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Dieci mesi dopo il terremoto, a L’Aquila mancano strutture pubbliche per ospitare gli universitari
di Chiara Paolin
“Il Fatto Quotidiano”, 9 feb. 2010

Studenti senza tetto.

La promessa, solenne, arrivò lo scorso 3 novembre: “Entro tre mesi avremo mille nuovi posti letto per gli studenti L'Aquila: la metà nella Caserma di Campomizzi, altri 500 nelle casette di legno”. Parola del rettore Ferdinando Di Orio in uscita dalla Conferenza dei servizi sulla residenzialità studentesca che aveva messo a tavolino proprio tutti: Università, regione, comune, Azienda di diritto allo studio e soprattutto l'immancabile Protezione civile. In cassa, i 16 milioni di euro promessi dal ministro Gelmini e tutti i fondi ordinari e straordinari dirottati sull'emergenza.
Ora però il tempo è scaduto, e nella sede dell'Udu, Unione degli Universitari, il bilancio è sconsolato: “In realtà non è successo nulla. Al momento c'è solo una struttura a nostra disposizione, l'ex scuola superiore Reiss. Cioè 211 posti, più altri 80 promessi giusto in questi giorni. Speriamo siano veri, la situazione è pessima. Basti dire che la Reiss non ha nemmeno la mensa. Quelli di lettere fanno i chilometri tra la stanza, le aule, la mensa e ritorno. Si passa la vita ad aspettare l'autobus”. Le iscrizioni per l'anno 2009/10 sono state 23 mila, un calo del 20%. Merito di un polo universitario credibile, e soprattutto del fatto che gli studenti stavolta non pagheranno le tasse. Ma il risparmio se ne andrà in fumo per tutti quelli che decideranno di prendere casa: circa 8 mila studenti vorrebbero fermarsi in città. “Semplicemente impossibile – spiega Michele Di Biase, dell’Udu – I posti sono pochissimi sia nelle case universitarie che negli appartamenti privati. E chiaramente i prezzi sono schizzati alle stelle. Le camere gestite dall’università vanno esaurite in un attimo, le liste d'attesa sono eterne, e se si cerca casa in giro, anche spostandosi, la singola costa almeno 200-250 euro al mese, mentre un posto in doppia o tripla non viene via per meno di 150 euro. Già a luglio, dopo il G8, avevamo proposto l'unica vera soluzione: aprire la caserma della Guardia di finanza agli studenti: 3.500 posti, una svolta. Ma lì dentro ci sono ancora gli sfollati, idem alla Campomizzi. Per chi studia non c'è posto”. In realtà ci sarebbe anche la Casa Carlo Borromeo, un prodigio della bioedilizia sorto in soli 87 giorni grazie all'impegno della Regione Lombardia: 6,3 milioni di euro. Fu Roberto Formigoni in persona a inaugurare i 120 posti: legno ovunque e design nordico, ma in questo caso nessuna lista d'assegnazione, nessun criterio stabilito dall'università (reddito, meriti scolastici). La struttura è gestita dalla Curia, che diventerà tra trent'anni proprietaria anche del terreno, reso edificabile a tempo di record. Un’operazione che non ha convinto molti, a partire dalla Corte dei Conti della Lombardia che vorrebbe capire se l'utilizzo di fondi regionali sia un buon investimento vista la cospicua dote finale per la Chiesa (e non per i lombardi). Ma anche l'Adsu, l'Azienda per i diritti degli universitari dell'ateneo abruzzese, ha protestato: perché non lasciar gestire la San Borromeo all'Università anziché ai sacerdoti? Il Tar, presso il quale è stato depositato apposito ricorso, non ha ancora risposto. Nel frattempo i ragazzi de L’Aquila hanno subìto un’altra doccia fredda: il bando lanciato dall'Università per realizzare una nuova casa da 600 posti, il Casale Calore di Coppito, è saltato. Ritirato a fine gennaio per una serie di errori e incongruenze definite “tecniche”. L'idea era quella del project financing: terreno dell'università, costi di costruzione accollati in gran parte a un privato (15 milioni su 20) cui cedere gli incassi per trent'anni, e poi ritorno dell'immobile ad asset scolastico. Spiega la prorettrice Giusi Pitari: “Purtroppo il bando non era perfetto, cercheremo di riformularlo, ma certo i tempi si allungano. É una risposta che vogliamo dare ai giovani e alla città: L'Aquila deve investire molto di più nello studio, questa risorsa è fondamentale da tutti i punti di vista. Perché non abbiamo ancora un piano per ricostruire la Casa dove sono morti i nostri studenti? Perché il fondo Gelmini non viene impiegato per quello che, simbolicamente e tecnicamente, sarebbe il gesto più importante della ricostruzione? Ora dobbiamo preoccuparci di trovare un letto agli studenti, e sperare che la giustizia possa trovare i responsabili della strage. Mi auguro che il governatore Chiodi sappia finalmente mettere in primo piano questo progetto”. E poi, c'è sempre un campanile che spunta: “I soldi ci sono. Usiamoli subito e bene. La regione ha appena assegnato a Teramo, città di cui Chiodi è stato a lungo sindaco, i soldi necessari a completare la sua casa dello studente. Noi qui non saremo tranquilli finché non vedremo in piedi quella de L’Aquila”.



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