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I primi passi della Fondazione Alinari. Mostra, restauri e anche il museo
Chiara Dino
Corriere Fiorentino - 17/2/2021

Quella strepitosa immagine di Wanda Wulz col suo gatto — figlia d’arte di una famiglia triestina che ha fatto grande la storia della fotografia in Italia — arriverà nel 2022 a Villa Fabbricotti. E con essa la gran mole di dagherrotipi, negativi, stampe con Album di Gran Tour (sezione fondamentale della collezione) che fanno parte dell’immenso Archivio Alinari. Oggi sono racchiusi in un caveau-bunker a Calenzano scelto come deposito dalla neonata Fondazione chiamata a gestire la memoria d’Italia (e non solo) che dal 1852 ai giorni nostri è stata fissata in immagini.

Quando la villa nelle colline a nord di Firenze sarà adeguata e ristrutturata, si trasferiranno qui, mentre «il museo della fotografia di Firenze dell’Alinari sorgerà nel complesso di Santa Maria Novella accanto a quello della Lingua italiana» come ha anticipato il presidente della Regione Eugenio Giani. Da ieri la nuova realtà voluta dalla Regione Toscana — ha già investito per la sua acquisizione 12 milioni di euro lo scorso anno e ne investirà 600 mila all’anno per la sua gestione sostenuta anche dalla Fondazione Cr Firenze — ha una direttrice, Claudia Baroncini, e un piano di lavoro che è ovviamente un work in progress. Per capirci: su 5 milioni di immagini ne sono state digitalizzate e dunque rese disponibili al pubblico, via sito, «solo» 250 mila e, se non bastasse, questo database della storia dovrà diventare un luogo di studio e di narrazione potenzialmente infinito. Nell’intento del presidente Giorgio van Straten e della direttrice Baroncini dovrà dialogare con tutte le istituzioni culturali italiane e straniere a partire dagli Istituti universitari, scuole e musei. Il lavoro da fare sarà immenso perché si possa dire, tra qualche anno, che è stato raggiunto lo scopo: perché tutto quanto è custodito oggi a Calenzano, domani a Villa Fabbricotti, è come una porta che si apre su centinaia di migliaia di storie. Citiamone alcune con l’aiuto di Paola de Poli, ultima proprietaria privata dell’archivio nato nel 1852 a Firenze in via Nazionale su input di Leopoldo Alinari: dell’archivio Wulz si è accennato sopra, «ma penso anche a quello della famiglia Quilici, o a quell’altro dei Villani — detentori della più grande collezione di immagini di archeologia industriale del ‘900. E ancora come dimenticare gli album di Gran Tour che forse sono vera spina dorsale di tutta la raccolta? Le do solo due numeri: da quando mio padre (Claudio ndr .) ne era diventato presidente la collezione si era ingrandita immensamente passando dai 200 mila ai 5 milioni di pezzi». Su ciascuno o meglio su ciascuna categoria di sotto-archivi in teoria potrebbe imbastirsi una storia che potrà passare dalla collaborazione con scrittori, registi, altri fotografi, storici e storici della fotografia, curatori di mostre, comunicatori, instagrammer.

Un lavoro da far accapponare la pelle o se si vuol vedere l’altro lato della medaglia da generare un grande entusiasmo. Oggi i primi due passi verso il futuro riguardano due progetti già in essere: il primo è la mostra ItaliAE. Dagli Alinari ai maestri della fotografia contemporanea , che da quest’estate inizierà il suo giro negli Istituti di Cultura Italiana nel mondo, raccontando il nostro Paese al plurale, attraverso paesaggi, volti, fatti della storia per un arco di tempo lungo 160 anni. La mostra in cui verranno esposte foto di maestri come Aurelio Amendola, Ferdinando Scianna, Gianni Berengo Gardin, Massimo Listri Fulvio Roiter, Italo Zannier, Wanda Wulz oltre che degli Stabilimenti Alinari e altri autori, è curata da Rita Scartoni e Luca Criscenti e nasce da un lavoro congiunto che mette insieme la neonata Fondazione Alinari, la vecchia proprietà che fa capo ai de Polo ed è sostenuta dal Ministero degli Esteri. Il secondo progetto è rivolto al materiale d’archivio: grazie a un bando del Mibact dell’importo di circa 40 mila euro sarà restaurato — con l’intervento dell’Opificio delle Pietra Dure — pulito e digitalizzato il fondo oggetti unici. Si tratta di quella raccolta di duemila opere «che — ha spiegato Van Straten — come il dagherrotipo (immagini su lastre d’argento ndr ), o l’ambrotipo (su lastre di vetro ndr.) non sono riproducibili e rappresentano gli albori della fotografia».



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