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Propriet intellettuale, giusta tutela
DI GUSTAVO GHIDINI *
17-MAR-2006 Il Sole 24 Ore




Proposta una terza via tra arroccamenti monopolistici e assenza di regole

Da oltre un decennio, con crescente intensit e su scala mondiale, si sta sviluppando un vivace dibattito sulla propriet intellettuale : cio sugli strumenti giuridici (brevetti copyright, marchi etc.) che assicurano una protezione esclusiva contro le appropriazioni non autorizzate di creazioni dell'ingegno umano (da un farmaco a una canzone), ovvero su segni distintivi dell'identit e della immagine/reputazione commerciale, strumenti di una concorrenza basata sul confronto fra prestazioni.

A un estremo del dibattito stanno posizioni "negazioniste", le quali (spesso inconsapevolmente riecheggiando l'ostilit di alcuni economisti di scuola classica) enfatizzano gli svantaggi legati alla situazione monopolistica dei titolari dei diritti di propriet intellettuale: sia in termini di livello dei prezzi (a danno dei consumatori) che di riduzione della concorrenza (a danno dei nuovi entranti) e quindi della vivacit pluralistica dei processi innovativi.

Queste posizioni privilegiano nuovi modelli aperti di circolazione e fruizione delle opere intellettuali (ad esempio, nelle Information technologies, del tipo open source, o addirittura free software).
Facile, e non disarmata, la replica che dal versante opposto avanzano i difensori di modelli viceversa "forti" di tutela, tesi a massimizzare la portata dell'esclusiva (ad esempio, estendendo la protezione brevettuale oltre il settore d'uso, cio la funzione, cui si riferiva il percorso di ricerca dell'inventore), o dilatandone la durata (come recentemente avvenuto negli Stati Uniti per il copyright).

Secondo questa tesi, in assenza di un diritto assoluto di vietare riproduzioni e imitazioni non autorizzate, gli investimenti in innovazione e produzione di opere intellettuali cadrebbero drasticamente, a tutto danno del progresso, poich i free riders, o pirati, risparmiando sui costi di ricerca e produzione delle opere, metterebbero fuori mercato produttori e commercianti degli originali, da qui pure pregiudicando la remunerazione degli autori. Conviene dunque, si afferma su questo versante (privilegiato da paesi e imprese leader nell'innovazione), che la tutela sia la pi ampia e intensa possibile, se appunto si vogliono massimizzare investimenti e impegno in innovazione e ricerca.

Fra questi opposti fronti, che si combattono spesso con toni da guerra di religione, c' una terza via. Quella di chi, pur convinto della positiva funzione di stimolo agli investimenti in innovazione, ricerca e salvaguardia dell'identit aziendale svolta dai diritti di propriet intellettuale, mette in guardia contro i rischi economici e sociali (e geopolitici) di una tutela che non lasci spazi ragionevoli di libert di competizione, fruizione, e sviluppo (rispettivamente) ai concorrenti minori, ai consumatori, ai paesi del Sud del mondo.

Basti richiamare le diffuse polemiche sull'accesso dei Paesi pi poveri ai farmaci brevettati per la cura di gravi malattie, o sul blocco alla concorrenza che pu comportare il possesso di un pacchetto di copyrights su standards informatici, o sulla compressione di tradizionali diritti individuali alla fruizione di opere della cultura e dell'informazione determinata da limitazioni pressoch totali di usi privati per tradizione liberi (come prestare un film in Dvd a un amico) spesso unilateralmente imposte agli utenti da titolari di diritti d'autore.

Tre semplici esempi, tra i tanti possibili, che tuttavia bastano a evidenziare possibili tensioni tra le ragioni della tutela della propriet intellettuale e quella di interessi economici e sociali di alto rilievo, come, appunto, quelli della salute, della concorrenza, della circolazione della cultura e dell'informazione.

Da qui scaturito un movimento di opinione, per ora prevalentemente espresso da ambienti universitari, volto a un pi equilibrato bilanciamento di queste (apparentemente) contrapposte ragioni ed esigenze. In particolare, l'iniziativa di un gruppo di eminenti studiosi scandinavi e tedeschi, che da anni, nell'universit di Stoccolma, persegue un progetto di riflessione e proposta (Intellectual property in transition research programme), i cui primi organici frutti sono stati esposti e confrontati con altri colleghi di vari paesi, in un recente seminario.

L'interesse delle riflessioni e delle prime proposte del gruppo di Stoccolma deriva non solo dall'intrinseca originalit dei postulati e degli obbiettivi, ma anche dall'intelligente ambizione di derivarne concrete indicazioni riforniatrici dell'accordo Trips (Trade related agreement on intellectual property rights). Cio del trattato internazionale multilaterale sulla propriet intellettuale, stipulato nel 1994 durante i negoziati Gatt, e quasi universalmente sottoscritto (fra gli ultimi dalla Cina), anche perch la non adesione impedisce l'ingresso nell'Organizzazione mondiale del commercio.
Quelle proposte, del resto tuttora in progress (un'ampia e aggiornata esposizione del progetto di Stoccolma verr svolta, proprio in Italia, nel prossimo congresso internazionale dell'Atrip, Association far teaching and research in intellectual property www. atrip.org che si terr a Parma dal 4 al 6 settembre), ruotano attorno a un concetto/scopo unificatore: far emergere consumatori e concorrenti, cio gli utenti, attuali o potenziali, dei risultati dell'innovazione, come soggetti centrali della disciplina, in posizione di pari dignit/meritevolezza rispetto ai titolari dei diritti di propriet intellettuale.

Ora, mentre alcuni termini dell'impianto teorico e la radicalit di alcune fra tali proposte potrebbero prestare il fianco ad appunti di utopismo ideologico, meritano attenzione i principali concreti risultati cui le riflessioni del gruppo di Stoccolma sembrano voler approdare. Da un lato, una pi stretta commisurazione della tutela dei brevetti a quanto effettivamente insegnato dall'inventore; dall'altro, un pi ampio diritto dei concorrenti di utilizzare, con apposite licenze (a titolo oneroso) l'innovazione precedente, vuoi per realizzare e portare sul mercato proprie innovazioni derivate, vuoi per rimuovere ostruzioni alla concorrenza rafforzate da altrui
diritti di propriet intellettuale. Quanto ai consumatori, un non pi eccezionale diritto di studenti, ricercatori, e anche semplici fruitori di opere dell'ingegno di utilizzarle (e scambiarle) in ambito privato per fini non commerciali. Infine, una pi rapida ed equa condivisione dei Paesi in via di sviluppo ai progressi tecnologici realizzati dal Nord del mondo (specie se con l'utilizzazione di elementi della biodiversit offerti dai primi).

La considerazione, certo non acritica, di questo tipo di proposte, pu contribuire non all'affossamento, ma all'opposto, a una pi robusta rilegittimazione delle ragioni sane, tuttora vitali, della tutela della propriet intellettuale, (riassumibili nel suo contributo allo sviluppo dell'innovazione e alla protezione dell'avviamento conseguito on merits). Sono gli eccessi di tutela, che favoriscono solo poche posizioni dominanti, ad aver suscitato, spesso legittimamente, le critiche pi decise dell'attuale assetto giuridico, o quanto meno di certe sue declinazioni di stampo protezionistico.

Declinazioni che, non a caso, hanno finito per essere messe in discussione, oltre il mondo accademico, da ambienti economici e istituzionali sempre pi estesi e pur sostenitori dell'economia di mercato: preoccupati di separare il bambino dell'innovazione diffusa dall'acqua sporca del protezionismo filo-monopolistico. Non un caso, n un segnale^ irrilevante, che gi alcuni anni fa (25 gennaio 2003) l'Economist si sia dichiarato a favore di un radicai rethink dei modelli dominanti di tutela del copyright: e proprio perch convinto che una protezione pi bilanciata dal lato di concorrenti e consumatori possa meglio foster crea-tivity in th digitai age.
* Ordinario dell'universit Luiss



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