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Nuova cultura senza un'idea. Le attese (deluse) di un cambiamento
Ernesto Galli Della Loggia
Corriere della Sera 03/11/2002

In pochi altri campi come in quelli della scuola e della cultura la destra era
attesa alla prova del governo. Perché l' istruzione ha rappresentato uno dei
territori dove più forte si è fatta sentire la grande trasformazione degli anni
Sessanta; e a molti sembra necessario da tempo un ripensamento profondo di
troppi esperimenti finiti nel nulla; perché nell' Italia repubblicana,
storicamente, uomini, cose e istituzioni della cultura si sono identificati per
decenni con posizioni di sinistra e viceversa; e infine perché ancora oggi più
che mai la vitalità di uno schieramento politico è testimoniata anche dalla sua
capacità di identificarsi con idee-forza, di rappresentare valori collettivi.
Come si sarebbe mossa dunque la «destra di governo» ? Quali contenuti nuovi
avrebbe adottato? Che cosa avrebbe fatto? A tutt' oggi mi pare che il bilancio
si riduca al più classico buco nell' acqua. Alla testa dell' istruzione, della
cultura e delle Rai-tv, il trio Moratti-Urbani-Baldassarre ha infatti finora
brillato per inconcludenza ed evanescenza, per l' assenza dal dibattito pubblico
sui molti temi di cui pure le rispettive cariche avrebbero obbligato ciascuno di
loro a occuparsi. Alla guida dell' istruzione, Letizia Moratti si è fin qui pro
dotta solo in provvedimenti secondari di tipo tecnico-organizzativo. Magari
utili, ma dalla destra ci si poteva attendere che il suo ministro si sentisse in
dovere di cimentarsi con almeno una delle grandi questioni di merito che stanno
minacciando di mandare in polvere l' idea stessa di scuola e di università: il
rapporto delle giovani generazioni con il lascito culturale del passato, la
subordinazione soffocante del sapere scolastico-universitario al mondo del
lavoro e all' attualità, il dilagare nei programmi di un eclettico
enciclopedismo, la liceizzazione degli studi universitari e i risultati negativi
dell' autonomia degli atenei. Ma su neppure una di tali questioni la Moratti si
è spesa, tutta corazzata com' è nel suo compassato managerialismo. Nel campo
affidatole non è riuscita a comunicare al Paese il senso di alcuna novità, di
alcuna svolta. Non diverso il caso del ministro Urbani: un po' di compitini
istituzionali, una nomina lì, una mostra là, ma nel complesso nulla mai d'
importante, mai nulla che abbia toccato davvero un nervo della nostra situazione
culturale, della sua tormentatissima vicenda storica, del suo così ampio
rapporto con il mondo. Mai un' iniziativa davvero nuova: se non quella,
sciaguratissima, sulle ventilate alienazioni del nostro patrimonio culturale.
Soprattutto, come per la Moratti, mai una passione, un' emozione, mai insomma la
cultura e la politica, e sempre, invece, e parlo dei casi migliori, la più
burocratica delle routine. È questo ciò che sa fare la destra? E proprio in un
ambito dove per anni i suoi avversari sono stati accusati - non a torto - di
aver esercitato un soffocante predominio? È la gestione Rai di Antonio
Baldassarre quello che la destra sa mettere in campo per quanto riguarda l'
intrattenimento e la cultura di massa? Vale a dire una programmazione soffocata
dall' ovvio, dalla volgarità, da canovacci vecchi di decenni, con la qualità
ridotta in spazi sempre più marginali? Ciò che soprattutto colpisce
negativamente nella politica governativa dell' istruzione e della cultura è da
un lato l' insensibilità ai valori in gioco, all' importanza delle scelte, al
loro spessore storico; e dall' altro l' assenza di un' idea generale del Paese,
del ruolo che esso ha avuto, delle sue vocazioni, delle sue risorse. Insomma,
specie in un campo come questo, dove sarebbe possibile ottenere con mezzi
relativamente modesti risultati di forte significato politico-simbolico, e
quindi di notevole impatto pubblico, fanno difetto l' ispirazione, la voglia di
fare, la qualità delle persone. E qui come in molti altri casi il presidente del
Consiglio non sembra darsene troppo pensiero.

http://pacs.unica.it/rassegna/rassegna111002.txt


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