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Capodimonte, ecco perché quel video non ci è piaciuto
Lorella Starita, Francesca Amirante, Maia Confalone, Roberta Catello
Corriere del Mezzogiorno - Campania 9/3/2021

La polemica su quanto accaduto recentemente a Capodimonte non può non stimolare una più ampia riflessione in chi ha fatto della comunicazione sui fatti dell’arte, e dei musei nello specifico, un suo lavoro di passione e impegno. Nella spaccatura tra i sostenitori della legittimazione del video del giovane cantante napoletano e coloro che hanno gridato allo scandalo, si è fatto largo un ampio dibattito.

Che «invoca» una sacrosanta apertura degli spazi museali a tutti e punta il dito sulle distanze che, fino a qualche anno fa, avrebbero avuto i musei con i loro vari pubblici. Come spesso è accaduto nella storia, i napoletani (e non solo) mostrano la loro memoria corta. In questa città si conducono, da anni, molte azioni finalizzate proprio ad «aprire» i musei a tutti, volte quasi a «trascinare» il pubblico in quelle sale la cui autorevole magnificenza potrebbe indurre in alcuni un senso di sgomento e di estraneità. Potremmo partire citando le pioneristiche attività che, fin dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, la neonata sezione didattica del Museo Archeologico di Napoli realizzò, ma preferiamo ricordare proposte, azioni e interventi a noi più vicini nel tempo e realizzati dalla nostra associazione fin dalla sua fondazione, nell’ormai lontano 1998, quando, convogliando esperienze pregresse dei suoi soci fondatori, abbiamo dato vita ad una miriade di attività nei musei napoletani, primo fra tutti Capodimonte.

La nostra scommessa (vinta) è stata quella di portare nel museo proprio quei «pubblici diversi» di cui oggi tanto giustamente si parla: dunque non solo i cosiddetti amatori o una colta «élite» ma le famiglie, le scuole di ogni ordine e grado (soprattutto quelle di periferia e di contesti più difficili) o, semplicemente, un pubblico non avvezzo alla frequentazione di mostre e siti d’arte.

Per fare questo abbiamo sempre creduto fermamente in un binomio inscindibile: scientificità e divulgazione. Due parole che in questi ultimi giorni sono apparse addirittura in contraddizione ponendo da una parte «gli addetti ai lavori» – visti come i detentori di una sapienza un po’ spocchiosa che quei musei vogliono, magari, goderseli da soli o al massimo con la loro limitata crocchia di amici e pari – e il «popolo» inconsapevole e distante, ignaro di quel grande patrimonio artistico pubblico che i musei conservano.

Scientificità e divulgazione devono andare a braccetto e ben bilanciarsi quando si vuole comunicare efficacemente. In questi lunghi anni, a Capodimonte, come in altri musei cittadini, proprio mantenendo costante il dialogo fra rigore scientifico ed esigenze di divulgazione, abbiamo tenuto visite guidate modulate su esigenze diverse; si sono realizzati progetti che hanno portato al museo numeri importanti di visitatori e si sono svolte piccole e grandi manifestazioni che hanno coinvolto attori e musicisti.

Qualcuno, in questi giorni, ha ricordato, ancora, di aver visto «nei musei internazionali ragazzi seduti per terra, senza fretta e senza “fila per due” concentrati a ri-disegnare le opere degli artisti»: ebbene vogliamo rassicurare tutti ricordando che a Capodimonte (e in altri musei napoletani) i ragazzi che guidiamo si siedono a terra da almeno trent’anni per osservare con calma e discutere e, spesso, per disegnare.

Per venire al presente vogliamo citare solo due esempi molto semplificativi: il progetto «AAA Accogliere ad Arte» che, rivolgendosi a chi per professione dà il primo benvenuto a turisti e visitatori ed è in quotidiano contatto con i residenti (addetti al trasporto pubblico e privato, vigili urbani, custodi, personale alberghiero e ristoratori) mira a creare comunità dell’accoglienza diffuse che, certo, non vogliono sostituirsi al lavoro degli specialisti ma diventano propagatori virali del senso di appartenenza e, dunque, di responsabilità per la cura del territorio; la grande esperienza di continuità per La Scuola adotta un Monumento della Fondazione Napoli Novantanove – che quel progetto ha «inventato», voluto e perseguito con forza, costanza, passione e competenza – per cui curiamo i laboratori che non si sono fermati nemmeno in questi momenti difficili, riuscendo a coinvolgere in modalità online vari istituti della Campania che hanno voluto aderire all’iniziativa finanziata dalla Regione Campania nell’ambito di Scuola Viva.

Tutto questo, dunque, ha mirato sempre a perseguire due obiettivi, per il cui raggiungimento sono necessarie specifiche modalità. Queste ultime sono quelle che implicano la piena consapevolezza del luogo speciale che è un museo, del fatto che questi spazi non sono e mai potranno essere spazi neutri da utilizzare come un qualsiasi fondale, ma sono ricolmi del pensiero, della fatica, del sentimento, della gioia e della disperazione, dei trionfi e delle dannazioni creative degli autori dei capolavori che essi custodiscono per noi tutti. E che questi capolavori sono documenti vivi e pulsanti di un tempo che è stato un tempo presente e che torna a noi, per restituirci la nostra storia, che è la nostra dignità, per regalarci tante emozioni che vivendo solo l’arco temporale della propria vita mai si potranno avere. Queste modalità significano rispetto: ma non un rispetto formale, distanziante e autoritario, al contrario indicano una strada di affetto, conoscenza e riconoscimento che legherà per sempre ogni singolo visitatore all’opera e che si può ottenere soltanto ponendo al centro l’opera d’arte, riconoscendole il suo ruolo di protagonista e tessendole intorno una corte di parole, suoni, musiche e danze che da lei si dipanano e a lei rimandano. Dunque linguaggi e prassi diverse, «traduzioni», interpretazioni, ammiccamenti, attrattive lusinghiere ma mai ingannevoli che possano avvicinare toccando le più diverse sensibilità, accompagnando per mano verso una conoscenza che non è solo razionale o, peggio, costruita su dati e informazioni, ma che è fortemente emotiva. Modalità che, infine, ma non per importanza, hanno implicato per noi una ricerca costante di qualità alta: l’unica che un direttore può e deve ammettere in uno spazio così importante, forte e delicato a un tempo.

Tutto ciò, dicevamo, per il raggiungimento di due obiettivi, i più banali: conoscere e conservare. La conservazione vera, infatti, parte dalla conoscenza che è affezione e genera la consapevolezza che contemplare un dipinto, così come ascoltare la musica o leggere un libro, sono le grandi chanches della nostra vita, alle quali aggrapparsi anche nei momenti più complessi.

Ecco perché quel video non ci piace: sospendiamo ogni giudizio estetico, ogni valutazione sulla differenza tra cultura «alta» e pop. Non ci piace perché manca il colloquio: Caravaggio è ignorato nella sua urlata denuncia sul dramma dell’esistenza umana, nel pugno allo stomaco che tira ai «benpensanti» e a quanti si vogliono consolare con facili certezze mentre Tiziano resta solo, nei suoi trionfi cromatici, a celebrare i suoi divi passati allorché un «divo» dei nostri giorni lo ignora e ne è ignorato.

E se nessun colloquio è avvenuto, cosa mai potrà generare questo incontro che non si è compiuto? Se – nonostante i precedenti dell’ormai celebre brano, colonna sonora del primo lockdown intonata dai balconi – il cantante e il museo non si sono «abbracciati»? Qualche visitatore in più? E se pure così fosse, a che e a chi sarà servito se, percorrendone le sale, getterà solo un occhio distratto quanto quello del suo beniamino e ne uscirà con la stessa inconsapevolezza con cui vi è entrato?

Associazione Progetto Museo



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