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in difesa dei beni culturali e ambientali

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La privatizzazione del patrimonio culturale
Rita Borioni
Scuolanews n°3 30/05/2002

È iniziato il conto alla rovescia per la definitiva conversione in legge del decreto 63/2002 (Atto Camera 2657a / Atto Senato 1425), che dovrà essere approvato dal Senato entro il prossimo 16 giugno.
Passato quasi sotto silenzio, questo decreto muterà, una volta per sempre temiamo, lo stato giuridico del nostro patrimonio culturale e ambientale che verrà se non propriamente privatizzato, almeno sottratto alla proprietà pubblica in senso stretto.
Ma cosa prevede questo decreto?
All’articolo 7 si stabilisce l’istituzione della Patrimonio dello Stato spa,, società a totale capitale pubblico, le cui azioni sono attribuite al Ministero dell’Economia. A questa spa sarà trasferita la proprietà sui beni immobili facenti parte del patrimonio disponibile e indisponibile dello Stato, dei beni immobili del demanio e di tutti i beni compresi nel conto generale del patrimonio dello Stato. Si tratta quindi dei beni dello stato, anche di quelli che il legislatore, in tempi remoti, ha definito indisponibili e dei beni demaniali che, per definizione, sono inalienabili: quindi anche i beni culturali e i beni ambientali.
Il passaggio alla Patrimonio spa rappresenta, secondo il governo, il modo per migliorare la valorizzazione, la gestione e per alienare il patrimonio dello Stato.
Lascia perplessi che sia il Ministro dell’Economia a dover decidere quali debbano e possano essere i criteri e i principi per valorizzare il patrimonio culturale e ambientale pubblico. Cosa ne faremo del Ministro per i beni e le attività culturali e del Ministro dell’Ambiente? Nulla o quasi nulla, visto che secondo il decreto, il ministro Urbani dovrà solo assentire al trasferimento dei beni fino ad oggi affidati al suo ministero, mentre al Ministro Matteoli non avrà neanche questa incombenza. Il Ministro Tremonti deciderà se, come, quando e cosa trasferire alla Patrimonio spa: le coste, i laghi, i fiumi, le spiagge, i monumenti, i siti archeologici. A sua volta la prima società darà vita ad una seconda, la Infrastrutture spa, alla quale trasferirà i beni. La Infrastrutture spa userà il patrimonio (già) pubblico come garanzia di prestiti – che gli giungeranno da parte di intermediari finanziari o di banche per finanziare le Grandi Opere.
Quindi i beni, per i quali verrà stabilito un prezzo, garantiranno i prestiti dei quali lo stato ha bisogno per avviare il suo programma di infrastrutture.
Ma se i beni in questione sono inalienabili, cosa accadrà se la Infrastrutture spa non vorrà o non riuscirà a rimborsare i prestiti? Come si concilierà l’inalienabilità dei beni - in particolare dei beni culturali e ambientali definiti nel Testo Unico - con il fatto che per il diritto privato in caso di insolvenza del debitore il bene dato in garanzia passa al creditore? La piena disponibilità delle nostre coste, dei monumenti, dei palazzi storici è a rischio? E infine, perché a nessuno è mai venuto in mente di ipotecare un’autostrada per investire sulla cultura?

Si tratta di un’operazione a dir poco complessa, che ha suscitato la perplessità e la preoccupazione di molti, non ultima la Corte dei Conti, la quale ha sottolineato il rischio che i beni pubblici siano esposti ai rischi del mercato, senza contare che non sono affatto chiari i vantaggi che lo stato ne trarrà.
È grave che i beni culturali e ambientali nazionali saranno quindi garanzia per ottenere finanziamenti dei quali il patrimonio culturale e ambientale, non godrà direttamente.
Ma anche al di là dei rischi concreti, è gravissimo il significato simbolico che questo provvedimento porta con sé. È la deresponsabilizzazione dello stato rispetto al patrimonio culturale ed ambientale che gli è affidato; la rinuncia al suo diritto dovere di valorizzare e gestire (in proprio o in collaborazione con altri) quel patrimonio; il tradimento dei principi che vogliono che il patrimonio culturale e ambientale venga trasmesso, il più possibile integro alle future generazioni.
E’ uno stato che non vuole spendere per la cultura e per l’ambiente, ma che al contrario le ipoteca e le usa strumentalmente per far quadrare i suoi conti.
È uno stato che non è in grado di discernere quanto il nostro patrimonio culturale e ambientale, già ora, anche nella situazione talvolta precaria di conservazione e valorizzazione in cui si trova, produce una ricchezza inestimabile, in termini culturali e quindi economico finanziari.
Ma evidentemente questo il governo non riesce a vederlo.

http://www.forminform.it/files/tab2/valuta/iva03052.htm


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