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Beni culturali: una politica più aggressiva
L’Arena, Il giornale di Verona, 29/07/2002

Dopo il varo delle grandi riforme, ora è urgente l’approvazione dei regolamenti attuativi per realizzare gli obiettivi indicati.

Il Cantiere dei beni culturali è in fermento. Anche se Vittorio Sgarbi è «sceso» dalla cabina di regìa ed è alla ricerca di un nuovo ruolo da ricoprire. Le questioni principali sembrano queste. Alienazione possibile dei beni culturali: se, quali, a quali condizioni, con quali garanzie. La polemica non si è ancora chiusa. C’è una pausa in Parlamento, visti anche i rilievi fatti dall’Unione Europea, sulla costituzione del Patrimonio Spa. Mentre il gruppo parlamentare dei Ds ha presentato alcune proposte di legge. Una delle quali è stata indicata come un’alternativa alla scelta del Governo proprio in materia di alienazione e valorizzazione dei beni culturali. Insomma ciò che non si è riusciti a fare durante l’ultimo governo di centro-sinistra, per i soliti veti incrociati, si propone che si faccia adesso con un governo di colore opposto. Su questa delicatissima materia assistiamo a quella che Adorno chiamava «l’apologia dell’esistente». In cui cioè tutti i soggetti devono rimanere entro confini e ruoli immutati e definiti: lo Stato, gli enti locali, i privati, le associazioni ambientaliste. Una ferma difesa dello statu quo. Mentre bisognerebbe esplorare la ricerca di nuove soluzioni visto che tutti, o quasi, manifestano insoddisfazione per la situazione attuale. La sfida tra gli opposti schieramenti dovrebbe avvenire su proposte che siano in grado di meglio tutelare e valorizzare i beni culturali senza la presunzione di avere la «ricetta magica», con onestà intellettuale e senza accusare chi non condivide le proprie opinioni di «malefatte» ai danni dei «valori intangibili della nazione». Solo così possiamo ridisegnare i ruoli dello Stato e del mercato in modo efficace e senza pregiudizi, nel rispetto delle rispettive funzioni e delle diverse caratteristiche. Ma se questo è il «primo lotto» del Cantiere subito dopo ve ne è un altro altrettanto rilevante. Riguarda le diverse forme di gestione del patrimonio culturale e le relazioni che ne conseguono nei rapporti fra lo Stato ed il complesso sistema delle autonomie locali, soprattutto alla luce della riforma costituzionale. Qui si sono fatti passi avanti ma alcuni nodi non sono stati ancora sciolti. Le leggi, i regolamenti, di cui disponiamo, consentono di avviare una moderna politica della gestione dei musei e dei complessi monumentali e archeologici. Infatti un museo può essere gestito attraverso una Fondazione promossa da soggetti pubblici, privati e no-profit ovvero attraverso una società di capitali oppure affidando ai privati solo la gestione dei cosiddetti servizi aggiuntivi (bar, libreria, ecc.) o ancora trasferire la gestione a Regioni, Province e Comuni. Detta così non resterebbe che esprimere soddisfazione per ciò che gli ultimi governi hanno saputo predisporre e, qualche volta, realizzare. In realtà le cose non stanno proprio così. Intanto perché manca ancora il Regolamento dell’art. 33 dell’ultima legge finanziaria che consente un maggiore ricorso alla gestione «privatistica» dei beni culturali. Ma soprattutto manca una regìa evidente e chiara. Mi spiego. Se è vero, come è vero, che disponiamo di tutti questi strumenti innovativi allora bisogna che, attraverso una sapiente concentrazione con Regioni, Province e Comuni, il Ministero dei beni culturali individui, almeno per i musei, i palazzi e le aree archeologiche più «importanti», quale modello di gestione si intande perseguire. Lasciando alle Sovrintendenze regionali ed ai rappresentanti degli enti locali il compito di concertare le soluzioni più adeguate per il resto del patrimonio. Oppure valutare le proposte che vengono dal «basso». Oggi non esiste un piano e meno che mai un quadro di certezze. Né per i soggetti privati e no-profit né per le istituzioni locali. Il luogo della concertazione fra Stato, Regioni, Province e Comuni (la cosiddetta Commissione paritetica) risulta incapace di sbloccare una situazione di sostanziale paralisi, determinata da norme complesse e procedure troppo farraginose. Insomma serve un «colpo d’ala», una regìa autorevole. Anche per raccogliere qualche campanello d’allarme che ci viene da una significativa diminuzione di visitatori dei nostri musei, da una certa «stanchezza» del pubblico rispetto alle mostre, da una contrazione dei flussi turistici internazionali. In altri termini comincia ad essere sempre più evidente che non abbiamo una «politica per la domanda», concentrati come siamo solo sul versante dell’offerta culturale. Senza questo processo diventa difficile porre mano ad una rivisitazione della riforma del Ministero, dopo la recente approvazione della delega al Governo da parte del Parlamento. Il Ministero, il suo apparato centrale, sembrano ancora troppo ripiegati su se stessi mentre dovrebbero aprirsi, con metodi e procedure nuove, al sistema della autonomie locali, ai soggetti economici e no-profit. Serve una «politica» innanzitutto; se è possibile più «aggressiva» rispetto a nodi da troppo tempo irrisolti. C’è il tempo per farla, ma guai ad aspettare troppo. E c’è un Ministro che ha le capacità per proporla. Ma cosa si aspetta?

http://www.larena.it/storico/20020729/cultura/D.htm


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