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CAGLIARI - Palazzo Aymerich non si tocca
Mauro Lissia
La Nuova Sardegna 21/02/2010

CAGLIARI. Dopo lo stop del Consiglio di Stato all’edificazione di Tuvixeddu arriva un’altra vittoria per chi difende le ricchezze storiche della città: il Tar ha respinto il ricorso della ‘Dac srl’ contro il vincolo imposto dalla Sovrintendenza su quanto resta del palazzo Aymerich, che doveva diventare un residence a cinque piani. I giudici hanno accolto in pieno le tesi sostenute dall’Avvocatura dello Stato per conto del ministero, confermando il valore culturale dell’antico edificio che per l’avvocato Sergio Segneri, legale dell’impresa, sarebbe invece «un cumulo di macerie prive di pregio». La sentenza è categorica: tutti infondati i numerosi punti sui quali era imperniato il ricorso, uno è stato ripedito al mittente come «irricevibile». Ma la parte più significativa della decisione assunta dalla seconda sezione - presidente Rosa Panunzio, consigliere Francesco Scano, estensore Tito Aru - riguarda il riconoscimento della paternità del progetto: la prova storica certa non c’è ancora, ma è molto probabile che sul palazzo di Castello danneggiato dalle fortezze volanti nel 1943 abbia lavorato Gaetano Cima, come risulta in parte dall’archivio privato del grande architetto e da una carta del 1848 in cui sono annotate le spese di manodopera pagate al maestro Mura per lavori di muratura e ponteggio eseguiti sull’edificio. Mura collaborava da anni con Cima ed è lo stesso architetto - ricordano i giudici del Tar nella sentenza - che nel piano regolatore di Castello datato 1858 progetta una risistemazione dell’isolato di palazzo Aymerich. Cima peraltro aveva lavorato già nel 1846 per la famiglia Aymerich, nella villa di Laconi. Per di più - scrivono i giudici - esistono tracce consistenti per confermare la presenza nel sottosuolo dell’edificio di resti medievali che non sono stati mai indagati a fondo. Insomma: tra lo stile del Cima e l’origine medievale del basamento la Sovrintendenza - per i giudici del Tar - ha fornito elementi documentali sufficienti a giustificare l’esigenza di un vincolo sul palazzo e la sospensione dei lavori, imposta il 21 dicembre 2006 e mai più revocata. Il palazzo rappresenta infatti «una testimonianza dell’opera di una delle personalità dell’epoca che maggiormente hanno contribuito alla sviluppo urbano della città» e per questo va salvaguardato. La ‘Dac srl’ - autorizzata dal Comune il 25 marzo 2003 - lavorava alla ricostruzione del palazzo per farne un residence su tre piani verso via Lamarmora e cinque su via dei Genovesi. Il progetto prevede il ripristino del passaggio antico attraverso il portico Laconi, ma con una scelta tecnica fortemente contestata dalle associazioni culturali come Italia Nostra. Tutto in regola: la concessione edilizia è datata 13 dicembre 2006 ma è proprio in quei giorni che per l’impresa cominciano i problemi. La Sovrintendenza lamenta la mancata trasmissione del progetto esecutivo e ottiene dal Comune la sospensione temporanea dei lavori. Poi però concede il nullaosta condizionato ad alcune verifiche sulle macerie, residuo del bombardamento del 1943. Ma già il 21 dicembre 2006 parte il procedimento per il riconoscimento del particolare interesse storico e artistico del palazzo, che chiude il cantiere aprendo l’inevitabile controversia sul fronte della giustizia amministrativa. Controversia che si è conclusa ieri - almeno per quanto riguarda il primo grado del giudizio - con la bocciatura totale del ricorso. Sul caso palazzo Aymerich ha indagato anche la Procura della Repubblica, il fascicolo però è finito in archivio: i magistrati non hanno ravvisato nessun reato.



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