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Finanziaria spa: i musei ai privati
Giuseppe Chiarante
L'Unità 18/12/2002

I ministri Urbani e Tremonti, e con loro l'intera compagine del governo, sono evidentemente impazienti di demolire il ruolo dello Stato italiano pur sancito tanto chiaramente dalla Costituzione - nei sistema di conservazione e salvaguardia del patrimonio artistico e culturale del nostro Paese. Ecco infatti che dal cilindro del maxi emendamento governativo alla legge Finanziaria 2003, giunta ormai alle ultime battute al Senato, è saltato fuori all'improvviso, senza preannuncio, senza alcuna discussione preliminare, l'ennesimo serpente velenoso: ossia l'emendamento che prevede la possibilità di dare in concessione a soggetti diversi da quelli statali «la gestione di beni culturali di interesse nazionale» (e non, come diceva il testo legislativo sin qui vigente, di «servizi finalizzati al miglioramento della fruizione pubblica e della valorizzazione del patrimonio artistico»).
Non si può davvero dire che l'intento della modifica proposta dal governo non sia chiaro. Cadono infatti tutti i veli con i quali si era cercato di mascherare, prima nell'articolo 22 e poi nell'articolo 33 della Finanziaria dello scorso anno, il disegno di privatizzare la gestione museale. Scompaiono le cortine fumogene che erano state innalzate per rendere ambiguo, dopo l'approvazione, il significato della legge sulla «Patrimonio Spa».
Evidentemente è rimasto senza ascolto l'allarme del mondo scientifico, compresa la denuncia sui rischi della privatizzazione sottoscritta dai direttori dei principali musei di tutto il mondo. E non si è dato alcun peso neppure alla forte preoccupazione espressa dal presidente della Repubblica. Il governo è deciso a procedere su una strada che privilegia una visione aziendalistica e mercantilistica del bene culturale: e non si lascia distogliere da questo proposito. Lo dimostra il fatto che viene lasciata cadere anche la garanzia per i beni di «particolare valore artistico» prevista per la Patrimonio Spa. Che cosa infatti sono, se non questo, i beni culturali di interesse nazionale? Su questo punto non ci sono perciò compromessi possibili: c'è solo da chiedere che l'emendamento governativo sia ritirato. E non si dica - come già ha dichiarato l'onorevole Vegas, sottosegretario all'Economia - che i privati «non ruberanno i beni», perché non si tratta di alienazione di bene pubblico, ma solo della sua gestione. Questo lo sappiamo bene. Ma la gestione privata di un bene non può non influire sui modi del godimento pubblico: e non sarà facile impedire ogni forma di uso improprio, come l'utilizzo dei musei per feste, cerimonie, eccetera.
Ci auguriamo, anche, che il ministro Urbani non torni a ripeterci quello che ha detto mille volte: ossia che la tutela non corre pericoli, perché resterà affidata ai soprintendenti. Ma una tutela efficace non può essere ridotta a una sorta di «alta vigilanza» dall'esterno: essa è efficace quando è ricerca e intervento sul bene culturale, sulla sua gestione, sulla sua salvaguardia e valorizzazione. Se si pensa di affidare ad altri la gestione dei «beni culturali di interesse nazionale», si prende inevitabilmente una strada che porta a mortificare ed emarginare il ruolo dei soprintendenti e, in generale, dei funzionari tecnico-scientifici.
Del resto è tutta la condotta di Urbani al ministero per i Beni Culturali e Ambientali che dimostra una crescente insofferenza nei confronti della competenza scientifico-tecnica. Lasciamo stare il passato, come il non aver sottoposto nessuno dei tanti provvedimenti legislativi ad un organo di consulenza tecnica previsto dalla legge quale il Consiglio nazionale per i beni culturali; o come un'applicazione dello spoils System (una legge comunque sciagurata) che ha portato ad affidare ad un oscuro funzionario amministrativo un incarico di alto rilievo scientifico come la direzione dell'Archivio centrale dello Stato.
Ma è di questi giorni la scelta di una procedura per la cosiddetta «riqualificazione» (cioè per il passaggio da un ruolo all'altro) che consentirà anche a non laureati di accedere a funzioni come quella di direttore di museo: e ciò mentre nella passata legislatura, c'eravamo battuti, con successo, per riservare simili funzioni a chi ha non solo la laurea, ma anche il diploma della successiva scuola di specializzazione.
È chiaro che una logica unica percorre questi diversi provvedimenti: una concezione amministrativa ed economicistica e non già, prima di tutto culturale e scientifica della politica dei beni culturali. Ma è una concezione miope, che mette in pericolo quella che è forse la ricchezza fondamentale (una ricchezza che quando va perduta non è riproducibile) del nostro paese. Per questo non ci si deve rassegnare: occorre l'immediato intervento di tutti i cittadini consapevoli affinchè la proposta di privatizzare la gestione proprio dei principali beni culturali sia esclusa dal maxi emendamento alla Finanziaria.



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