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BENI CULTURALI SPA. Qui si vendono il Colosseo
di gianfrancesco turano
L'espresso, 28 febbraio 2010





Una Spa dello Stato ha per anni sfruttato i tesori d'arte. Operava con criteri privati affidati allo stesso clan di potere. Che ha potuto gestire fondi miliardari

Il Sovnarkom è tornato. L'aveva fondato Lenin nel 1917, per governare superando gli strumenti del parlamentarismo borghese. Circa un secolo dopo, il Consiglio dei commissari del popolo è di nuovo d'attualità, nelle mani del nemico dichiarato del comunismo. Silvio Berlusconi amministra il suo potere così. Tutto è emergenza, una frana e i 150 anni dell'Unità d'Italia, un terremoto e gli Uffizi, il Tevere in piena e il Colosseo. Dunque tutto richiede un commissario. Le battute d'arresto su Protezione civile Spa e sull'immunità giudiziaria per le cinghie di trasmissione del centralismo democratico sono sì da imputare ai magistrati di Firenze. Ma forse dipendono anche dal vizio di passare dal vaglio delle Camere, dove si trova sempre qualche voce critica. Con Cultura Spa tutto questo non è successo. 'L'espresso' è in grado di rivelare come, nel più assoluto silenzio e senza ombra di confronto parlamentare, l'esecutivo stia integrando tutto il sistema dei Beni Culturali nella rete della gestione privatizzata. Perché questa è la differenza con il bolscevismo. Per i nuovi commissari l'interesse personale è ammesso e incoraggiato. Il risultato finale è un ogm che incrocia la ricerca del bene comune con la giusta avidità neoliberista.

La nuova Spa della cultura di Stato nasce il 22 gennaio 2010, pochi giorni prima che su Angelo Balducci e gli altri intercettati piovano gli arresti temuti da Diego Anemone. Negli uffici del ministero dei Beni culturali (Mibac) in via del Collegio Romano si tiene l'assemblea straordinaria dell'Ales. L'Ales è una scatola vuota o, per meglio dire, un ex carrozzone che lo Stato usava per reimpiegare circa 400 lavoratori socialmente utili nei musei e nelle aree archeologiche. Nel 2009 gli Lsu sono stati cassintegrati e Ales è pronta per l'uso. Quale? Né più e né meno che l''in house providing' per conto del Mibac. L'espressione è in managerese misterico. Per chiarirsi le idee basta un'occhiata all'oggetto sociale. La nuova Ales gestirà musei ed aree archeologiche, incluse librerie, biglietterie, guardiani, ciceroni e servizi di ristoro. Inoltre, marchio e diritti d'immagine, pubblicità, comunicazione e promozione, editoria e merchandising, call center, ricerche, consulenze. Può compiere operazioni commerciali, finanziarie e immobiliari, assumere partecipazioni in altre società e - dulcis in fundo - fare manutenzione di edifici ed impianti, perché senza edilizia non c'è vero business.

Di tutto, di più agli ordini dell'azionista Mibac che, prima dell'acquazzone fiorentino, Berlusconi pensava di affidare a un superministro: Guido Bertolaso.

Anche sul reggente della nuova Ales c'è una candidatura forte. Cancellato un fastidioso consiglio d'amministrazione collegiale, la nuova Cultura Spa punta a dotarsi di un amministratore unico nella persona di Mario Resca, berlusconiano primigenio e commissario nato. Lo è stato anni fa alla Cirio post-Cragnotti. Lo è da tre mesi alla Grande Brera dove, in quanto direttore di lavori che valgono 50 milioni di euro, percepirà un emolumento pari al 5 per cento del totale, ossia 2,5 milioni di euro. Resca è anche direttore generale alla valorizzazione del patrimonio del Mibac, un ruolo inventato per lui dal ministro Sandro Bondi con decreto dello scorso agosto. In più, vigila sul Maxxi, il museo romano di arte contemporanea, e gestisce i 100 milioni dei fondi Arcus, erogati da Mibac e ministero delle Infrastrutture.

È denaro che si muove in fretta: 200 mila euro sono già finiti in consulenze a Roland Berger e Boston consulting per le linee guida sull'impiego dei fondi. Ma sono previsti 2 milioni di fondo spese per il semplice funzionamento della direzione (cioè il funzionamento di Resca), tre milioni di euro per la comunicazione, partita in dicembre con la campagna ricattatoria 'se non li visitate, li portiamo via' (cioè il Colosseo, il David e il Cenacolo), e 200 milioni totali da erogare fra musei e spettacolo.

Ma questi soldi sono briciole rispetto al vero piatto forte di Ales-Cultura Spa. In palio ci sono 2,5 miliardi di euro di fondi europei e interregionali (Por e Poin) da investire da qui al 2013. La torta è davvero gigantesca. Lo aveva annunciato il premier in persona lo scorso 29 luglio in una visita al Mibac che ha segnato l'insediamento di Resca: l'Italia spende poco in cultura. Le cifre le ha fornite Price Waterhouse Coopers. Per i nostri 3.400 musei, 2 mila aree e parchi archeologici e 43 siti Unesco l'investimento pubblico è di 4 miliardi di euro (0,28 per cento del Pil), mentre il settore culturale e creativo vale 40 miliardi di euro (2,6 per cento del Pil) e il turismo culturale fattura 54 miliardi. Le galline dalle uova d'oro, quelle su cui punta Ales, sono la soprintendenza archeologica di Roma (96 milioni di entrate totali) appena affidata a Giuseppe Proietti con Bertolaso commissario fino al terremoto in Abruzzo, quando è stato sostituito da Roberto Cecchi. Seconda per incassi è l'area di Pompei (46 milioni di euro), sottoposta al commissario Marcello Fiori, già vicecapo di gabinetto di Francesco Rutelli sindaco ed ex braccio destro di Bertolaso. Terzo è il polo museale fiorentino (33 milioni di entrate), con Elisabetta Fabbri commissario, seguito da Napoli e Venezia con circa 30 milioni di euro di entrate complessive.

La nomenklatura dei commissari regge da anni. Ed è difficile, fra un'emergenza idrogeologica e un'inaugurazione del Petruzzelli, non riconoscere il marchio bipartisan di Gianni Letta. Quel 29 luglio 2009, quando al Collegio Romano si scoprì che l'Italia è un museo a cielo aperto e che la vera vocazione nazionale è il turismo, l'ex comunista Bondi disse una frase importante: "La cultura, che non è né di destra né di sinistra, come è successo da Bottai a Gramsci, ma solo cultura, meno dipende dallo Stato e più è libera". Anche i commissari non sono né di destra né di sinistra. Molti di loro vanno e vengono da un polo all'altro. L'importante è rimanere in house anche quando si hanno tanti incarichi esterni. Su Resca qualcuno ha obiettato il conflitto d'interessi. È consigliere dell'Eni (sponsor della nuova free press patinata Musei Magazine), presidente del casinò di Campione, advisor di Oaktree, un fondo privato con 60 miliardi di dollari di patrimonio, e consigliere di Mondadori, che controlla Electa, leader dei servizi museali ed editore d'arte. Inoltre, è azionista di Arfin, un gruppo assicurativo specializzato nel settore delle costruzioni, in società con la famiglia Zaleski, con la Todini, impresa edile in quota Pdl, e con la banca svizzera Arner, in passato partner di Fininvest e poi bombardata dalle inchieste della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

Anche gli appuntamenti prossimi venturi saranno gestiti con piglio commissariale. Esemplare la vicenda del Forum delle culture, che l'Unesco ha previsto a Napoli nel 2013. Per il Forum ballano 1,3 miliardi di euro di finanziamenti. A novembre il governo ha detto alle autorità locali che concederà al Forum lo status di grande evento in cambio di - indovinate - un commissario. Chi? I candidati erano Bertolaso e Salvo Nastasi, capo di gabinetto del Mibac. Si maligna che sia lui ad avere suggerito Giovanni Minoli, padre della fidanzata Giulia, come presidente del museo di Rivoli. Voci più velenose sottolineano che Nastasi deve qualcosa della sua carriera alla madre, Enrica Laterza, magistrato della Corte dei conti nella sezione di controllo sugli enti pubblici. Di certo Nastasi è l'enfant prodige del Sovnarkom. A 36 anni ha già esercitato i poteri commissariali al Maggio Fiorentino, all'Arena di Verona e al San Carlo di Napoli con 30 milioni di lavori, 1 milione di emolumenti per lui e l'étoile Roberto Bolle a insegnare danza. Per il San Carlo, Nastasi è finito nelle intercettazioni insieme agli arrestati Fabio De Santis (commissario per agli appalti dei 150 anni dell'Unità), Angelo Balducci (ex commissario del Petruzzelli e dei Mondiali di nuoto), e ai due ineffabili cognati ridens Piscicelli e Gagliardi, il quale commenta a proposito degli appalti per il restauro: "Bene bene. Mi piace andare a teatro".

Nastasi debutta appunto come direttore del Mibac per il teatro e gli spettacoli dal vivo. Al tempo ha trent'anni e con lui c'è il suo dioscuro con delega per il cinema, Gaetano Blandini. Non avrebbero i titoli per il ruolo ma la Corte dei conti, dopo uno scambio di pareri con il ministero, sentenzia che li hanno. Dal 2004, grazie alla benedizione di Gianni Letta, fanno carriera sotto quattro ministri: Giuliano Urbani, appena ingaggiato da Resca, Rocco Buttiglione, Francesco Rutelli e ora Sandro Bondi. È il momento in cui si cementa l'amicizia fra l'emergente Blandini, cresciuto alla scuola andreottiana di Carmelo Rocca, e Balducci che ha moglie produttrice cinematografica (Rosanna Thau con Erreti insieme alla moglie di Diego Anemone) e un figlio, Lorenzo, attore. Nel 2007 la commissione per il finanziamento pubblico presieduta da Blandini assegna un contributo di 1,8 milioni di euro a 'Last minute Marocco'. Nel film, coprodotto dalla moglie di Balducci assieme a Maria Grazia Cucinotta e il marito Giulio Violati, recita Lorenzo Balducci. L'incasso è di poco superiore ai 400 mila euro. Del resto, nel cinema di Stato girano sempre meno soldi. Nel 2009 'Viola di mare', sempre prodotto dalla Italian dreams factory di Cucinotta e Violati, ha ricevuto appena 650 mila euro.

La media dei contributi ormai è questa. Nella tornata di delibere del dicembre 2009 sono stati assegnati finanziamenti complessivi per 7 milioni di euro a dieci film. A stupire è stata l'esclusione eccellente di 'Vallanzasca', prodotto dalla Cosmo e dalla 20th Century Fox Italia (gruppo Murdoch) con la regia di Michele Placido e la partecipazione di alcuni fra i migliori attori italiani (Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Valeria Solarino). La pellicola, che è in fase di post-produzione, è stata considerata 'non deliberabile', qualunque cosa voglia dire. Nella stessa seduta è stato concesso il riconoscimento di film di interesse culturale a 'Natale a Beverly Hills', il cinepanettone annuale della Filmauro. Il produttore Aurelio De Laurentiis è intervenuto per rispondere alle polemiche dicendo che alla sua pellicola non è andato un euro di denaro di publico. Vero per quanto riguarda la produzione. Ma non per la distribuzione, curata sempre dal gruppo Filmauro. Per quella il sostegno dello Stato ci sarà, a un anno di distanza dall'uscita in sala.

Certo, sono cifre che non hanno niente a che vedere con gli appalti della ricostruzione. Ma il grande schermo ha sempre il suo fascino. Cinecittà è l'applicazione del teorema Bondi: destra o sinistra, purché sia cultura. E purché la sinistra si accontenti del suo orticello fornito di red carpet.

Fra gli amministratori del gruppo Cinecittà-Istituto Luce ci sono uomini che in teoria hanno poco per andare d'accordo con gli uomini di Berlusconi. Per esempio, c'è Roberto Cicutto, il fondatore di Mikado nominato presidente di Cinecittà-Luce da Bondi, C'è Francesco Gesualdi, segretario generale della Regione Lazio con Piero Marrazzo, nonché presidente della Fondazione Rossellini (il vicepresidente è Giampaolo Letta di Medusa-Fininvest e figlio di Gianni). C'è Luciano Sovena, che in realtà viene da An, ma è transitato verso Rifondazione comunista prima di tornare di nuovo ad An.

È il sistema messo in piedi da Blandini. Un sistema di favori magari piccoli, come quelli familiari per i quali telefonava Balducci. I debiti rimasti, quelli no, non sono tanto piccoli. E anche il patrimonio si è parecchio assottigliato dopo l'operazione che ha portato i teatri di posa di Cinecittà in mano a Luigi Abete, che da presidente di Bnl era il maggiore partner creditizio del cinema, da presidente di Cinecittà holding con Gesualdi come braccio destro era un manager pubblico e da proprietario di Cinecittà studios era l'imprenditore privato che, in società con De Laurentiis, Haggiag e Della Valle, ha ottenuto i teatri dalla holding per un costo vicino allo zero.

A ottobre del 2009 Blandini è andato a dirigere la Siae. Non ha lasciato del tutto il cinema. È rimasto nel giro delle commissioni per il finanziamento dei film e, in definitiva, la Siae è pur sempre la cassaforte del mondo dello spettacolo dove il direttore generale ha ampio potere di manovra. Quasi quanto un commissario. n



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