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Il Belpaese svenduto in un decreto
Massimo Riva
la Repubblica 06/06/2002

ATTENZIONE - avevano avvertito con allarmato disprezzo i più pessimisti - vedrete che, per far quadrare i suoi conti ballerini, il governo Berlusconi finirà per ricorrere ad un nuovo condono edilizio. Ma avevano torto, è accaduto ben di peggio: si è escogitato, infatti, un marchingegno che rischia di spalancare le porte al più massiccio sacco d´Italia mai realizzato nella pur millenaria storia della penisola. Anche perché si tratta di un duplice saccheggio, finanziario oltre che materiale, condensato in due articoli del decreto ora al voto del Senato per la sua definitiva conversione in legge.
Il primo di questi articoli è quello con il quale si istituisce la "Patrimonio Spa", società alla quale il ministero dell´Economia potrà conferire i beni immobili facenti parti del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato, nonché quelli demaniali e comunque compresi fra le pertinenze pubbliche. In pratica, alla "Patrimonio Spa" passeranno uffici pubblici, scuole, caserme, ospedali, musei, opere d´arte, monumenti vari, ma anche porti, aeroporti, boschi, spiagge, miniere e così via. Il fine dichiarato è quello di valorizzare e alienare, attraverso questa forma proprietaria più agile, una quantità di cespiti finora gestiti con stanca efficienza burocratica. A fronte di questi enormi cespiti la "Patrimonio Spa" potrà anche effettuare operazioni di cartolarizzazione ovvero emettere sul mercato titoli che scontino in anticipo il reddito proveniente da questa massa immobiliare.
A prima vista, sembrerebbe trattarsi di un´iniziativa volta davvero a rendere più lucroso per lo Stato un patrimonio immenso e spesso inerte. Con il secondo degli articoli in questione si costituisce un´altra società per azioni, la "Infrastrutture Spa", alla quale si assegna il compito di raccogliere finanziamenti per sostenere la realizzazione di opere di pubblica utilità, anche con il concorso di privati. In pratica si fa nascere una nuova banca pubblica a medio-lungo termine, ad immagine e somiglianza di quello che fu il vecchio Crediop. Anche in questo caso, a prima vista, sembrerebbe trattarsi di una brillante operazione diretta a dotare lo Stato di uno strumento finanziariamente più efficace per affrontare e risolvere il diffuso ritardo di infrastrutture che grava così pesantemente sull´economia e sulla società italiane.
Ma il diavolo, come si sa, nasconde sempre la sua coda nei dettagli. E quelli di questo testo legislativo appaiono davvero minacciosi sotto non pochi profili. Intanto, sul piano contabile, l´operazione si qualifica come l´accensione di un´enorme ipoteca sui beni immobili pubblici al fine di fare cassa immediata per tappare i buchi emergenti nel bilancio: prospettiva sommamente preoccupante. Primo, perché fa temere - come ha rilevato la Corte dei Conti - che si possa "abusare di tecniche contabili che consentano di registrare entrate immediate a scapito dei futuri equilibri della finanza pubblica...". Secondo, perché ripropone la dissennata tendenza a usare le risorse patrimoniali non per ridurre l´abnorme debito pubblico ma per finanziare il deficit corrente. Così tornando a ripercorrere quei tortuosi e nascosti sentieri di finanza detta creativa, ma in realtà illusionistica, che già in passato hanno scavato voragini nel bilancio pubblico.
In verità, durante l´esame del decreto a Montecitorio, è stato approvato qualche emendamento teso a rendere obbligatoria la presentazione del consuntivo della Patrimonio Spa in allegato al rendiconto annuale dello Stato al fine, quanto meno, di evitare che i conti di questa neonata azienda finissero, come s´usa dire, "sotto la linea" della conoscibilità. Ma si tratta di nient´altro che di qualche foglia di fico, imbelle a scongiurare più o meno furbesche manipolazioni contabili.
Dove, viceversa, non si è fatto ricorso neppure alle foglie di fico è per quanto riguarda la gestione materiale dei beni immobili pubblici. Ed è questo l´aspetto della questione che suscita un allarme ancora maggiore. Fra i diabolici dettagli del decreto c´è un comma con il quale si stabilisce che i beni della "Patrimonio Spa" possono essere trasferiti alla "Infrastrutture Spa" con un tratto di penna del ministro. Ma il fatto è che quest´ultima sarà chiamata ad operare finanziamenti sul mercato con tutti i rischi conseguenti a simili operazioni.
Insomma, come ha notato anche un´allibita Corte dei Conti, potrà accadere che beni demaniali o classificati indisponibili, una volta passati ad "Infrastrutture Spa", diventino oggetto di garanzia per finanziamenti e magari finiscano nelle mani dei creditori della medesima Infrastrutture o dei suoi soci privati inadempienti. Prospettiva che lascia sgomenti anche perché nel testo governativo si includono esplicitamente "i beni di particolare valore artistico e storico", ma non si precisa neppure il più vago criterio di qualificazione dei medesimi, rimandando la definizione degli indirizzi strategici dell´operazione a decisioni che il governo prenderà a suo piacimento.
Certo, nessuno pensa che i nostri ministri possano rivelarsi così folli da correre il rischio che un giorno il Colosseo possa diventare sede di un MacDonald´s. Siamo tutti tranquilli che Berlusconi, Tremonti e colleghi non combineranno pasticci né con l´Anfiteatro Flavio né con l´Altare della Patria e così via: anche se una puntuale definizione dei beni di particolare valore non guasterebbe in una legislazione ordinata e trasparente. Resta il fatto che, come si diceva all´inizio, l´elenco dei cespiti transitabili da Patrimonio a Infrastrutture comprende anche foreste, spiagge, porti: beni che possono dare luogo a sfruttamenti tanto più redditizi quanto più intensivi e devastanti per il paesaggio e l´ecosistema.
Naturalmente, sia il governo sia la sua maggioranza non perdono occasione per dire e ribadire che nulla è più estraneo alle loro intenzioni del desiderio di schiudere le porte un nuovo sacco d´Italia. Poiché ciò che conta, però, non sono le parole che accompagnano l´esame di un decreto ma quelle scritte nel testo destinato a diventare legge, tutte queste assicurazioni appaiono scritte sull´acqua. Così com´è, la lettera della legge non offre alcun ostacolo al pericolo che la nuova gestione del patrimonio pubblico si trasformi in una gigantesca e devastante speculazione ai danni della cosa pubblica e del buon vivere civile in quello che resta del Bel Paese.
Ma poi, se davvero il governo Berlusconi coltiva in materia soltanto le migliori intenzioni, perché ha scelto la via del tutto irrituale e impropria del decreto legge per innovazioni istituzionali così profonde? Dove stanno i presupposti di straordinaria necessità ed urgenza che legittimano costituzionalmente il ricorso alla forma decretizia? Stupisce e soprattutto insospettisce che, in materia tanto delicata, si sia disinvoltamente scelta la via decisionale più sbrigativa. Quando una vicenda inizia con un passo falso, purtroppo, è lecito temere il peggio.



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