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I Beni culturali non sono una Spa
Cesare De Seta
la Repubblica, 21/4/2004

Alcune settimane fa il Ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani ha preso cappello e non ha partecipato alla seduta del Consiglio dei ministri perch i suoi colleghi Tremonti e Lunardi gli hanno soffiato dal piatto fondi di sua stretta competenza destinati a sostenere il cinema di qualit. Questo episodio riconduce ad analoghe operazioni finanziarie a danno di ministeri "deboli" come quello di Urbani o della Moratti: manovre economiche di un governo che non sa come mettere le toppe al bilancio.
Il nuovo Codice dei Beni culturali nato in questo clima che potremmo definire del ruba mazzetto ed esso nulla di buono lascia prevedere per il futuro, perch i Beni culturali sono tradizionale anello debole nella catena ministeriale. Va ribadito che essi non sono una nozione giuridica con articoli, comma e codicilli sono una realt concreta e viva fatta di affreschi, dipinti, architetture, aree archeologiche, biblioteche, musei, contesti paesistici che sono l'anima d questo paese singolare che l'Italia. Una realt che seppero riconobbero Cervantes e Berkeley, Goethe e Montesquieu.
L'unico codice che dovrebbe guidare la politica dei governi dovrebbe essere un codice d'onore largamente condiviso, capace di rendere giustizia a una immensa e irriproducibile ricchezza, proteggendola dagli appetiti pubblici e privati, facendo in modo che essa possa essere trasmessa alle future generazioni in condizioni migliori e in proporzioni accresciute.
Il nuovo Codice purtroppo non risolve le macchinosit gi presenti nella legislazione, anzi se mai le complica ulteriormente con l'arte degli Azzeccagarbugli: introducendo insidiosi principi che assumono la funzione dei doppi fondi di antiche etagre. Il pi clamoroso caso di doppio fondo quello della definizione del bene culturale: dopo tale premessa il codice dovrebbe dirci come tutelare, restaurare, incrementare questo pubblico patrimonio. L'attesa delusa perch il codice ci spiega in illogica sequenza come si possa alienare quello stesso patrimonio dalla pubblica propriet. Ribaltando cos gli intenti della legislazione italiana che, dagli inizi del Novecento ai nostri giorni, volta ad affermare l'inalienabilit dei beni culturali. Qui, al contrario, si afferma un'idea perversa: disponendo di beni culturali in abbondanza proviamo a trarne danari immettendoli sul mercato con marchingegni giuridici. A tal fine fu varata la Patrimonio Spa: la pi recente nata la Societ Arcus i cui fini non sono ancora ben chiari visto che essa una partnership tra il ministero dell'Economia e quello dei Beni culturali: vale a dire il lupo e l'agnello.
Il principio della commerciabilit dei beni culturali fu prontamente respinto dal Presidente Ciampi in una lettera al presidente del Consiglio in data 15 giugno 2002. Il Codice se ne infischia di queste preoccupazioni e cos bellamente si fa beffa dell'art. 9 della Costituzione. Dunque lo Stato si presenta sul mercato come un qualunque imprenditore e privatizza taluni suoi beni perch li ritiene un'utile fonte di risorse economica. Gi prevedo tele vendite di beni culturali, magari battute da Bruno Vespa. Questa pratica viene accelerata con una mostruosit giuridica che il principio del silenzio-assenso previsto dall'articolo 27 del decretone della finanziaria: qualora si voglia alienare un bene di propriet pubblica le competenti Soprintendenze hanno 120 giorni di tempo per valutarne la qualit di bene culturale. Se non giunge risposta il bene potr essere alienato e perder definitivamente la possibilit di essere riconsiderato di interesse culturale. Una Waterloo di tal genere per i beni culturali non s'era mai vista. Un principio perverso che ritroviamo pari pari nel Codice e che assume la forza di un dirompente ciclone quando la privatizzazione sar operante, favorita dalla debolezza delle Sovrintendenze a reggere la forza d'urto delle domande. Ci si aspetterebbe a tal punto che il Codice preveda il potenziamento degli organici tecnico-scientifici: c', al contrario, un indebolimento. La Patrimonio Spa il volano di questa pratica che sovverte il ruolo dello Stato e lo dispone a un ruolo mercantile, del tutto improprio al supremo custode del patrimonio della Nazione. Un tale indirizzo non solo contraddice l'articolo 9 gi ricordato, ma anche la sentenza della Corte Costituzionale (151/186) che sancisce la primariet del valore estetico su quello economico. Il coro di dissenso che una tale norma ha suscitato andato ben al di l dei confini nazionali e delle polemiche di partito: l'Associazione internazionale di archeologia classica e l'ex ministro dei Beni culturali Fisichella hanno espresso con grande chiarezza il loro dissenso.
Il Codice non ha alcuna capacit di risolvere alcuni gravissimi problemi come quello innescato dalla riforma del Titolo V della Costituzione sui rapporti tra Stato e Regioni. Sicch ci troveremo dinanzi a venti modi di restaurare un affresco o un palazzo o scavare in un'area archeologica per quanto sono le regioni. Da un lato la tutela dall'altro la valorizzazione, questo stolto principio doveva essere disinnescato in qualche modo dal Codice che ha la pretesa di mettere ordine nell'intero sistema dei beni culturali. D'altronde l'art. 117 della Costituzione dice chiaramente che, quanto al rapporto tra Stato e Regioni, le competenze sono tutte dello Stato, salvo esplicite e tassative deroghe. Ma a guardare bene questa logica del tutto coerente con il principio del silenzio-assenso, con il principio della alienabilit dei beni dello Stato salvo deroga, della trasformazione dello Stato da tutore dei beni culturali a lenone degli stessi beni.
Un ultimo punto merita d'essere sottolineato: il Codice dei Beni culturali stato elaborato dal ministro e dai suoi esperti, ma non stato sottoposto al Consiglio Nazionale dei Beni culturali rieletto solo 8 mesi fa nel quale figurano rappresentanti delle autonomie locali e regionali, storici dell'arte, docenti universitari che sono poi le gambe sulle quali una tale riforma dovr procedere. Il Consiglio, sia pur organo consultivo, non stato convocato neppure per una presentazione formale; in Camera e al Senato l'approvazione del Codice ha impiegato qualche ora. Qui la responsabilit va divisa tra governo e opposizioni, che pure avevano l'opportunit di puntare i piedi trattandosi di argomenti delicati che avrebbero meritato un approfondito dibattito.
Non si pu in questa sede affrontare il tema della tutela del paesaggio, ma si pu ben dire che rispetto alla tradizione giuridica dalla legge Bottai a quella Galasso c' una netta inversione di tendenza ed essa volge ancora una volta al peggio.
Mi chiedo come si possa sostenere che il Codice va comunque considerato un passo avanti a tutela del nostro patrimonio d'arte e di cultura. E mia debole opinione che esso sia un passo verso la tomba di tale tesoro che non propriet di questo governo o di questo ministro, ma parte essenziale e irrinunciabile della nostra civilt.



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