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Santa Maria a Piazza. L’antica chiesa intrappolata dal degrado e da gabbie metalliche
Antonio R. Lucidi
Corriere del Mezzogiorno - Campania 4/3/2021

Incamminandosi verso il quartiere di Forcella, entrando da via Duomo, si costeggia il murale di Jorit dedicato a San Gennaro; in quel punto lo sguardo è sbarrato da una gabbia metallica composta da tubolari metallici che si giustappone fra due Chiese: da un lato Sant’Agrippino, edificio bianco fortunatamente ben tenuto e restaurato, e dall’altro il complesso, purtroppo diruto, di Santa Maria a Piazza.

Questa antica Chiesa, di proprietà della Curia, secondo la tradizione fondata dall’imperatore Costantino il Grande nel IV secolo, versa, da molto tempo, in uno stato di abbandono e di degrado assoluto ed è esposta all’imperversare degli eventi atmosferici dopo il crollo di parte del piano superiore, condiviso con abitazioni private.

Parrebbe che l’impalcatura metallica, che peraltro fascia l’edificio su più lati, svolga funzione di contenimento statico e sia stata messa, subito dopo il sisma del 1980, per contrastare potenziali dissesti e crolli.

Sulla gabbia, quasi come un velo che pudicamente copre la bruttura, un telone colorato di rosso (per la vergogna?) su cui campeggiano scritte relative a Forcella, e che danno informazioni turistiche.

Nel passaggio che si apre sotto i tubolari, quasi come totem eretti all’incuria, prospicienti la Chiesa di Sant’Agrippino, sono posti più di 10 cassonetti per lo smaltimento della spazzatura eternamente colmi di rifiuti, di qualunque natura, e nello spazio che divide il marciapiede, verso la parete dell’edificio di culto, sono depositati da mani ignote materiali ingombranti di diversa natura.

Non ci vuole una fervida immaginazione per comprendere come il groviglio di questi elementi combinati fra loro sia un vero e proprio «monumento» al degrado del territorio, la cui presenza, in qualche modo, certifica il sottosviluppo a cui quella zona, bella ed antichissima, è condannata. Coloro che ci abitano sono trascinati, loro malgrado, ad una condizione di sottosviluppo perenne ed, apparentemente, senza via di uscita.

Netta la convinzione che la strada così malconcia di fatto sia la protagonista, involontaria, dell’endemica situazione che attanaglia quel tessuto urbano, ed in qualche modo sia la culla in cui si alimenta la situazione di subalternità di chi ci vive condannato alla bruttura, ed alla presenza di oscure, maligne forze.

Inimmaginabile, appare, allo stato un intervento di completo recupero e restauro del bene troppo complesso ed i cui costi sarebbero proibitivi ed insostenibili per la collettività.

Tuttavia, anche alla luce di tutto quanto di positivo oggi si muove nel quartiere, e dell’apporto di tutte quelle forze che accanitamente portano avanti, e realizzano, progetti per il rilancio del territorio, si possono immaginare interventi che in qualche modo, e sia pure con gradualità, recuperino quel bene e lo rendano fruibile per gli abitanti del quartiere e della città. In poche parole si tratta di portare avanti un’operazione di restauro e rifunzionalizzazione del cespite.

Un esempio significativo di recupero di un manufatto destinato al culto è a Palermo, dove verso la fine degli anni novanta, è stato ripristinato, sia pure in un contesto urbano un po’ decentrato, con un ardito intervento, lo spazio della Chiesa di Santa Maria dello Spasimo, nel quale non è stato ricostruito il tetto.

Gli interventi a farsi potrebbero essere finanziati, ad esempio ma non solo, facendo ricorso a fondi privati che donors qualificati, aventi a cuore il destino della città, potrebbero apportare; i lavori eseguiti da team di esperti sotto il controllo delle istituzioni preposte e della Curia.

Non essendo un tecnico, proverò solo a descrivere gli interventi che potrebbero essere messi in campo alla luce di considerazioni di natura generale. Tenuto conto dell’apparente grave situazione statica del cespite ne andrebbe anzitutto verificata, con rigorose indagini, la tenuta di tutti quegli interventi che preservino la collettività da rischi, ancorché minimi o potenziali, di crolli.

Santa Maria a Piazza, come spesso accade a Napoli, è integrata fisicamente con altri immobili, nel caso di specie civili abitazioni, che obbligano a porre in essere interventi che garantiscano in primo luogo la sicurezza.

Una volta ottenutone un livello accettabile si tratterebbe di rendere «visibile» il bene anche con interventi «leggeri» volti a proteggere e preservare l’esistente, nello stesso tempo illuminare esaltando quanto si vuole far vedere ai fruitori/visitatori creando punti di osservazione «privilegiati» da cui poter illustrare il sito. Nel tempo, e secondo un piano di restauro fatto per step successivi, recuperate via via le diverse aree del bene liberando aree, aperte al turismo, che potrebbero essere utilizzate per diverse attività come quella concertistica, quella dei convegni, o come spazi espositivi. Tutto questo non sembra impossibile.

Vicepresidente L’Altra Napoli Onlus



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