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PONTE SULLO STRETTO - Come la borghesia mafiosa si organizza in vista dei lavori del Ponte
posta della redazione, arrivato il 24 maggio 2008

Scheda intervento per la Rete No Ponte

di Antonio Mazzeo



Da anni vengono lanciati preoccupati allarmi sui tentativi della criminalit organizzata di mettere le mani sullaffare del Ponte sullo Stretto di Messina. Il grande potere criminogeno della mega-opera stato confermato da numerose indagini che hanno evidenziato, da una parte, come le cosche locali puntino ad inserirsi nei sub-appalti, nelle opere secondarie e nellimposizione di pizzo; dallaltra, come la grande mafia internazionale abbia provato a finanziare direttamente lopera, grazie alle enormi disponibilit economiche in suo possesso.


Obiettivo cantieri

Circa il 40 per cento delle opere potrebbe teoricamente alimentare i circuiti mafiosi . lo scenario che emerge da uno studio sullimpatto criminale del Ponte commissionato al Centro Studi Nomos del Gruppo Abele di Torino dallAdvisor della Societ Stretto di Messina. Gli interessi mafiosi potrebbero manifestarsi nella fase di scavo e realizzazione delle fondazioni e della movimentazione terra, ed in questo caso imprese mafiose gi esistenti o pi probabilmente costituite ad hoc potrebbero rivendicare una partecipazione diretta ai lavori.
Identico rischio di penetrazione criminale per quanto riguarda le strutture di ancoraggio dei cavi di sospensione, per le quali previsto un volume di 328.000 metri cubi in Sicilia e di 237.000 in Calabria.
Se si tiene inoltre conto che per la realizzazione del manufatto occorrono in totale circa 860.000 metri cubi di calcestruzzo, il rischio criminalit appare di gran lunga pi elevato, data la tradizionale specializzazione dei gruppi mafiosi in Calabria e Sicilia nel cosiddetto ciclo del cemento.
Ma nellambito dei lavori per i collegamenti ferroviari e stradali, in buona parte previsti in galleria e nelle rampe di accesso al Ponte, che il rischio criminalit ancora pi alto ed evidente.

Un altro settore particolarmente sensibile alla penetrazione mafiosa quello relativo allofferta di servizi necessari per il funzionamento dei cantieri.
Oltre alla tradizionale funzione di guardiana - secondo il sociologo Rocco Sciarrone - i mafiosi cercheranno con molta probabilit di inserirsi nelle fasi di installazione e organizzazione dei cantieri, e successivamente anche nella gestione dei loro canali di approvvigionamento.
dunque ipotizzabile il tentativo di controllare il rifornimento idrico e quello di carburante, la manutenzione di macchine e impianti e la relativa fornitura di pezzi di ricambio, il trasporto di merci e persone.
Nelle mani di mafia e ndrangheta, in pi, potrebbero finire cemento, ferro, finanche il catering e gli alloggi per gli operai.

Questa per una visione minimalista che non tiene conto delle evoluzioni dellimpresa mafiosa e della sua forza finanziaria e di inserimento nei mercati legali.
Nella relazione trasmessa al Parlamento nel novembre 2005, la Direzione Distrettuale Antimafia (Dia), affermava che la mafia pronta a investire il denaro del narcotraffico nella costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.
Nello specifico, le indagini avrebbero accertato che ingenti capitali illecitamente acquisiti da unorganizzazione mafiosa a carattere transnazionale sarebbero stati reinvestiti nella realizzazione di importanti opere pubbliche, con particolare riguardo a quelle finalizzate alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.

Il primo allarme degli inquirenti sugli interessi delle organizzazioni mafiose nella realizzazione dellinfrastruttura risale comunque al 1998. Anche allora fu la Dia a denunciare la grande attenzione di ndrangheta e Cosa Nostra per il progetto relativo alla realizzazione del Ponte.
La Dia approfondiva il tema nella sua seconda relazione semestrale per lanno 2000. Soffermandosi sulla ristrutturazione territoriale dei poteri criminali in Calabria e in Sicilia, si segnalava come le indagini avessero evidenziato che le famiglie di vertice della ndrangheta si sarebbero gi da tempo attivate per addivenire ad una composizione degli opposti interessi che, superando le tradizionali rivalit, consenta di poter aggredire con maggiore efficacia le enormi capacit di spesa di cui le amministrazioni calabresi usufruiranno nel corso dei prossimi anni.

Nel mirino, secondo lorgano investigativo, innanzitutto i progetti di sviluppo da finanziare con i contributi comunitari previsti dal piano Agenda 2000, stimati per la sola provincia di Reggio Calabria in oltre cinque miliardi di euro nel periodo 2000-2006.
Altro terreno fertile ai fini della realizzazione di infiltrazioni mafiose nelleconomia legale aggiungeva il rapporto - rappresentato dal progetto di realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, al quale sembrerebbero interessate sia le cosche siciliane che calabresi. Sul punto possibile ipotizzare lesistenza di intese fra Cosa Nostra e ndrangheta ai fini di una pi efficace divisione dei potenziali profitti .


Dal Canada allo Stretto di Messina via Arabia Saudita

Intanto alcuni faccendieri lanciavano lassalto, per conto delle pi potenti cosche mafiose doltreoceano, alla gara per il general contractor del Ponte di Messina.
Lintrigata ragnatela di interessi venuta alla luce il 12 febbraio 2005, quando la stampa dava notizia dellemissione di cinque provvedimenti di custodia cautelare per associazione per delinquere di stampo mafioso e delle perquisizioni in diverse citt italiane.

I provvedimenti venivano notificati al boss Vito Rizzuto, capo dellorganizzazione legata ai mafiosi Cuntrera-Caruana e sospettato di rappresentare in Canada la famiglia Bonanno di New York, allingegnere Giuseppe Zappia (residente in Canada ma arrestato a Roma), al broker Filippo Ranieri (originario di Lanciano in Abruzzo), allimprenditore cingalese Savilingam Sivabavanandan e allalgerino Hakim Hammoudi.
Linchiesta (denominata Brooklin), coordinata dal capo della Dda di Roma Italo Ormanni e dal pm Adriano Iassillo, sulla base di numerose intercettazioni, individuava unoperazione concepita da Cosa Nostra per riciclare 5 miliardi di euro provenienti dal traffico di droga nella realizzazione del Ponte. Ad ordire le trame il boss Vito Rizzuto, originario di Cattolica Eraclea, figlio di Nicola Nick Rizzuto, personaggio eminentissimo della mafia internazionale.

Stando alle accuse dei magistrati romani, il mafioso italo-canadese si sarebbe avvalso dellimprenditore Giuseppe Zappia che aveva capeggiato una cordata partecipante alla gara preliminare per il general contractor, avviata dalla Societ Stretto di Messina il 14 aprile 2004. Sei mesi pi tardi, tuttavia, la cordata Zappia e un non precisato raggruppamento di aziende meridionali venivano escluse nella fase di pre-qualifica, perch non in possesso dei requisiti richiesti .
Zappia ha negato i contatti con la criminalit italo-canadese e a sua difesa ha prodotto un affidavit, una sorta di accordo sancito con una societ, la Tatweer international company for industrial investiments, in mano ad uno dei principi della famiglia reale dellArabia Saudita . I soldi per il Ponte, cio, dovevano venire dagli immensi profitti del petrolio.

In realt i faccendieri internazionali avevano fatto la spola tra Canada e Arabia Saudita, intrecciando inquietanti relazioni tra mafiosi e sovrani mediorientali, ed avviando i contatti con i manager delle maggiori societ di costruzione in corsa per il Ponte sullo Stretto. La mafia, consapevole delle loro difficolt a reperire capitali freschi per avviare i lavori, si era offerta a metterceli lei e per intero.

Come ha evidenziato Stefano Lenzi, responsabile dellUfficio istituzionale del WWF Italia, lattuale salto di qualit vede la holding mafiosa mettere sul tavolo dei suoi rapporti con le imprese il suo ruolo di intermediatore finanziario, con enormi disponibilit economiche. Un mediatore che non ha nemmeno bisogno di condizionare il general contractor per realizzare lopera con qualsiasi mezzo, ma tenta, addirittura, di diventare esso stesso (attraverso le necessarie coperture) lelemento centrale di garanzia del GC, che dovr redigere la progettazione definitiva ed esecutiva e realizzare linfrastruttura.

Ma pi di tutto, lestablishment criminale aveva colto lalto valore simbolico del Ponte, comprendendo che con il finanziamento e la realizzazione della megaopera era possibile ottenere nuova legittimazione istituzionale e sociale.
Quando far il ponte dir in una telefonata limprenditore Zappia con il potere politico che avr io in mano, lamico (il boss Rizzuto ndr) lo faccio ritornare.

Dal 19 marzo 2006 in corso presso il Tribunale di Roma il processo contro i protagonisti delloperazione Brooklin. In esso, incomprensibilmente, la Societ Stretto di Messina ha scelto di non costituirsi parte civile.

Indipendentemente da quello che sar lesito giudiziario, un verdetto storico inconfutabile: in vista dei flussi finanziari promessi ad una delle aree pi fragili del pianeta, avvenuta la riorganizzazione di segmenti strategici della borghesia mafiosa in Calabria, Sicilia e nord America. Ma non solo.
Dietro tanti dei Padrini del Ponte, infatti, si celano i nomi pi o meno noti di mercanti darmi e condottieri delle guerre che insanguinano il mondo. Quasi a voler enfatizzare il volto moderno del capitale. Saccheggiatore di risorse naturali e dei territori; generatore prima, beneficiario dopo, di ogni conflitto bellico.


Infiltrazioni criminali sui lavori autostradali

In attesa del Ponte, la criminalit organizzata ha scelto di sedere attivamente al banchetto dei lavori di ammodernamento dellautostrada Salerno-Reggio Calabria (oltre 1.200 milioni di euro), lavori appaltati proprio ad alcune delle grandi societ italiane di costruzione che guidano lAssociazione temporanea dimprese Eurolink, general contractor per la progettazione definitiva e la realizzazione del Mostro sullo Stretto.
Per lammodernamento della Salerno-Reggio Calabria, mafia e ndrangheta avrebbero riscosso il pizzo da quasi tutte le aziende coinvolte. Lo ricorda lultimo rapporto su criminalit e imprenditoria di Sos Impresa/Confesercenti. Impregilo, ad esempio, capofila Eurolink, aveva insediato nelle societ personaggi che, secondo gli inquirenti da sempre avevano avuto a che fare con esponenti della criminalit organizzata e con imprese di riferimento alle cosche. Lo stesso sarebbe accaduto con la Societ Italiana per Condotte dAcqua S.p.a., partner del gruppo di Sesto San Giovanni nella costruzione del Ponte sullo Stretto.

Il modus operandi delle due societ stato delineato dallinchiesta condotta nel luglio 2007 dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che ha portato allarresto di quindici persone, tra cui gli esponenti di spicco dei clan Piromalli di Gioia Tauro, Pesce di Rosarno, Condello di Reggio Calabria, Longo di Polistena e Mancuso di Vibo Valentia.
Per i lavori autostradali nel tratto compreso tra gli svincoli di Rosarno e Gioia Tauro, le cosche avrebbero imposto ad Impregilo e Condotte lassegnazione dei lavori e la fornitura di materiali e servizi ad imprese a loro vicine, pi una tangente del 3% sul valore delle commesse.

Spiega Confesercenti: La scelta da parte di entrambe le imprese di investire personaggi discussi della carica di capo aerea della Calabria, secondo gli investigatori non era casuale ed a testimoniarlo vi sarebbero delle conversazioni intercettate e le indagini pregresse che avevano gi portato ad inquisire due professionisti. Nelle intercettazioni risalta la piena consapevolezza delle regole mafiose imposte dalle organizzazioni criminali e ladeguamento ad esse da parte delle grosse imprese, le quali recuperavano il famoso 3% da destinare alle cosche mediante lalterazione degli importi delle fatture.

Ogni intervento sui cantieri era gi stato attribuito a tavolino alle varie cosche, secondo rigide regole territoriali: ai Mancuso toccata la competenza nel tratto Pizzo Calabro-Serra San Bruno, ai Pesce quello tra Serre e Rosarno, ai Piromalli larea tra Rosarno e Gioia Tauro. Le procedure di subappalto erano state avviate ancor prima dellautorizzazione dellente appaltante, il tutto a scapito delle imprese pulite estromesse dalle gare in quanto non gradite allambiente, conclude Confesercenti.
La prefettura di Reggio Calabria aveva sempre negato la certificazione antimafia alle ditte sospette, ma puntualmente esse erano riammesse ai subappalti grazie alle benevoli sentenze del Tar della Calabria.

Destino beffardo quello dei lavori autostradali: il 1 aprile 2005 il consorzio Impregilo-Condotte aveva firmato con la Prefettura di Reggio Calabria e lANAS, un protocollo dintesa per la prevenzione dei tentativi di infiltrazione mafiose durante la realizzazione dellopera. Le due societ si erano impegnate, in particolare, ad adottare tutte le misure del caso atte ad evitare affidamenti ad imprese sub-appaltatrici e sub-affidatarie nel caso in cui le informazioni antimafia abbiano dato esito positivo, e ad effettuare controlli, verifiche e monitoraggi per scongiurare l'intromissione di imprese irregolari, forme di caporalato o lavoro nero.
Chiss cosa faranno per il Ponte...


E il certificato antimafia?

Nelleuforia generale post-elezioni dove vincitori e sconfitti preannunciano il riavvio delliter progettuale ed esecutivo della megainfrastruttura tra Scilla e Cariddi, finita nelloblio una vicenda inquietante che in uno Stato di diritto, perlomeno avrebbe dovuto imporre a forze politiche, imprese, organizzazioni sindacali e sociali, organi giudiziari, una pausa di riflessione sullintero sistema delle Grandi Opere.

Nella primavera 2008, infatti, stato negato il certificato antimafia alla societ Condotte, terza in Italia per fatturato e in gara oltre al Ponte per lAlta Velocit ferroviaria e il Mose di Venezia.

Il fatto stato reso noto direttamente dallallora ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro.
Nei giorni scorsi - ha spiegato il ministro - avevo segnalato al ministero dellinterno come dalle indagini della Direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria e di altri organi investigativi era emerso uno stretto legame tra la societ e la criminalit organizzata calabrese, in particolare in merito alla gestione di alcuni cantieri dell'autostrada Salerno-Reggio Calabra e della nuova strada statale 106 Jonica.


Alla mia segnalazione - ha proseguito Di Pietro - il ministro Amato ha risposto rendendomi noto che a seguito del parere del comitato per lalta sorveglianza, attivo presso il dicastero dellinterno, il prefetto di Roma ha adottato, lo scorso 20 marzo un provvedimento di diniego della certificazione antimafia nei confronti della societ Condotte.
Tutto questo ho tempestivamente comunicato allANAS - ha concluso il ministro - oltre che agli altri organi competenti, affinch adottino tutti i provvedimenti del caso, in merito ai cantieri della A/3 e della 106, ma anche in relazione ad eventuali altri rapporti contrattuali, gestiti da controllate o dalle concessionarie autostradali.

Il nulla osta antimafia richiesto nelle distinte fasi dellappalto e non solo allinizio e serve per ottenere i pagamenti in ogni fase di avanzamento dei lavori. Anche se ogni prefettura autonoma nella valutazione discrezionale sul provvedimento, buon senso impone che le altre prefetture vi si adeguino, negando la certificazione per gli altri appalti ricadenti nella loro giurisdizione.

Il provvedimento di revoca del certificato antimafia stato pure commentato dal prefetto Bruno Frattasi, alla guida del Comitato di sorveglianza sulle grandi opere. Frattasi, in particolare, ha fatto riferimento a numerose verifiche del gruppo interforze di Reggio Calabria, che ha visitato pi volte i cantieri trovando un contesto ambientale inquinato.
Si pure appreso che sempre in data 20 marzo 2008, la stessa Prefettura di Roma ha provveduto ad invitare la capofila Impregilo a procedere alla estromissione, con eventuale sostituzione, della Societ Italiana per Condotte dAcqua S.p.a. dalla propria compagine sociale nel termine di trenta giorni, pena il recesso del contratto ai sensi dellart. 11, comma tre, del DPR 3.6.1998, n. 252.

A seguito della comunicazione del ministero delle Infrastrutture, lANAS ha provveduto in data 2 aprile alla revoca di tutti i contratti con Condotte, ma il diniego stato poi tamponato con un ricorso della societ di fronte al Tribunale amministrativo regionale del Lazio, che l11 aprile ha concesso la sospensiva del provvedimento, in attesa della causa di merito.

Al colosso delle costruzioni italiane non comunque mancata la piena solidariet dellassociazione di categoria dei general contractor, lAGI (Associazione Grandi Imprese).
Un suo comunicato recita che la revoca dei contratti avrebbe effetti di devastante gravit per una delle maggiori, pi antiche e pi qualificate imprese del settore. Per la cronaca, vicepresidente di AGI lingegnere Duccio Astaldi, vicepresidente di Condotte dAcqua.

Con la mafia, parole dellex ministro delle Infrastrutture Lunardi, si deve pur convivere.
Cos, forse, nessuno richieder pi il certificato antimafia a chicchessia. Oggi, di certo, nessuno ritiene tuttavia ingombrante sedere accanto ad unimpresa fortemente censurata dallautorit giudiziaria e dai ministri di un esecutivo. Nelle isole Eolie, ad esempio, Condotte dAcqua ha costituito da poco una societ mista con il comune di Lipari, la Porti di Lipari S.p.a., per la realizzazione di un devastante programma di porti e porticcioli.
Grande sponsor delliniziativa lintero stato maggiore di Alleanza Nazionale nella provincia di Messina.

Lassedio allo Stretto continua.



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