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CAMPANIA - ALLARME. la chiesa di San Gioacchino a Pontenuovo
Paolo Barbuto
27/02/2010 IL MATTINO


Quello che vedete, e leggete in questa pagina, è un grido d’allarme e di rabbia per una chiesa che è sempre a un passo dalla riapertura e che invece continua ad essere chiusa. Quando si spalanca il portone, la chiesa di San Gioacchino a Pontenuovo, di proprietà del Comune, pare fresca di restauro e pronta ad essere riaperta. Quando si entra nella struttura, invece, si scopre che quelle pareti rosa e bianche tinteggiate di fresco sono solo fumo negli occhi, una «facciata» per nascondere quel che c’è dietro: mura fratturate e pronte a crollare, scale inagibili sostenute con assi di legno putrefatte, il campanile che regge a malapena due pesantissime campane e una torre, inglobata nella struttura, che non si accascia al suolo semplicemente perché è legata con fili d’acciaio. Basterebbe un piccolo sforzo per mettere in sicurezza quel luogo e consentirne la riapertura. Non parliamo di un restauro completo, per carità: sarebbe necessario anche un piccolo lavoro per consolidare le parti fatiscenti e permettere al pubblico di rientrare, almeno, nella parte della chiesa che è stata restaurata. Invece dall’ultimo bilancio del Comune non sono venuti fuori i 400mila euro necessari (briciole tra le spese multimilionarie dell’Amministrazione). «Ma nel nuovo bilancio già sono stati appostati - spiega l’assessore Guida, responsabile della chiesa che è affidata all’assessorato agli archivi - ne ho parlato giovedì con il sindaco e con l’assessore Saggese. Posso già farci affidamento. Entro l’estate partirà il bando per la riattazione della struttura». Fondata nel 1600 per accogliere le ragazze abbandonate, la chiesa di San Gioacchino comprendeva anche il convento confinante (che ora accoglie l’archivio comunale), le cellette delle suore ai piani superiori, e una torre aragonese. Si tratta della torre «San Michele», che dopo aver smesso di proteggere la città, fu trasformata in un forno per panificatori e poi, alla fine dell’800 abbandonata e inglobata nei possedimenti della chiesa. Qui dentro, una volta, c’erano pregiate tele di scuola del Solimene. Realizzate da Domenico Mondo, furono rubate nel 1993 senza che nessuno ci facesse caso. Recuperate dalle forze dell’ordine durante un’asta nel 1998, furono restituite al Comune che oggi le espone al Maschio Angioino, in attesa di poterle riportare nella chiesetta, quando sarà completamente restaurata: «È un mio impegno personale», promette l’assessore Guida. Il pavimento in riggiole multicolori era stato realizzato nell’800. Anche quello è sparito: portato via, mattonella dopo mattonella, da abili ladri. Anche in quell’occasione nessuno si accorse di nulla, né avvertì rumori. Oggi è sostituito da asettici e banali mattoni in cotto. Le cellette delle suore, ai piani superiori, sono state a più riprese visitate dai ladri. Oggi sono inagibili. Erano già in rovina nel 1980 quando arrivò la spallata del terremoto a dare il colpo fatale. Camminarci dentro è emozionante e pericoloso. Le stanzette sono minuscole, le finestrelle anche: le monache avevano bisogno di poco. Anche percorrere le scale che arrivano fino al campanile è un terno al lotto. Si avanza in uno slalom tra i pali di legno che le puntellano; sotto ai piedi la pietra antica si sfalda. Però, una volta arrivati in cima, c’è un premio ineguagliabile: le due campane originali del ’700 sono ancora al loro posto, incorniciate dalle mattonelle verdi e oro dell’epoca. Funzionerebbero anche, ma è meglio evitare sollecitazioni perché le travi che le reggono potrebbero cedere da un momento all’altro. Il luogo più affascinante, però, è la torre aragonese. I resti dei forni per la panificazione sono ben evidenti, così come la macchia di fumo sulla parete alle spalle. Il soffitto è crollato, la pioggia ha favorito la crescita di un folto strato di muschio e vegetazione dentro al quale le scarpe affondano. Ovunque ci sono resti dei crolli e segni delle incursioni attuali: lattine di coca cola, bicchierini da caffè. Sul muro di fronte alla porta d’accesso, è poggiato il portone originale del ’700, con il maniglione dell’epoca, smontato chissà quando. Le intemperie lo stanno divorando, forse è già tardi per recuperarlo.



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