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I falsi miti del cambiamento. Beni culturali nel caos
Dario Nardella
la lente, 24/5/2004

C riformismo e riformismo. Quello del Ministro Giuliano Urbani una sorta di riformismo ossessionante e ossessionato, dettato dallobiettivo di rimettere le mani in tutti i settori della vita culturale del paese per cancellare ogni traccia dellattivit del governo precedente e lasciare un segno a beneficio dei posteri, ad emulazione della celebre stagione delle riforme Bottai del 1939.

Dal codice dei beni culturali alla riorganizzazione del ministero, dalla Patrimonio dello Stato spa al cinema, dagli appalti pubblici alla ripartizione del Fondo Unico per lo Spettacolo, non c angolo delluniverso culturale italiano dove non sia intervenuta una legge, un decreto legislativo, un decreto legge in questi ultimi tre anni. Purtroppo, come noto, nel nostro Paese si cominciano a sfornare leggi e leggine quando non si riesce a risolvere realmente i problemi. E allora sorgono le domande. Serve davvero tutta questa nuova legislazione? Si rispettato il nuovo dettato costituzionale del titolo V modificato nel 2001? E rientrato lallarme della svendita del patrimonio culturale? Si sono risolti gli annosi problemi come lassenza di risorse, la mancanza di organico, linefficienza dei servizi?

Il tema di fondo proprio questo, ossia il rischio che le riforme normative improntate nellattuale legislatura da un lato incidano sul sistema come acqua sulla pietra, dallaltro introducano elementi di ambiguit ulteriori rispetto al passato. Andando per ordine, non v dubbio che il nuovo codice dei beni culturali e del paesaggio entrato in vigore il primo di maggio, costituisce un valido testo in cui si riorganizza e si innova la disciplina previgente. E vero, infatti, che le nuove definizioni di bene culturale e delle funzioni di tutela e valorizzazione (tra di loro profondamente intrecciate) appaiono migliori rispetto al passato e in sintonia con la recente giurisprudenza della Corte costituzionale. vero anche che si introducono per la prima volta articoli espressamente rivolti alla cooperazione tra Stato, Regioni ed enti locali, che si aprono nuovi spazi relativi alla fruizione e alla promozione come nel caso delle sponsorizzazioni e dei progetti con le fondazioni bancarie. Cos come vero che non mancano aspetti negativi e preoccupanti come la conferma dellormai noto meccanismo del silenzio-assenso nella verifica dellinteresse culturale del bene, finalizzata alleventuale alienazione dello stesso, come la permanenza di sedi e strumenti concreti per sostanziare lo stesso rapporto tra Stato e Regioni. Ma al di l di tutto questo permane un difetto di fondo: il nuovo codice vive coma una monade in un sistema di cui si disinteressa, a cominciare dal modello organizzativo. Non a caso negli stessi giorni stata approvata la riforma del Ministero senza alcun riferimento di collegamento, come a dire che le funzioni e gli strumenti siano due ambiti incomunicabili e pertanto da disciplinare in leggi differenti.

Il risultato lassenza di un modello unico, limpossibilit di verificare lefficacia degli strumenti innovativi del codice a causa dei limiti organizzativi dei soggetti competenti, limpedimento a migliorare il rapporto tra i diversi livelli istituzionali per il quale stata s prevista una nuova normativa, salvo dimenticare come attuarla in concreto.

Se poi oltre a questo scenario di riforme aggiungiamo che il proliferare di soprintendenze speciali e di nuovi profili dirigenziali (a proposito cosa succeder con il neo-centralismo regionale del ministero?) non trova alcuna sintonia con un modello organizzativo ministeriale razionale e capace di dialogare con gli enti locali. Che la tradizione e la qualit degli istituti centrali, come lOpificio delle Pietre Dure a Firenze, sono messi a margine. Che la totale indifferenza del Ministro Giulio Tremonti verso la protezione dei beni culturali tender a rimpiazzare le risorse pubbliche con un improbabile modello privatistico di valorizzazione economica del patrimonio. Che finito il tempo per le centinaia di lavoratori precari dei musei di sperare in unulteriore proroga per il loro lavoro. Che gli Archivi di Stato non hanno pi gli occhi per piangere.

Se pensiamo a tutto ci, ci accorgiamo che, pi che lincapacit di disegnare un progetto, vi forse unindifferenza di fondo dellattuale governo rispetto al sistema di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano e a tutto ci che ne consegue in termini di crescita della coscienza critica dei cittadini, come direbbe Massimo Severo Giannini, a proposito del ruolo dei beni culturali nella nostra civilt.


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