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Non capiamo più la nostra civiltà
Andrea Carandini
25 FEBBRAIO 2010 CORRIERE DELLA SERA




«Città e campagne sono fiumi di storia che scorrono nell’indifferenza: è una questione nazionale»

La lingua si muove, anche nei suoni: sento giovani dire non «aglio» ma «aio». L’italiano risale a Dante e raggiunge il latino di Cicerone: una radice che si perde nei millenni e sboccia ogni giorno. La parlata di Maiorca è un catalano del Medioevo; il napoletano ottocentesco di un tassista di New York, una Pompei linguistica.

Anche i linguaggi figurativi si sviluppano, innovando e congelando. È il nobile regno della storia dell’arte. Lo stesso accade con le costruzioni, che riprendono forme antiche oppure ci immettono in spazi mai percepiti, come nel «MaXXI» di Roma. È il nobile regno della storia dell’architettura.

Questa capacità di viaggiare per testi e forme, scendendo e risalendo nel tempo, è l’essenza della cultura. Un aristocratico o un borghese, un contadino o un operaio, spaziavano da Omero o dalla Bibbia ai romanzi e al cinema, come se ogni uomo fosse un compendio di tutto il cammino umano. Poi è arrivata la stagione in cui presente e futuro hanno inghiottito il passato, entro individui sempre più isolati, esiti sì di una madre, forse anche di un padre, magari di qualche nonno, ma poi basta: «Hic sunt leones».

In una condizione di vuoto storico, la cultura pare inutile. Essa non è più il presupposto di ogni promozione e attività. E venuto il tempo dei capi seducenti e dei loro seguiti, ubbidienti e incolti, che alla cultura hanno tolto mezzi — da decenni — senza tanto soffrire. I cittadini che qualcosa sanno, quasi se ne vergognano e comunque non vengono interpellati: servono a complicare le cose, mentre il desiderio è quello di semplificarle. Ma per semplificare deve esistere una complessità da ridurre. Bisogna affabulare, ma cosa comunica una testa vuota?

Se qualcosa gli italiani sanno della lingua e della bellezza, ignorano la grammatica e sintassi delle città, delle periferie, dei villaggi, delle campagne, cioè la lingua dei paesaggi. Sanno qualcosa dell’ambiente— desiderano acqua e aria pulite — ma si arrendono davanti all’inquinamento visivo, allo spargersi della bruttezza, al cemento che divora l’inedificato. Non la ricerca e il patrimonio storico al primo posto — come Costituzione vuole— ma il cemento che ci intristisce e pregiudica un turismo che cala.

Nessuno ha raccontato agli italiani la storia degli abitati e delle terre, sia a livello della Penisola sia a quello dei centri e dei loro territori. Ma città e campagne non si spiegano da sole, formano una lingua che dobbiamo apprendere, trame che dobbiamo ricostruire e comunicare. Già i musei di opere d’arte «mobili» raccontano poco, ma assai peggio andiamo per il resto. Architetture diffuse e coltivazioni non sono facilmente comprimibili in un museo e così la sommità del nostro patrimonio culturale, il contenitore che tutto ingloba, non riceve attenzione. Curiamo la persona, l’interno di casa, ma già l’ufficio è squallido, per non dire del più in là.

Le città e i paesaggi sono fiumi di storia che scorrono e vi dovremmo distinguere le varie civiltà. Ma nel frattempo le arature profonde distruggono. Intere città antiche sotto campi di grano svaniscono per gli scassi. Una fattoria antica, di cui ieri scorgevamo i reperti tra le zolle, oggi non lascia traccia. Così Pompei cala centimetro per centimetro, in grande parte inedita, fino a quanto non resterà che polvere. Non è il muretto, il singolo reperto a preoccupare: è il tutto neppure documentato.

Senza una campagna di racconti di insediamenti e di terre come quella che sta conducendo la Regione Toscana — ha offerto a cittadini fotografie aeree per scoprire palinsesti e progettare vite future — senza musei delle città e dei loro agri, senza trasmissioni televisive che narrino i luoghi facendoci scoprire come eravamo, senza mostrare la storia, gli Italiani rimarranno analfabeti della grande totalità del reale, dell’identità stratificata della loro patria e di loro stessi e sempre più si dedicheranno narcisismo avido, irregolare e amorale, che è il vizio di questo tempo.

C’è una fame straripante di racconti che derivino da ricerche, ma l’offerta resta limitata e il ministero per i Beni culturali riceve solo poco più della metà della somma che è stato in grado di spendere.

La cultura delle cose visibili è una droga benefica che il cervello si fabbrica, che ci riporta, dopo tanta distrazione, al gusto dell’attenzione. Il nostro Stato è ancora ragazzino, ma siamo nati su un suolo che non è l’Arizona ma un Eldorado di esperienza umana millenaria. Qui si radica la nostra identità, fatta di apporti diversi, di strati sovrapposti, di luoghi sommamente e densamente significativi, ammirati dai popoli del globo, tutti raccolti nella nostra Penisola e nelle sue Isole.

Basta col trasformare campagne in periferie pseudourbane. È il momento di tradurre la cronaca morta in storia viva che sappia formare e affascinare i cittadini e coloro che vengono da lontano. È una questione nazionale, importante, quanto la scuola e la salute, che i nostri politici stentano a percepire, lo sguardo limitato alla prossima elezione. Quando verrà il tempo dei lungimiranti, di coloro che si preoccupano anche delle generazioni future? Se ci sono, a qualsiasi parte politica essi appartengano, battano un colpo.



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