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Napoli. Torna la pioggia a Palazzo. Soffitti e stucchi a pezzi nel piano abitato dai principi
Natascia Festa
Corriere del Mezzogiorno - Campania 11/2/2021

A Palazzo d’Avalos non è tutto restauro quel che luccica. Neanche il tempo di raccontare la rinascita di una parte del piano nobile, il secondo, quello con il salone delle feste per intenderci, che piovono brutte notizie.

Piovono alla lettera perché il primo piano, quello abitato fino all’ultimo dal principe Andrea con la sua anziana madre, è in condizioni peggiori di prima. Lo raccontano le immagini che pubblichiamo qui, fresche dell’ultimo maltempo: soffitti sfondati dalle infiltrazioni, stucchi crollati, pavimenti puntellati di pozzanghere. Su questo piano, con decorazioni originali mentre quelle del salone erano state rifatte negli anni Settanta, si trova il salottino pompeiano e una fila di saloni uno dentro l’altro tutti affrescati, luoghi abitati da sempre dai principi d’Avalos, Fernando e dalla principessa Ida Ruffo, poi Carlo e di seguito Francesco e Andrea.

Questo abbandono è il B side dell’appena accennato rinascimento del Palazzo che già domenica scorsa, da queste pagine, Vincenzo Esposito raccontava come manchevole e parziale.

La lacuna degli interventi è clamorosa e, si perdoni il gioco di parole, trasforma in laguna ambienti che hanno resistito a guerre, bombardamenti e terremoti. Più di un anno fa la prima denuncia del Corriere del Mezzogiorno . Da lì una lunga e proficua campagna di stampa che ha ottenuto la fattiva attenzione del ministro Dario Franceschini. Un summit a Napoli del segretario generale del Mibact Salvatore Nastasi ha avuto come esito l’imposizione del restauro conservativo a spese degli attuali proprietari del Palazzo, la Vasto srl della famiglia Ferlaino, sotto il controllo della Soprintendenza archeologica, Belle arti e Paesaggio, guidata dal Luigi La Rocca. La pandemia non ha aiutato, certo. I lavori hanno subito dei rallentamenti, poi è tornato l’inverno con i suoi rigori ma questi lavori, a memoria del principe Andrea, erano dovuti dalla Vasto da molto tempo.

Non se la passa meglio il Boschetto delle camelie, come abbiamo già raccontato, unico esempio di giardino nobiliare di questo tipo in città: ha la stessa forma a croce che ritroviamo nell’area verde della Chiesa di Santa Chiara e viene così ricordato da Patrizia Spinelli Napoletano nel suo I giardini di Napoli (Liguori): «È giunto intatto (un tempo ndr) un incantevole bosco. Di pianta quadra, colonne giallo pallido ornate di piperno, scandiscono l’andamento delle mura perimetrali, la cui spaziatura è ornata da vasche di marmo in cui fioriscono differenti specie». Anche nel giardino palmizi crollati e ancora una volta oblio.

In apprensione le associazioni che denunciano con puntualità le troppe criticità dei beni culturali di Napoli, ovvero il Comitato di Portosalvo, guidato da Antonio Pariante e Gazabo Verde, presieduta da Maria Teresa Ercolanese.

In stallo anche la situazione delle carte d’Avalos: oltre un centinaio di scatoloni e casse consegnate in due epocali traslochi all’Archivio di Stato, scortati dal soprintendente archivistico Gabriele Capone e dai carabinieri del nucleo di tutela beni culturali. Ad accoglierli la direttrice Candida Carrino che in una intervista a questo giornale aveva offerto «casa» a un patrimonio di grande prestigio europeo con bolle papali ed imperiali, pergamene e lettere di incommensurabile valore come quelle di Vittoria Colonna.

In questo sterminato scrigno della memoria ci sono anche le antiche piante di Palazzo d’Avalos che originariamente si stendeva fino al mare, documenti che oggi sarebbero utilissimi. È auspicabile che l’archivio sia reso consultabile al più presto, nell’interesse non solo degli studiosi ma di quanti hanno a cuore la storia del Mezzogiorno che, per casate come i d’Avalos, è storia europea.



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