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I risultati dell’indagine dell’Associazione Civita. Cultura e industria un nuovo rapporto?
Alfonso Marrese
la Gazzetta - Economia 30/11/2002

In fatto di rapporto tra impresa e cultura, come siamo messi in Italia? E, per quanto ci riguarda più da vicino, nel Sud? é vero, e quanto è vero, che l’azienda sta scoprendo la cultura?
Sembra che quasi l’86% delle imprese italiane si renda conto che se non un affare, è certo un valore per la produzione, ritenendo importante l’investimento culturale per il ritorno di immagine, mentre il 58% ha già sostenuto iniziative di questo tipo; solo nel 29,7% dei casi, però, le iniziative sono nate internamente all’azienda. Come risulta da una indagine dell’Assodazione Civita, illustrata in un convegno romano sotto lo slogan “La cultura ci fa più ricchi”.
Se sta proprio nella cultura il successo di molte imprese occidentali, quelle italiane come vi si adeguano? L’indagine di Civita (su un campione di 202 imprese che operano nei servizi e nell’industria) conferma che le iniziative culturali più sostenute dalle aziende sono i grandi eventi, appuntamenti di attrazione per il grosso pubblico. Ma contrariamente a quello che si può immaginare, tali eventi non sono tanto le mostre d’arte che fanno epoca (32,7%), bensì i concerti che realizzano il 42,7%. Poi vengono i convegni culturali (27,8%), seguiti da manifestazioni teatrali(19,l%).
Mentre al restauro di monumenti resta solo il 6,8%. Quanto rendono questi investimenti? Il 77% del campione ritiene di avere ottenuto benefici da attività, anche come accresciuto prestigio. In particolare si dichiara un aumento dei propri contatti (19,8%), significativi ritorni economici (12,19%) e, comunque, un accrescimento del proprio bagaglio culturale. Per la stragrande maggioranza delle imprese (87,3%) la cultura rappresenta, inoltre, un’opportunità di comunicazione (pur non avendo quasi mai in organico un “addetto culturale”). Ma non è poco il 33,6% che sostiene, invece, di non ricavarne alcun vantaggio. Dunque, in termini teorici, anche in una congiuntura economica stagnante, le aziende possono individuare nella cultura una leva sempre vantaggiosa, con un ritorno di immagine a volte più incisivo di una normale campagna pubblicitaria. Magari bastasse un premio ai privati come quello “Impresa e Cultura 2002”, assegnato recentemente a Napoli all’Unione Industriali, per rovesciare del tutto la sconsolante sensazione registrata in due giorni di convegno su “Chi flnanzia la cultura?”. Magari il riconoscimento alle imprese che investono in beni culturali potesse servire a far sì che quella domanda non fosse terribilmente retorica. Ma temiamo che le cose non cambieranno cos“ facilmente. Al Sud, se si pone mente ai fatti - e alle cifre - risalta l’assenza di una vera inclinazione del privato per la cultura. Per dirla in soldoni: o la cultura viene finanziata dal settore pubblico o non la finanzia nessuno. E dire che non ci sarebbe nulla di più esteso, e in teoria ottimo come volano di nuova occupazione, del concetto di bene culturale. Lo sono i siti archeologici e storico-ambientali, i musei e le opere d’arte, i monumenti ma anche la produzione teatrale e cinematografica, la ricerca scientifica, la sperimentazione. Ma anche qui, hai voglia ad aspettare lo sponsor: se non c’è più che un sostegno, una politica culturale sostenuta da impegni finanziari, non si va da nessuna parte.
Del resto, solo da poco si parla in Italia di detassazione per l’investimento culturale (vedi box). Non siamo, certo, in Gran Bretagna, dove dal 1936 le imprese sono autorizzate a dedurre dal reddito tassabile le erogazioni filantropiche. E dove c’è un giro d’affari intorno al mondo culturale di 4-500 mln di sterline, cioè 800 mln di euro, che arrivano dallo Stato, mentre oltre 180 mln di euro vengono dalle imprese. Lì non si investe più, come è avvenuto in passato, “art’s for art’s sake”, per il mero gusto dell’arte, ma conta di più il profilo sociale: per esempio, si investe per sviluppare la creativita dei dipendenti. Non siamo neanche a Lipsia dove, anche se l’investimento privato non è meno raro che da noi, almeno il comune impegna il 10% delle sue risorse in cultura. E questo non è che uno dei tre livelli d’investimento pubblico previsto, essendo gli altri due assicurati dal “land” e dallo Stato federale. Mentre noi siamo ancora agli enti locali che faticano per trovare lo sponsor che consenta di raggranellare il necessario a finanziare una mostra, o un concerto. Da noi deve ancora maturare un’imprenditoria lungimirante, capace di andare oltre una visione solo mercantile dell’investimento in cultura Però la formula “alleanza pubblico-privato” si può riempire di contenuti. Di concerto con i privati, il pubblico può stabilire progetti e regole della gestione. E andando avanti, chissà che tutto questo non faccia maturare un’imprenditoria lungimirante capace di arrivare a quello stadio che gli inglesi avrebbero già superato, quello del dell’investimento nell’arte per il gusto dell’arte (appunto, “art for art’s sake”). C’è ancora molta strada da percorrere, insomma, perchè il ponte con la cultura diventi una filosofia d’impresa, come già accade all’estero. Gli Adriano Olivetti non ci sono più, perchè man mano che spariscono le grandi imprese diminuisce pure la spesa imprenditoriale per la cultura. Olivetti - bei.tempi - considerava l’industria soprattutto come “fabbrica di cultura” e non solo perché faceva macchine per scrivere.



Box: Il sistema di sconti fiscali

Il nuovo sistema di sconti fiscali è stato introdotto dall’art. 38 della legge 342/2000. La norma prevede che le erogazioni liberali in denaro a favore dello Stato, delle Regioni, degli Enti locali, di enti o istituzioni pubbliche, di fondazioni e associazioni legalmente riconosciute possono essere dedotte per intero dal reddito di impresa, purché i contributi siano destinati a interventi nel campo dell’arte e dello spettacolo. Per la cronaca, 17 mln di euro sono stati raggranellati nel 2001 grazie alla generosità di 308 aziende ed enti. Questo è il magro bilancio della prima applicazione dei nuovi sconti fiscali in favore della cultura. La vera prova del nove circa la bontà degli incentivi la si avrà, speriamo, quest’anno. Ma i risultati si conosceranno soltanto nel gennaio del 2003, quando il Ministero del Beni culturali disporrà di tutti i dati sugli aiuti che i privati hanno destinato all’arte e allo spettacolo.



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