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Se il demanio ci mette la coda. Un inciampo per la legge sulla vendita del patrimonio statale
Mario Fazio
La Stampa 24/11/2002

Dopo la rinuncia (temporanea) a un ennesimo condono edilizio che doveva “fare cassa”, sembra inceppato quel gioco di prestigio finanziario detto “Legge Tremonti” ideato per colmare il deficit incalzante e portare miliardi di euro allo Stato “facendo rendere”, o addirittura vendendo, una parte del nostro Patrimonio Culturale (“Colosseo escluso”, erano le ridicole rassicurazioni). L’inceppamento è spiegabile con una rivelazione quasi incredibile: “Ai propositi del governo non è seguito l’adeguamento della disciplina del demanio culturale. Verosimilmente non la conoscevano bene i collaboratori del ministro Tremonti che hanno scritto con lui il testo della legge”, dice un magistrato studioso della materia, Giovanni Losavio, presidente di sezione della Corte di Cassazione e Consigliere Nazionale di “Italia Nostra”.
Eppure un buon avvocato dovrebbe saper1o. Dice Losavio: “Il demanio culturale italiano fu istituito dal Codice Civile del 1942, articolo 822 c. 2, che assoggetta al regime di assoluta inalienabilità i beni immobili riconosciuti di interesse storico e artistico, le raccolte di musei, pinacoteche, archivi, biblioteche appartenenti allo Stato, alle Province e ai Comuni. Veniva così rafforzata la legge di tutela 1089, del 1939”. La Legge Tremonti del giugno scorso prevede invece di trasferire una parte della sterminata eredità culturale italiana, non interamente conosciuta per mancanza di un Catalogo completo, alla Società “Patrimomo S.p.A.” (100% controllata dal ministero dell’Economia) collegata alle “Infrastrutture S.p.A.” che dovrebbe finanziare opere pubbliche. C’è un primo elenco di beni, con relative valutazioni non si sa quanto fondate. Due esempi: l’isola di Pianosa 8 milioni di euro, il Lungarno della Zecca 13 milioni. Il fine dichiarato è quello di “far rendere” beni che per lo Stato rappresentano un peso, ma quello intuibile è arrivare con qualche acrobazia alla vendita o svendita di ciò che finora è inalienabile. Chissà, forse anche di qualche opera d’arte conservata nei depositi dei Musei e considerata un fondo di magazzino? Anni fa c’era stata la strabiliante proposta della Corte dei conti: vendere le “eccedenze”. Provocò un’insurrezione, non se ne fece nulla.
Il tentativo di “far rendere” i Beni Culturali ha molti precedenti. Nel 1979 aveva tentato il governo Andreotti, ritirandosi a ragion veduta. Tre anni dopo nuovo elenco di pezzi da vendere, fallimento. Nel 1985 si favoleggiava di ricavare dal nostro patrimonio culturale 600 mila miliardi di lire, considerando l’Arte “il petrolio d’Italia”, come pensava De Michelis con i suoi “Giacimenti culturali”. Non si approdò mai a nulla perché vennero sottovalutati gli ostacoli giuridici e le esigenze culturali che vincolano un Patrimonio comprendente Musei, collezioni, aree archeologiche, chiese, torri, castelli, antichi palazzi, ma anche paesaggi montani e costieri, boschi e spiagge. Un insieme organico, inscindibile dal territorio di apprartenenza e dalla storia dei luoghi.
Siamo abituati a pensare che, dopo tutto, se i Musei e le collezioni venissero affidati alla gestione privata le cose andrebbero meglio A chi suggerisce di trarre insegnamento dai grandi Musei degli Stati Uniti replica uno storico che li conosce bene, avendo diretto l’Istituto di ricerca del Getty a Los Angeles. E’ Salvatore Settis, autore del libro Italia S.p.A. l’assalto al patrimonio culturale pubblicato da Einaudi: “Quei Musei sono nati recentemente, spesso a partire da collezioni europee, e sono stati costruiti come antologie di opere di qualità via via disponibili sul mercato, senza alcun nesso storico con le città che li accolgono. Il loro sistema si basa sulle donazioni a fondo perduto e non produce profitti ma richiede contributi pubblici e privati perché i ricavi dei biglietti di ingresso non sono sufficienti”. Altro fatto significativo e dimenticato: i direttori dei principali musei statunitensi hanno firmato un appello contro ogni forma di privatizzazione di quelli italiani.
Non si può vivere tranquilli. anche se il cammino della “legge Tremonti” è più che arduo. Una delle prime possibilità di attuarla, almeno in parte, potrebbe venire da una disinvolta interpretazione della legge di tutela che consente al ministro dei Beni Culturali di autorizzare la vendita a privati di un castello o di un’antica caserma in disuso “purché non ne derivi danno alla loro conservazione e non ne sia menomato il godimento pubblico”. Molto dipende dai Soprintendenti Regionali chiamati a esprimere il loro giudizio e dalla sensibilità del ministro, ma dovrebbe trattarsi di casi isolati e per di più non sarà facile trovare un privato disposto a comprare il castello in abbandono per restaurarlo a sue spese, pur con i previsti aiuti finanziari e fiscali, e aprirlo al pubblico godimento.
L’ultima insidia, un po’ confusa, viene da alcuni politici che ripropongono di vendere arenili e intere spiagge giocando sul passaggio della gestione dal Demanio Marittimo dalle Capitanerie ai Comuni. Gestione, non proprietà che rimane dello Stato. E il Demanio Marittimo è inalienabile, non solo in Italia.



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