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LAZIO - La rivoluzione verde è iniziata
Francesco Alemanni
10 febbraio 2010, TERRA


La rivoluzione verde è appena iniziata. In sordina. Guidata da imprenditori coraggiosi che fiutano un’opportunità e non se la lasciano scappare. A cui si aggiungono un paio di assessori che ci credono davvero. Qualcuno vince un premio internazionale. Arriva del capitale, ma raramente dalle banche: le innovazioni non garantiscono reddito sicuro. E di venture capital in giro ce n’è poco. Ma ci sono alcune regioni che riescono a distribuire i fondi europei alle imprese innovative. Imprenditori che ce la fanno da soli e che insieme stanno rivoluzionando l’industria italiana. Creando il nuovo volto del made in Italy. Concentrati soprattutto nel Nord Italia, i neodistretti dell’economia ecosostenibile sono frutto della straordinaria inventiva delle piccole e medie imprese. Ma, a differenza loro, non sono tali solo in virtù della vicinanza fisica dei protagonisti, quanto piuttosto grazie alla messa in comune delle conoscenze. Oltre alle aziende ne fanno infatti parte centri di ricerca, università e amministrazioni locali. «Siamo una start up italiana, e siamo sempre stati convinti che avremmo fatto un prodotto migliore rispetto ai concorrenti stranieri facendo leva sulle risorse territoriali locali, dai ricercatori del Politecnico di Torino agli imprenditori della meccanica e dell’elettronica» spiega Adriano Marconetto, a.d. di Electro Power Systems, l’unica ad essere stata inclusa nella classifica delle cento aziende mondiali più innovative nel settore dell’energia pulita, un’azienda torinese che ha inventato il generatore a idrogeno più piccolo e leggero del mercato. Poco lontano, a Novara, il capoluogo di provincia con il maggior tasso di spazzatura riciclata del Paese (70 per cento), sorge la Novamont: 200 dipendenti, 62 milioni di euro di fatturato nel 2008, capofila di una filiera di 200 aziende e produzioni ecologiche, come i biocarburanti. Ma anche aziende tradizionali come la Ferrero, che usa materiali ecologici per gli imballaggi. È stata Novamont a creare il MaterBi, una plastica biodegradabile di origine vegetale. «I nostri prodotti hanno caratteristiche del tutto simili a quelli fatti con la plastica derivata dal petrolio e sono realizzati con gli stessi macchinari», spiega l’a.d. Catia Bastioli: «Solo che noi ci poniamo il problema di che cosa succede alla fine della loro vita». Il Veneto è la regione dove l’anno scorso è sorto il primo distretto ambientale italiano riconosciuto da una legge regionale. Vi fanno parte, oltre all’università di Ca’ Foscari e al Parco scientifico e tecnologico di Venezia, circa 400 aziende tra cui la Solon, la maggiore azienda fotovoltaica italiana. Obiettivo: mettersi insieme per ottenere più facilmente gli stanziamenti dell’Unione europea. Anche il Lazio è avanti. Sta già spendendo 30 milioni di euro per tre tipi di ricerca: idrogeno, fotovoltaico di terza generazione e mobilità sostenibile. A Montalto di Castro è stato allacciato un impianto fotovoltaico da 24 Mw.
Sono stati autorizzati finora circa 270 MW di fotovoltaico e 69 MW di eolico. Sono stati attivati 40 distributori alla spina di detersivi nei supermercati. Viene prodotto a Frosinone presso la Technobus il primo autobus a idrogeno. La città di Roma gode della più grande flotta di mezzi pubblici elettrici con batterie al litio. Nascono alcune eccellenze nel settore della ricerca, come il Polo Idrogeno Lazio a Civitavecchia (promosso dalla Regione Lazio e dal Cirps), il Polo Solare Organico, realizzato in collaborazione con l’Università di Tor Vergata e che vede il rientro in Italia di alcuni cervelli come Thomas Brown e la presenza di imprese private come la Erg e la Permasteelisa, e il Polo della Mobilità Sostenibile a Cisterna, in collaborazione con il Dipartimento Infocom della Sapienza. Singolare è il caso dell’impresa Solsonica di Rieti che rappresenta uno degli esempi più importanti di Green economy, dove un’impresa elettronica in crisi viene convertita alla produzione di pannelli fotovoltaici, mantenendo il livello occupazionale. Se sono in crescita le iniziative regionali, poco o nulla sta avvenendo a livello nazionale, dove manca un coordinamento non solo degli investimenti e dei settori su cui l’Italia vorrebbe puntare, ma anche della ripartizione degli obiettivi ecosostenibili. «Non esiste una politica di raccordo tra obiettivi nazionali e regionali» spiega Raimondo Orsini, direttore della fondazione Sviluppo Sostenibile: «L’Italia ha l’obbligo di produrre il 17% di energia da rinnovabili entro il 2020 ma finora non c’è un piano della ripartizione dell’obbligo tra le regioni». Così ogni regione procede per conto proprio, disegnando una mappa verde dello Stivale che finisce per essere meno verde dello sviluppo industriale del dopoguerra. Ovvero:le aziende che fanno innovazione si concentrano soprattutto al Nord, e si distinguono singolarmente al Centro con sistemi creativi come quello delle Cantine Giorgio Lungarotti che producono energia con i residui della potatura delle viti, e con iniziative di riconversione tecnologica come quella messa a punto dall’ex-Electrolux di Scandicci che, archiviati i frigoriferi, ha iniziato a produrre pannelli fotovoltaici. Il Sud è ancora una volta il territorio delle grandi opere finanziate quasi esclusivamente con risorse pubbliche. Rara eccezione è il progetto Archimede di Siracusa, il più avanzato al mondo sul solare a concentrazione. Nato da un’idea del premio Nobel Carlo Rubbia, è realizzato in tandem da Enel ed Enea con un investimento di oltre 50 milioni di euro.



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