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FIRENZE - A Ravello c'è un'onda e un'idea per Firenze
di ANTONIO GODOLI*
09 FEBBRAIO 2010 CORRIERE FIORENTINO


* 9 feb 2010
* Firenze
*RAVELLO E



Percorrendo la costiera amalfitana da Vietri, arrivati a Maiori, non è difficile distinguere in alto, sul monte di Ravello, una costruzione tutta bianca: è il nuovo auditorium appena inaugurato. Ad alcuni dei partecipanti al convegno che si è svolto lì il 30 gennaio è sembrato di scorgervi la forma di un’onda, ad altri quella di un foglio di carta o, ancora, quella di un’unghia. La sua presenza è, senza dubbio, evidente e rilevante, ma commisurata al paesaggio, delicatamente posata sugli antichi terrazzamenti, con un forte sbalzo quasi sospesa, a galleggiare nello spazio sotto al quale si apre un panorama magnifico; come nel celebrato Museo di Arte Contemporanea a Niteroi sulla baia di Guanabara a Rio de Janeiro, cosa che ha fatto dire all’architetto Oscar Neimeyer: «Così il mare di Rio arriva fino a Ravello».

Al pari dei teatri della Magna Grecia lo sguardo dello spettatore, attraverso i grandi occhi aperti nel guscio di calcestruzzo, si rivolge verso il mare, anzi qui precipita nella scogliera di sotto. La forma del costruito, come in tutte le opere di Neimeyer— «l’architettura deve adattarsi alla natura senza modificarla» — asseconda nelle sue linee plastiche la morfologia e la geometria delle colline intorno, ritrova le curve del paesaggio circostante. Lui non è mai venuto a Ravello (si sa che l’architetto non ama viaggiare) ma la sua precisa richiesta, durante la stesura del progetto, di far rilevare e misurare ogni porta delle vecchie case di Ravello, manifesta un sincero desiderio di appropriarsi del luogo.

Uno dei temi della sua architettura è il rifiuto della linea diritta, della perpendicolarità; invece delle tradizionali linee rette e perpendicolari o delle superfici piane, troviamo nelle sue opere linee curve, superfici curvate e ondulate. Fino a giungere, come vediamo a Ravello, ad una particolare leggerezza e rarefazione dell’incontro fra copertura e basamento.

Oscar Neimeyer, la cui fama spazia ovunque, non fa però parte della categoria delle archistar; non solo per la ricchezza e profondità di rapporti sociali, culturali, politici che egli ha potuto tenere con figure di spicco lungo il corso di quasi un intero secolo (è nato nel 1907) ma per la scelta professionale che segna tutta la sua vita e caratterizza le centinaia di opere che ha creato nel suo paese e in tutto il mondo.

Lo scopo dell’architettura per lui non è la bellezza, è il raggiungimento e l’espressione della verità. «L’architettura — dice nell’intervista raccolta da Achille Bonito Oliva nel centesimo compleanno dell’architetto — deve bilanciare le sue forme innovative con la funzione. Non è una disciplina che può fermarsi al piacere dell’involucro o alle apparenze. Credo che debba promuovere una nuova ospitalità all’uomo moderno e trovare un equilibrio tra il naturale e l’artificiale, tra l’organico e il costruire. Un’armonia difficile da raggiungere ma verso cui tendere».

Siamo all’opposto dell’odierna ricerca, fine a se stessa, dell’immagine e dell’apparenza in architettura. Per lui la bellezza è semmai «sorpresa ed emozione», la sua sigla sta nel messaggio etico del costruito. E’ il messaggio dell’utopia che si tradusse in realtà con la fondazione di Brasilia alla quale partecipò, utopia che ancora oggi il Brasile emolti Paesi dell’America latina non abbandonano.

Sarebbe interessante allora, e questo sarà il nostro impegno, che proprio a Firenze, dove si svolsero in palazzo Strozzi fra gli anni ’50 e ’60 le memorabili mostre di Wright e Le Corbusier, si aprisse un’esposizione sul lavoro e sulle opere dell’architetto; tenendo amente la sua preoccupazione che la scuola prepari i giovani prima che ad una professione «ad essere uomini»; e dal racconto della sua vita c’è, in questo senso, molto da imparare.

Come negli altri anche in questo lavoro Niemeyer mette in primo piano il valore della collettività, della funzione sociale dell’architettura, in questo senso caricata sì di forme ma simboliche e significanti. Non vi è differenza fra architettura e struttura, l’architettura s’identifica nel cemento armato strutturale, modellato secondo le opportunità e necessità funzionali. Le finiture del cemento a vista, che per Neimeyer deve restare grezzo e ruvido, quasi a ricordare la gravità e la fatica del lavoro delle maestranze, distano anni luce dalle superfici lisciate e specchianti che esigono tanti architetti di oggi.

La grande vela della copertura dello spazio comune, dove avvengono le rappresentazioni, è una struttura affascinante perché ardita, riuscendo ad eliminare ogni pilastro di sostegno in modo da rendere perfetta l’acustica dell’auditorium.

Ecco perché paiono ben poca e misera cosa, nei confronti di tali valori, le sterili — qualcuno le ha definite grottesche — opposizioni della pur gloriosa associazione Italia Nostra che ha fatto ritardare di quasi dieci anni la realizzazione di quest’opera pubblica, messa ingenerosamente sullo stesso piano delle costruzioni abusive che purtroppo costellano — anche vicinissimo all’auditorium — l’impareggiabile scenario della costiera amalfitana.

In un’Italia povera, per non dire priva di architetture contemporanee significative, con le occasioni perdute a Venezia di Wright e Le Corbusier — tanto per fare qualche esempio — al cospetto tuttavia di un enorme dilagante diffusione di orrende e deturpanti costruzioni, l’esempio di Ravello può aprire nuovi orizzonti.

Sono rimasto un po’ turbato nei giorni scorsi quando ho visto, sul vostro giornale titoli che parlavano di malati terminali e di chi li assiste. Di questi ultimi si diceva addirittura che da una ricerca è emerso che chi assiste un malato terminale vive meno. A prima vista, sembrava che si invitasse il pubblico a non occuparsi delle persone sofferenti per malattie inguaribili e questo mi ha sorpreso molto. Poi, in verità, leggendo gli articoli veniva spiegato il contenuto della ricerca e di come sia opportuno prepararsi o addirittura acquistare una professionalità vera e propria per assistere quelle persone.


*Direttore Dipartimento Architettura Uffizi



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