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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Cara Legambiente così non va
Vittorio Emiliani e Giuseppe Chiarante
l'Unità 13/12/2002

Da quando si è insediato questo governo - che ha assunto come strategia l'indebolimento della tutela dei beni culturali e ambientali (leggi Lunardi in testa) - le associazioni e i comitati che per la tutela invece sì battono sono riusciti a fare fronte comune, con iniziative coordinate, con manifestazioni concordate, con riunioni continue presso la sede del Wwf. In particolare, sui disegni dì legge-delega per il riordino (in realtà per l'indebolimento) del ruolo dei ministeri dell'Ambiente e dei Beni e delle Attività Culturali e sulla costituzione, in base al decreto Tremonti, della Patrimonio SpA destinata a vendere o a ipotecare il patrimonio pubblico (disponibile e indisponibile) onde finanziare anche per questa via la Infrastrutture SpA.
N
umerosi e importanti sono stati i convegni unitari dai quali è sortito un materiale conoscitivo di grande importanza per interventi di contrasto, obiezioni, opposizioni, ecc. Poi ciascuna associazione ha organizzato tavole rotonde, studi e convegni dedicati ai segmenti che più la riguardano. Ma il grosso della campagna di studio, di critica e di comunicazione è stato pensato, elaborato, realizzato tutti insieme. Una linea unitaria che poi ciascuno ha portato singolarmente nei dibattiti, per esempio nelle Feste dell'Unità sotto il titolo «Italia in vendita? No, grazie», a Perugia come a Modena. Ma a nome di tutti. Ora, il fatto che una associazione, Legambiente, proponga da sola una campagna che ha, più o meno, quello stesso titolo rappresenta uno scostamento evidente, e inatteso, dalla scelta unitaria fin qui da tutti rispettata e non ci sembra - vogliamo dirlo con franchezza - cosa utile. Ancor meno essa lo diventa allorché, al fine di lanciare tale campagna, si propongono, o ripropongono, elenchi puramente «ricognitivi» di beni culturali e ambientali dati come già vendibili (per alcuni poi, a partire dal bosco di Castel Porziano, un po' di scetticismo non guasta). Tutto ciò a noi sembra facilitare l'azione del ministro Urbani volta a spargere cortine fumogene sull'intera operazione-Patrimonio SpA, volta a rassicurare, a sdrammatizzare, a spegnere denuncia e protesta. Noi siamo più che mai convinti che il patrimonio storico-artistico e ancor più quello ambientale e naturalistico, corrano serissimi pericoli. Così come crediamo (avendone fatta esperienza diretta in sede di Consiglio per i Beni Culturali) che il governo Berlusconi e per esso il ministro Urbani siano insofferenti verso ogni organismo di controllo, anche consultivo, verso vincoli e valutazioni di tipo storico-artistico e ambientale (difatti le Grandi Opere ne saranno esentate), verso tutto ciò che possa turbare il motto «ciascuno è padrone a casa sua». Anche nel cuore dell'Italia storica.
Ma, proprio perché i pericoli sono di portata inusitata, proprio perché si sta consumando una rottura epocale del concetto di tutela (rispetto alle leggi Bottai del 1939), siamo convinti che occorra stare in campo con argomenti certi e forti. Su casi singoli di potenziale cessione, o di cartolarizzazione, non possiamo fermarci alle denunce generiche. Né affermare che gli elenchi prodotti dall'Agenzia del Demanio consentano, da sé soli, la vendita di quei beni. Dobbiamo lavorare con sagacia su alcuni passaggi legislativi: il ministro Urbani compia finalmente, in modo esplicito, un atto formale con cui da forza di legge, di obbligo cogente al Regolamento del settembre 2000 sulle alienazioni di beni immobili del demanio storico e artistico. Tutto ciò prima del passaggio di quei beni alla Patrimonio SpA, altrimenti quanto mai sospetto, anzi scivoloso. E, per la competenza paesistica che egli ha, faccia altrettanto per la tutela dei beni ambientali e naturalistici (spiagge, isole, coste, parchi, ecc.) che in quel Regolamento n. 283/2000 non erano ricompresi. Nel demanio militare costiero, nelle colonie marine, c'è tanta «polpa» per la speculazione, magari tentando di allettare i Comuni a corto di fondi. A tal fine è indispensabile un atto di indirizzo del governo che coinvolga pure il Ministero dell'Ambiente. Non per essere «sentito», ma per contare ai fini della tutela di un patrimonio dissipato che è di tutti e che l'articolo 9 della Costituzione tutela (sinora) in modo esplicito. In tal modo gli atti di concertazione obbligatoria devono riguardare, oltre alle vendite, le concessioni in uso, i cambi di destinazione d'uso (così bene messi in luce, nella loro pericolosità, dalla puntata di «Report» di Milena Gabanelli), le stesse procedure di cartolarizzazione, cioè di ipoteca. Queste, infatti, potrebbero mettere a rischio i beni ipotecati, pregiudicandone la conservazione. Per queste e altre sacrosante ragioni il presidente Ciampi aveva chiesto una precisa «correzione normativa» al decreto Tremonti (oggi legge n. 112/02), clamorosamente elusa e inattuata. A tal fine le associazioni di tutela e ambientaliste si erano date, alla fine di novembre, il compito impegnativo di un Osservatorio comune dal quale monitorare criticamente tutta la intricata e scottante materia avendo per scopo la salvaguardia di un patrimonio diffuso di straordinario valore, per il presente e per il futuro dell'Italia e, possiamo ben dirlo, del mondo. Tutte insieme, naturalmente.



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