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Correte correte, c'è un faro in vendita
Raffaele Oriani
Io Donna - settimanale del Corriere della Sera 14/12/2002

Lo chiamano tutti cavaliere, e non potrebbe essere altrimenti. Il pizzo bianco, l'eleganza sabauda e l'eloquio d'altri tempi ne farebbero un autentico uomo d'onore, se il titolo non fosse lo storico e poco onorevole segno distintivo della concorrenza. A Carmelo Bongiovanni, maresciallo dei carabinieri in pensione e militante di Legambiente in attività, si illumina il volto ad accarezzare quei suoi mandarini che liberano nell'aria il profumo del Natale. Ma si incenerisce l'umore a parlare della sua città che da tempo ha voltato le spalle alla bellezza dei monti e della costa: «Vent'anni fa Capo d'Orlando era una freschissima conchiglia, oggi sembra un mollusco andato a male». Il cavaliere sembra invece un Montanelli redivivo, e da buon siciliano non perde in precisione verbale quel che acquista in tensione, passione, indignazione civile: «Non abbiamo più una piazza degna di questo nome, non abbiamo più l'ampia spiaggia di una volta, c'è rimasto un ultimo, unico scorcio di bellezza e di arte naturale: il capo con il suo faro». Ci dispiace, cavaliere: per 155.777 euro presto potrebbe essere in vendita anche quello. A Gallipoli è il priore della Confraternita della Purità ad accogliere il cronista, raccontare del sodalizio che dal 1662 raduna gli scaricatori di porto del paese, mostrare il pietoso stato delle tele che impreziosiscono l'omonima chiesa del Seicento, e sospirare su quel palazzone che con dodici piani di orribile vetro specchiato fronteggia, sfida e umilia il centro storico della splendida cittadina pugliese: «Ma lo guardi: se ne sta lì come un pegno da pagare per poter entrare nella città vecchia».
Alle spalle il palazzone, ma di fronte il lungomare, la spiaggia della Purità, l'isola di Sant'Andrea che nei giorni di scirocco sembra a portata di mano: «L'isola è nostra» puntualizza il priore «accompagna da sempre la città, è semplicemente un pezzo di Gallipoli». Non certo il più costoso: il suo appezzamento di maggior pregio sta per essere messo in (s)vendita a 57.120 euro.


CATALOGO ITALIA, CON I PREZZI

Capo d'Orlando e Gallipoli, Alba Fucens e villa Jovis, fari, isole, aree archeologiche e ville storiche: sono centinaia e migliaia i beni del demanio con il prezzo già fissato, potenzialmente in vendita.
Ma "L'Italia non è in vendita" proclama Legambiente, organizzando per la giornata di oggi, sabato 14 dicembre, una serie di manifestazioni e di presidi da Venezia a Gallipoli, a Capo d'Orlando. Però: chi vende? E di cosa ha intenzione di disfarsi? Giulio Tremonti ha calcolato in duemila miliardi di euro il patrimonio complessivo dello Stato italiano. Troppi beni e troppi soldi immobili, secondo il ministro dell'Economia, che ha dato mandato all'Agenzia del demanio di catalogare il patrimonio, valutarlo e renderlo così "disponibile" alla vendita da parte di due società create ad hoc: Patrimonio spa e Infrastrutture spa. Pregevole prova di dinamismo, interessante opera di svecchiamento, se non fosse che il ministro dell'Ambiente sarà del tutto escluso e quello dei Beni culturali sarà consultato solamente per il trasferimento di "beni di particolare valore artistico e storico". Tutto il resto (compresi quindi i beni di normale valore artistico e storico. Ma chi deciderà sull'aggettivo da apporre?) è a completa disposizione del ministro dell’Economia. E del suo bisogno di far cassa.
«Il Colosseo non sarà certo venduto» assicura Roberto Cecchi, direttore generale del ministero dei Beni culturali. E c'è sicuramente da crederci. Ma l'area archeologica di Alba Fucens in Abruzzo (per le lettrici e i lettori interessati: quarantamila euro)? E la villa Jovis di Traiano a Capri (già più impegnativa: 89.750 euro)? Cecchi assicura che la situazione non è nuova (la vendibilità teorica risalirebbe addirittura alla legge sui beni culturali del 1939) e la vigilanza sarà massima, ma c'è da chiedersi se sarà semplicemente possibile, visto che tranne eccezioni a decidere della vendibilità del patrimonio sarà esclusivamente il ministro dell'Economia. È particolare il faro di Capo d'Orlando? E l'isola di Sant'Andrea a Gallipoli? Il cavaliere Bongiovanni non io sa e non si da pace: «Quel faro è il simbolo stesso della presenza dello Stato nella nostra città, venderne anche solo una parte equivarrebbe a siglare un atto di capitolazione: di un simbolo farebbero un condominio, magari un locale con vista a mare».


CHI COMPRERÀ IL FARO?
Ne è ovviamente convinto anche Enzo Buontempo, presidente di Legambiente in Sicilia, che in vent'anni di militanza ambientalista di case e di casupole abusive ne ha viste troppe per credere che la proprietà non faccia la differenza. «Capo d'Orlando è cresciuta secondo il motto "sbrigati a tirar su casa che sta per arrivare la sanatoria"; la città, il suo litorale e il suo hinterland sono stati semplicemente massacrati dal cemento senza nessun riguardo per il bene pubblico. Per questo penso che una volta in mano ai privati il faro farebbe prestissimo a trasformarsi in una pizzeria». Per il momento è ancora un faro, campeggia ancora comune, ha già un prezzo ma non ancora un acquirente: «Se proprio andrà in vendita vorremmo comprarlo noi» afferma un albergatore «magari per farne un museo». E risparmiarsi così l'ennesima pizzeria.



IN VENDITA PURE L'ISOLA PROTETTA
Se a Capo d'Orlando temono i ristoratori, a Gallipoli lo spauracchio è ancora senza nome. Anche qui comunque si tratta di vendere: nonostante i vincoli ambientali che riconoscono all'isola di Sant'Andrea lo status di sito di interesse comunitario e di zona a protezione speciale, lo Stato sembra proprio volersene disfare. Ci ha già provato una volta ed è finita con corsi e ricorsi in tribunale. Ci riprova ora con l'Agenzia del demanio, che ha provveduto a inserire l'isolotto tra i "beni disponibili" fissandone il (modico) prezzo d'acquisto.
«Ma non possono venderla» sostiene un artigiano del porto «sarebbe come vendere Gallipoli». E poi venderla a chi? E per farne cosa? Cosa se ne farà un privato di questa distesa di salicornie, di questi cinquanta ettari esposti a libeccio e tramontana che fanno la felicità del gabbiano corso, che qui viene a ritemprarsi e riprodursi, ma non sembrano costituire l'habitat ideale per gli umani (che per ritemprarsi e riprodursi avrebbero a disposizione solo una vecchia caserma della finanza in disarmo)? Elio Pindinelli, memoria storica del paese e vicesindaco della giunta di centrodestra, dice semplicemente che «l'isola deve restare di proprietà pubblica: privatizzare il bene culturale è inammissibile perché da queste parti se lo Stato perde la proprietà perde anche il controllo». A dar corpo alle preoccupazioni del vicesindaco ci pensa Maurizio Manna, capostazione prestato alla causa ambientalista, che immagina già lo stillicidio di moli, muretti, capanni, piani rialzati che potrebbero trasformar un'isola protetta in un pied a terre per pochi eletti o una piattaforma aperta a frotte di gitanti. «E invece quest'area è già destinata a parco naturale. Se teniamo duro ed evitiamo questa svendita sciagurata, l'isola di Sant'Andrea in pochi anni potrà diventare un laboratorio ideale per lo studio degli uccelli migratori e della flora mediterranei allora sì che la si potrà aprire al pubblico e organizzare delle visite guidate per studenti, appassionati e un numero chiuso di turisti». L'impressione è che tutto questo valga qualcosa più dei cinquantamila euro stimati d
demanio.




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