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Scontro sui beni culturali in gestione ai privati
Raffaello Masci
La Stampa 18/12/2002

Se fino ad ora un privato poteva gestire i «servizi aggiuntivi» di un museo, come il ristorante interno o la libreria, dall´anno venturo lo Stato potrebbe affidargli anche il museo medesimo con le opere d´arte che contiene. Il tutto - ovviamente - allo scopo di fare cassa, cosa di cui il governo ha estremo bisogno. Insomma se i beni culturali sono «il petrolio dell´Italia», tanto vale monetizzare questa risorsa. Lo Stato, come la Costituzione prevede (art. 9), non rinuncia certo alla «tutela» di musei, siti archeologici e simili, ma si priverebbe unicamente della loro gestione. La questione però, fanno notare le opposizioni, è di lana caprina, in quanto tutela e gestione di fatto sono la stessa cosa: come faccio - in effetti - a tutelare un bene se non lo gestisco? Da qui la polemica, aspra, durissima, che si è sviluppata ieri per iniziativa soprattutto del senatore dei Verdi Sauro Turroni. Per capire la questione bisogna immergersi nel mare cartaceo della finanziaria e dei suoi emendamenti disseminati di codicilli. In particolare, il comma 49 dell´emendamento 59/2000, voluto dal relatore di maggioranza Lamberto Grillotti, introduce la possibilità di concedere in gestione ai privati i beni culturali che appartengono allo Stato. La controversa proposta dovrebbe essere discussa in Senato oggi stesso, ma da sabato scorso il senatore Turroni sta mobilitando tutte le «coscienze civili» di palazzo Madama, attraverso un tam-tam di e-mail, che già ieri ha prodotto una sollevazione di massa, delle opposizioni per ora ma, secondo lo stesso Turroni, anche di alcuni membri della maggioranza (lo stesso ministro Urbani - secondo Turroni - gli avrebbe detto di condividere la sua battaglia). La guerra dei beni culturali potrebbe dunque essere anche interna alla compagine di governo.


«Se dovesse passare questo emendamento - spiega Turroni - la società di gestione, per esempio, degli Uffizi potrebbe decidere tutto, compreso le opere da prestare, quelle da esporre, quelle da restaurare e quelle da lasciare in magazzino, e perfino quelle da sfruttare per fare pubblicità». Possibile? «Certo che è possibile - rincara Turroni - se per pubblicizzare un cosmetico, per esempio, invece di un´attrice si volesse utilizzare la Venere del Botticelli, chi lo potrebbe impedire?».

Insomma un disastro, una vera capitolazione nella battaglia a tutela del maggior patrimonio culturale del mondo. Il sottosegretario all´Economia, Giuseppe Vegas però minimizza e quasi snobba le critiche dell´opposizione, facendo presente che «gestione non vuol dire mica che i beni culturali li rubano, anzi, se uno conserva un bene e risparmia pure un po´ non mi sembra una cosa da buttare via». La sua replica però ha sortito l´effetto di esasperare ancora di più i paladini del bello e, al fianco di Turroni, sono scesi l´ex ministro dei Beni culturali Giovanna Melandri e tutto lo stato maggiore delle associazioni di settore, con una lettera inviata al ministro Giuliano Urbani. «Nel maxiemendamento - dicono Fai, Italia Nostra e Wwf - si sostituisce il concetto della valorizzazione con la partecipazione dei privati, rischiando di derogare dai compiti e funzioni che riteniamo debbano rimanere in mano pubblica». Inoltre «finora solo i servizi finalizzati alla valorizzazione potevano essere dati in concessione ai privati. Posto che la valorizzazione compete anche alle Regioni e agli Enti locali, non riteniamo che aprire ai privati con un semplice emendamento alla Finanziaria sia sufficiente per temi che meritano un confronto molto più ampio e approfondito». A peggiorare la situazione c´era stata in mattinata anche la bocciatura di un emendamento dei ds che mirava ad introdurre un ticket (di 5 euro) per i turisti mordi-e-fuggi delle città d´arte: una misura di tutela di un patromonio altrimenti esposto a forte usura. Il sottosegretario Vegas aveva contestato l´iniziativa sostenendo che la norma avrebbe impedito la libera circolazione garantita ai cittadini dalla Costituzione, e quindi non se ne faceva nulla. Piccata la replica del senatore ds Stefano Passigli: «Mentre la Finanziaria penalizza gravemente gli enti locali, il Governo si rifiuta di permettere alle città d'arte di far fronte con l'istituzione di un ticket ai costi del turismo giornaliero, che non contribuisce alle entrate, ma impone massicce spese per servizi ai turisti. È un segno di quella disattenzione verso gli enti locali e verso i problemi di una corretta gestione dei beni culturali che sembra il marchio caratteristico di questo centrodestra».




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