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Vogliono uccidere il Bel Paese
Vittorio Emiliani
L'Unità 17/12/2002

Sarebbe il trionfo dello Stato Accattone sulla Repubblica degli Onesti. Tutti i condoni sono devastanti, nel senso che incidono profondamente sul senso della cosa pubblica - già così debole in Italia – facendo fare ai contribuenti rispettosi delle leggi la figura dei cretini e ai soliti furbi invece la figura dei dritti. Ma il condono edilizio, oltre a questa ferita inferta alle coscienze, ne aprirebbe un'altra, gravissima, nel territorio, nel paesaggio, nell'assetto delle città, nel patrimonio storico-artistico. Sì, anche nel patrimonio storico-artistico, perché, negli ultimi anni, l'abusivismo edilizio (che nulla ha a che vedere con quello "di necessità" di anni lontani) ha invaso, con ville e villoni ben muniti magari di piscina, le aree spesso più pregiate. Ricordiamo: ad Agrigento la Valle dei Templi, a Roma il parco dell'Appia Antica o quello di Vejo, a Capri le ultime pendici ancora vergini. Nel territorio unico, inarrivabile della Regina Viarum, ci sono, per dichiarazione del presidente del Parco regionale del'Appia, Gaetano Benedetto, ben 2.000 domande di sanatoria in attesa e circa 300 casi appena aperti da altrettante edificazioni illegali sorte in data più recente. Il Bel Paese, se passasse il terzo condono edilizio generalizzato della sua storia (i deboli distinguo pronunciati ieri dal vicepresidente del Consiglio Fini non ci hanno affatto rassicurato), compirebbe una regressione politico-culturale delle più disastrose. Ricordo benissimo una inchiesta che compii per il mio giornale nel 1975. Al Nord, se si faceva eccezione per la Liguria e per al- tre zone costiere, l'edilizia illegale, finita la fase delle "coree", delle "case della domenica" nelle grandi periferie industriali, era ormai sconosciuta. Altrettanto si poteva dire per il Centro, fino ai bordi dell'area di Roma, da sempre capitale dell'abusivismo: si calcolava infatti che circa 800.000 dei quasi tre milioni di romani abitassero in alloggi completamente abusivi, non case singole, bensì intere lottizzazioni. Che hanno finito per mangiarsi, a ondate successive, almeno 15 mila ettari di Agro Romano dando vita a borghi, borghetti, lotti e quartieri che oggi sarebbero da "rottamare" e che sono costati alla collettività migliaia di miliardi di lire per risanarli, per portar loro i servizi primati, per farne pezzi appena accettabili di città. I primi dati di riflessione: il consumo scatenato di territorio e di paesaggio, spesso con la rovina definitiva di zone costiere bellissime; la totale indipendenza da piani urbanistici, anzi lo spregio di ogni sorta di vincolo, con autentici disastri ecologici, come quello di Sarno dove tutto era abusivo, strade incluse; l'inquinamento delle aree occupate e dei corsi d'acqua vicini per l'assenza totale di fognature (il Tevere ne ha sofferto e ne soffre); il prelievo indiscriminato di pietra, ghiaia e sabbia, con migliaia di cave abusive divenute sovente discariche non meno abusive; lo sfruttamento di lavoratori, ieri immigrati dal Sud, oggi extra-coumunitari, senza alcun tipo di contratto, di previdenza né di assicurazione infortunistica; la concorrenza del tutto sleale e ingovernabile nei confronti delle imprese di costruzione pienamente legali, e altro ancora. Oltre alla produzione di un'edilizia di pura speculazione, esteticamente oscena (si pensi all'horror di Baia Domizia o a quello della costa calabrese e siciliana, per chilometri e chilometri, senza interruzione), tale da deturpare e rendere irriconoscibile un patrimonio paesistico che è di tutti. V’è di più: chi dice oggi che l'offerta di case illegali corrisponde ad una domanda "sociale", dice il falso. Si tratta infatti, per lo più, di case o ville con 4-5 appartamenti, uno dei quali resta al costruttore illegale e gli altri vengono venduti o affittati a caro prezzo. Oppure si tratta di seconde e terze case costruite a filo di arenile, come le migliori inchieste televisive hanno documentato, da "Sciuscià" ad "Ambiente Italia", a "Bellitalia", a "Report". Si calcola infarti che le case abusive "di necessità" non raggiungano neppure il 5 per cento, e così è da decenni se già nel 1984 (epoca del primo condono, governo Craxi) una vasta indagine del Censis parlava, per Roma, di un 4 per cento soltanto. Le sanatorie generalizzate sono state due, per ora. Quella già citata del 1984, con dilazioni e riaperture di termini, e l'altra del primo governo Berlusconi di dieci anni più tardi. Con questa, del secondo governo Berlusconi, saliremmo a tre. Una autentica vergogna rispetto all'Europa più civile, una esortazione profondamente immorale a violare le leggi, a scaricare sugli altri cittadini, sulle future generazioni i costi sociali (in tutti i sensi) di questa pratica speculativa egoistica e odiosa che ogni vincolo di legge spazza via e polverizza. Del resto, non era stato uno dei motti storici della campagna di Silvio Berlusconi il "ciascuno è padrone a casa sua" ? Eccone, col colossale colpo di spugna del condono edilizio generalizzato, la traduzione nei fatti. C'è bisogno urgente di fare cassa ? Che importa allora del paesaggio, dell'ambiente, delle città disservite, dell'inquinamento, del danno ai cittadini onesti, ai Comuni (che dovranno sanare queste e altre ferite) ? Che importa dei sindaci che hanno lottato contro questo fenomeno con centinaia di abbattimenti (penso a quello, eroico, di Eboli, per esempio)? Trionfa l'italiano furbo, dritto. Trionfa lo Stato Accattone che rastrella un po' di miliardi di euro. Per quest'anno. A danno del Bel Paese, sempre più brutto e rovinato. E poi ? Poi, si vedrà.



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