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Crolla la diga italiana in Etiopia inaugurata da Frattini il 13 gennaio
di Chiara Paolin
“Il Fatto Quotidiano”, 9 feb. 2010


Il 13, stavolta, ha portato sfortuna. Il tunnel di 26 chilometri inaugurato dal ministro degli Esteri Franco Frattini a gennaio nel bacino del fiume Omo, nel cuore dell'Etiopia, è già fuori uso. Colpa di “un imprevisto geologico” spiegano dal colosso Salini Costruttori che ha realizzato l'opera nell'ambito di un mega progetto per la produzione di energia elettrica. E a garantire nuove alleanze col paese africano.
Il tunnel crollato si chiama Gilgel Gibe II e collega la diga Gilgel Gibe I, che si trova a monte, con il fiume Gibe. Si tratta in pratica di un'enorme condotta destinata a produrre energia elettrica per una vasta area del paese, un solido investimento italiano nei delicati equilibri della zona. Non a caso l'Unesco ha dichiarato la valle dell'Omo Patrimonio dell'Umanità per il suo patrimonio di biodiversità. L'opera ci è costata 220 milioni di euro, il contributo più consistente, secondo a quello della Banca europea per gli investimenti (50 milioni) e ai 104 milioni stanziati dal governo etiope. Un'operazione tenuta sottocchio fin dal principio dall'associazione Crbm (Campagna per la riforma della Banca Mondiale) per il timore che le questioni ambientali e antropologiche venissero ignorate. I problemi evidenziati erano diversi: unambientenaturalefragile, una popolazione già provata dalla costruzione della diga (10mila sfollati), un sistema sociale dove corruzione e sopraffazione sono la norma. Spiega Caterina Amicucci, Crbm:“ "”Si è trattato del più grande credito d'aiuto mai erogato nella storia del fondo rotativo, ma è stato deciso basandosi su valutazioni fortemente negative dei ministeri e degli organi competenti. Oltretutto venne concesso a contratto già firmato tra la Salini e il governo etiope, contravvenendo a tutti gli standard nazionali e internazionali sulla trasparenza e la concorrenza”.
Eppure il governo italiano ha deciso di procedere spedito mettendo la bandierina tricolore su un sito ritenuto evidentemente troppo strategico per calcolare tutti i rischi connessi. Anzi, l'opera è stata consegnata addirittura “con sei mesi di anticipo” rispetto alla scadenza naturale, fa notare un comunicato aziendale. Amicucci però non è convinta: “Gilgel Gibel dimostra che usare le scorciatoie non aiuta davvero lo sviluppo. Anzi, semmai è proprio così che arrivano i disastri. Le comunità coinvolte hanno subito un graduale impoverimento, le famiglie sono state insediate in una zona semi-paludosa, poco fertile. L'aumento della densità di popolazione ha creato un conflitto con le comunità residenti per la gestione dei pascoli, il tutto nella totale mancanza di servizi di base. Nonostante le abitazioni siano sovrastate dai cavi dell'alta tensione, non c’è luce né acqua corrente. Gli accordi parlavano di nuove scuole, invece si sono limitati a ristrutturare le vecchie, che ora devono gestire fino a 1.100 studenti. E molti vivono a due ore di cammino”.
Ma non è finita, perché è in costruzione anche il Gilgel Gibe III, una nuova diga che prevede un salto di 240 metri. Costo: 1,4 miliardi di euro. Chissà se anche stavolta l'apporto italiano sarà determinante.



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