compreso quello economico.

Altro che “rivoluzione gentile”: all’approvazione della risoluzione si è arrivati dopo un braccio di ferro di oltre due ore e ben tre audizioni “intensamente” (e non solo dal punto di vista numerico) partecipate, che in qualche misura hanno colmato l’assenza a monte di confronti di alto valore tra specialisti. Se a questi strumenti si è inteso dare pomposamente il nome di “Carta”, è superfluo ricordare, infatti, che le storiche “carte del restauro”, che incorporano principi e prescrizioni atti a guidare gli interventi, sono frutto di complesse e graduali elaborazioni maturate a seguito di confronti del mondo scientifico internazionale.

Una distorta tassonomia. In Commissione ha giganteggiato Salvatore Settis, che, in aggiunta a quanto ci aveva già detto, oltre ad entrare nel merito dei singoli articoli dei decreti, ha reso chiaro che è anche solo nella terminologia impiegata che questo “indirizzo operativo è diametralmente opposto alle buone pratiche in atto nella più avanzata pratica museale in tutto il mondo e in Italia”. Con l’espressione, poi, “beni deprivati di ogni riferimento al loro contesto di provenienza” si imprime a tali beni uno stigma classificatorio che va a gravare come “una pietra tombale su ogni presente e futura possibilità di individuare i contesti di provenienza mediante più accurate ricerche documentarie o d’archivio”. Anche Clemente Marconi ci aveva detto che, oltre “alla pericolosità di declassare beni sottratti al commercio clandestino”, “dovrebbero essere soprattutto quei beni di cui si è apparentemente perso il contesto di appartenenza, e il cui effettivo potenziale per la ricerca e valore non è chiaro, a dover essere custoditi gelosamente nei depositi” per consentirne “l’identificazione delle provenienze tramite ricerche di archivio e il contributo di specialisti”. “Inaccettabile”, per Cultraro, “questa segmentazione per gradi del patrimonio culturale in differenti categorie a cui viene assegnata una presunta scala di valori e di stima economica in base all’assenza e/o presenza del contesto di rinvenimento”. E ancora sul piano lessicale, definisce “infelice” l’espressione di 0’“vecchie acquisizioni’, che contrasta fortemente con il lungo e stratificato processo di formazione dei principali musei regionali siciliani, ad esempio il Museo Archeologico Salinas di Palermo e il Paolo Orsi di Siracusa”. Oltre al caso dei frammenti di metope selinuntine rinvenute da Marconi, Cultraro ricorda la propria di esperienza: l’identificazione, presso il Museo di Siracusa, di “una raccolta inedita di ceramiche egeo-micenee, ad oggi la seconda più grande collezione nazionale dopo quella di Firenze, che mi fu presentata priva di indicazioni sui tempi e i luoghi di acquisizione”. Cosa sarebbe, invece, accaduto oggi, in base ai decreti Samonà? Che “questa straordinaria raccolta, composta da oltre 300 manufatti, sarebbe finita mestamente tra i corpora di oggetti cedibili a soggetti privati”.

L’attività di studio e quindi di promozione della conoscenza, finalità dell’art. 6 del Codice, è la grande assente della Carta, come sottolineato in particolare anche da Buttitta, e Cultraro e Rita Paris, presidente Associazione Bianchi Bandinelli, per la quale il termine “in giacenza” “rimanda a un patrimonio dimenticato, obsoleto”.

Catalogazione fuori dal perimetro definito dall’art. 9-bis del Codice. In aggiunta a quanto già detto sopra, benché la “valorizzazione” in questa accezione “deviata” e che evoca un’idea superata, statica (“beni in giacenza”) del musei e dei suoi depositi, sia la finalità dichiarata dei due decreti assessorili, in realtà questi vanno ad incidere in un’attività che rientra nella tutela, quella della catalogazione dei beni. E si prevede che a questa attività (ma anche alla formazione di “elenchi” di beni e di “lotti omogenei”) siano in grado di provvedere istituti con un organico colpito da una grave emorragia di personale tecnico-scientifico. Ma è credibile che chi ha scritto questi decreti ignori il “progressivo e incessante decremento nel numero dei Dirigenti e Funzionari competenti, per sopravvenuti limiti di età; a fronte di un blocco delle assunzioni che perdura da circa 20 anni”, come denunciato da Burgio e da tante altre voci critiche in audizione?

Risorse umane, numericamente inadeguate, sovraccaricate dalle incombenze previste dai decreti. Una situazione che alimenta il dubbio sulla capacità di effettuare le attività di sorveglianza previste dai decreti. Per esempio, la verifica della condizioni microclimatiche dei luoghi dove le opere date in concessione saranno esposte. A tal proposito in audizione Settis si è chiesto se “non sarebbe sotto ogni profilo più funzionale che il personale scientifico delle Soprintendenze, anziché muoversi da un concessionario all’altro, potesse dedicare il proprio tempo e le proprie energie intellettuali e fisiche a riordinare i depositi e a studiare in situ (nei musei stessi) le opere che vi sono conservate”. Per Cia la “Carta di Catania aggrava la drammatica crisi in cui versa oggi il sistema regionale di tutela dei beni culturali”. Il riferimento è al ruolo tecnico, che di fatto non esiste più.

Operazione a costo zero. Non è stata prevista alcuna copertura finanziaria a questi decreti. Cia sottolinea come “negli ultimi decenni si è assistito a una costante diminuzione delle risorse stanziate dalla Regione per i beni culturali: passate dai 500 milione nel 2009 ai soli 10 degli ultimi anni”. Nel caso della Carta la Regione risolve la carenza di fondi trasferendo tutti gli oneri a carico del privato concessionario. Una cosa è chiara, tra tirocinanti e volontari non retribuiti, non si crea affatto occupazione contrariamente a quanto sbandierato: “questa operazione non andrà a creare lavoro di qualità”, osserva Leonardo Bison, di Mi Riconosci, né è la risposta a cui invita Burgio per “dare un futuro ai tanti giovani costretti alla ‘fuga’, o a indirizzarsi verso altre attività lavorative dopo aver speso anni di studio nell’ambito dei Beni Culturali”. L’obbligo in capo al privato di dotarsi un conservatore è avvolto in una indeterminatezza che nulla dice sulle procedure di assunzione o sulla durata dell’incarico.

Stima dei beni e pericolo di corruzione. Benché nei due decreti non se ne trovi menzione, l’art. 108 del Codice stabilisce come determinare i canoni di concessione, effettuare i corrispettivi, e per fissare gli importi minimi rinvia a “un provvedimento dell’Amministrazione concedente” (comma 6). Nel nostro caso la Regione Siciliana, anche se Samonà su “la Sicilia” sostiene che sarebbe “il ministero a determinare il canone dovuto” (ignorando, forse, che alcuni parchi archeologici siciliani autonomi si sono fatti il proprio tariffario). È lo stesso Tarasco, in passato, ha sottolineato come la determinazione dei canoni sia importante anche sul piano della prevenzione della corruzione: “canoni bassi o pari a zero potrebbero nascondere accordi illeciti tra Amministrazione concedente e terzi concessionari”.

Analisi archeometriche ai privati. La Carta vorrebbe affidarle ai privati, invece che a centri di ricerca specializzati. Cultraro ha ricordato che “la Regione Sicilia ha stipulato un Accordo Quadro con il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Legge Regionale n.1 del 17 febbraio 1987 e successiva Delibera CNR n. 25/11 del 9 febbraio 2011), finalizzato all’attuazione di programmi di educazione, ricerca e trasferimento tecnologico a vantaggio dei bisogni sociali ed economici della Regione. Essendo presente nel territorio siciliano l’Istituto delle Scienze del Patrimonio Culturale (ISPC) di cui faccio parte, ed essendo un’unità di ricerca che da anni mette in campo progetti finalizzati alla valorizzazione del patrimonio siciliano attraverso le più avanzate tecnologie multimediali (si vedano le ricostruzioni dell’Anfiteatro romano di Catania o il Teatro di Taormina), indagini sulla composizione materica e diagnostica di manufatti andrebbero affidate a centri di ricerca specializzati”.

Centralizzazione delle procedure in capo a un Rup. I decreti prevedono di rimettere in capo a un Responsabile unico del procedimento tutte le procedure con cui la Regione intende concedere in uso ai privati alcuni beni nei propri depositi. Una centralizzazione che taglia fuori ciò che resta dei tecnici interni a musei e soprintendenze, come osservato da Paris. Lo smantellamento definitivo del “ruolo tecnico dei beni culturali”, per Cia.

Carenze e contraddizioni giuridiche. Imprecisioni, richiami normativi interni ai decreti che non corrispondono possono aprire a “derive dal Codice, indotte da una impropria applicazione degli istituti giuridici di riferimento”, come spiegato da Foà. Principale contraddizione, la forma di gestione della valorizzazione che si è scelta è la concessione in uso (art. 106), ma, ha osservato il giurista, “la disciplina dedicata alla concessione è invece quella del servizio di valorizzazione (sono richiamati gli artt. 112 e 115 del Codice: art. 5 del decreto n. 74 e art. 2 del decreto n. 78)”. Foà ha anche precisato in audizione quanto già ci aveva detto: “il prestito è istituto diverso dalla concessione in uso”, “prestito e concessione differiscono normativamente e ontologicamente”. Per la precisione, “il decreto assessorile ‘Carta di Catania’ è poco lineare nella formulazione giuridica, perché richiama una precedente disciplina regionale sui prestiti (uscita dal territorio regionale e prestiti temporanei), oltre alla disciplina sul servizio pubblico di valorizzazione, mentre il suo oggetto è la concessione in uso dei beni culturali. L’impianto normativo introdotto non pare fornire un insieme di strumenti giuridici omogenei rispetto alla finalità propugnata e all’effettività della piena valorizzazione dei beni culturali assoggettati a tale disciplina”. Avevamo, infatti, da subito notato il tentativo di ibridazione dei due istituti, che secondo Tarasco sarebbe legittimato da una presunta minore esaustività della disciplina in capo all’art. 48 (prestiti) rispetto al 106. Quando, invece, spiega Foà “la disciplina codicistica sul prestito è completa e puntualmente precisata da decreti e circolari ministeriali. La concessione, invece, riferita anche a beni immobili, impone la destinazione “culturale” del bene (art. 106, c. 1) e la sua compatibilità con “il carattere storico-artistico del bene” (art. 106, 2-bis): le precisazioni codicistiche non sono casuali, se si pensa ai casi aspramente contestati di concessioni per usi incompatibili con il carattere culturale del bene (parchi archeologici trasformati in giganteschi dj set o sale museali aperte a banchetti nuziali, di cui abbiamo scritto frequentemente).

Un tentativo, questo, che costituisce la carica pericolosamente innovativa di questa normativa che, frutto di una interpretazione della valorizzazione in termini prettamente economici, non a caso aspira a fare da apripista nel resto del Paese. Con cautela, dunque, va liquidata come “un duplicato di leggi dello Stato”.

E prima ancora di essere attuata un danno lo ha già prodotto questa “rivoluzione” in salsa autonomista. Di immagine. Quella di una Sicilia che arretra rispetto al resto del Paese, schiacciata dall’ammissione di sconfitta per l’incapacità della Regione con competenza esclusiva in materia di assolvere al compito istituzionale di tutela e valorizzazione nei luoghi pubblici dei propri beni culturali.

Nel resto d’Italia si fa diversamente
Impietoso il confronto con “politiche” di valorizzazione dei depositi come quelle quella degli “Uffizi diffusi”, che mira a delocalizzare in tutto il territorio della Toscana le opere dai depositi in spazi museali pubblici. Non in alberghi o centri commerciali.

Mentre in Sicilia con la Carta si vorrebbe affidare a studenti universitari tirocinanti un’attività come la catalogazione, al Parco archeologico di Paestum a professionisti si deve il nuovo catalogo digitale online, dove è possibile consultare le informazioni di catalogo, i documenti di archivio o il patrimonio monumentale. Ai Musei Civici di Verona il lockdown è stato, invece, la molla per dare vita a un progetto che ha coinvolto l’Università di Verona e l’Accademia di Belle arti cittadina che ha portato alla catalogazione delle opere nella piattaforma ministeriale SIGECweb. “Lavoreremo molto sui depositi”, “è un aspetto poco noto al pubblico ma che merita d’essere approfondito”: è la scommessa della nuova direttrice della Galleria Borghese Francesca Cappelletti. E ancora a Mantova per Stefano L’Occaso “possiamo comunque creare la suggestione di quello che poteva essere Palazzo Ducale grazie ai reperti che abbiamo in deposito”. Mentre James Bradburn ha messo in atto la missione democratica di “riportare Brera nel cuore della sua città e il visitatore al centro del museo” anche con soluzioni come quella del “museo visibile” che inframmezza, senza interromperlo, il percorso di visita con i depositi delle opere: come se a teatro lo spettatore potesse spiare dietro le quinte e ciò che avviene nel backstage potesse irrompere in scena. Ma senza andare troppo lontano, abbiamo già visto, che nella stessa città della Carta, a Catania, la chiusura forzata dei musei è stata l’occasione per una riorganizzazione senza precedenti dei depositi del museo civico del Castello Ursino.

In cosa impegna il governo regionale la risoluzione dell’opposizione? Un no costruttivo

La risoluzione rappresenta un no costruttivo, la prova che quando vuole la politica sa ascoltare la voce dei tecnici. Chiedendo al Governo regionale di “ritirare in autotutela il D.A. 74/Gab del 30 Novembre 2020 e il D.A. 78/Gab. del 10 Dicembre 2020 dell’Assessore Regionale dei beni Culturali e dell’Identità Siciliana”, il documento traccia due azioni. La prima sul lungo periodo, che impegna il Governo a mettere in atto quanto di sua competenza per la catalogazione e valorizzazione dei beni nelle “riserve” di musei e soprintendenze “al fine di aumentare il numero delle opere fruibili dal pubblico negli spazi espositivi attualmente esistenti e a creare nuovi spazi espositivi”. L’altra nel breve periodo e in spirito propositivo, sostituendo, alla forma di gestione “esterna” della valorizzazione prevista dalla Carta, la concessione al privato del servizio di valorizzazione all’interno degli stessi istituti culturali, dove solo può essere garantita quell’osmosi tra collezione permanente e riserve. In particolare, si suggerisce di adottare “procedure ad evidenza pubblica” che guardino “anche a imprese ‘start-up’ come definite dal decreto legge 12 ottobre 2012, n. 179 e/o ‘imprese giovanili’ come disciplinate della Legge 44/86 che abbiano personale in possesso dei requisiti di cui all’art.9 bis del Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 e che perseguano l’obiettivo della valorizzazione in spazi espositivi di proprietà della Regione Siciliana e/o in gestione esclusiva della stessa”. Ecco che si inizia a parlare seriamente di lavoro retribuito.

Sì, quindi, a un privato che resta alleato di un’amministrazione pubblica sofferente. No, invece, a sbrigative abdicazioni al privato di compiti istituzionali.

Per Valentina Zafarana, prima firmataria della risoluzione, e gli altri deputati Cinquestelle, Giovanni Di Caro, Stefania Campo, Ketty Damante e Roberta Schillaci, “questo strumento potrebbe creare danni irreversibili al nostro patrimonio culturale e pertanto va fermato”. "Questi decreti, afferma invece Claudio Fava, dei Centopassi, sono frutto di un equivoco irricevibile e cioè l’idea che i depositi museali della Regione siano solo polverosi magazzini”. Per il deputato del Pd, Nello Dipasquale “l’assessore Samonà ha perso l’occasione di avviare un confronto serio e costruttivo all’interno della commissione cultura del Parlamento. Ha preferito imporre un percorso che aveva già avviato in piena solitudine, anziché, con umiltà e responsabilità, sospendere o ritirare un atto che aveva partorito con il contributo di pochi amici". Artefici della Carta, ricordiamolo, sono l’ex soprintendente ai beni culturali di Catania, Rosalba Panvini, e l’associazione SiciliAntica.

E se Samonà parla già del “bando che sarà successivamente pubblicato ad opera del dirigente generale dei Beni Culturali”, il centro-sinistra annuncia invece “una mozione da portare in Aula affinché il Parlamento intero possa esprimersi sul tema ed impegnare direttamente il Governo in quella sede affinché si blocchi questo scempio”.

https://www.finestresullarte.info/opinioni/bocciatura-carta-di-catania-mostruoso-ibrido-normativo


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