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di Franco La Cecla
11 aprile 2010 IL SOLE 24 ORE


Salviamo il tesoro del maharaja

Dormo nel palazzo di un maharaja. Non che abbia sempre sognato di poterlo fare. che sto seguendo uno strano progetto Unesco per il riconoscimento della "regalit" dei maharaja come patrimonio intangibile. Sono venuto, a incontrarne uno, uno vero, anche se piccolo, anche se il suo palazzo non nel turistico Rajastan, ma nel meno battuto Gujarat. Sono a Utelia, un piccolo villaggio abbracciato, come si confaceva ai signori feudali, al palazzo del suo maharaja. Mi hanno convinto a venire qui dei giovani studiosi italiani con differenti competenze dall'archeologia al turismo culturale. Sono loro che stanno preparando il dossier Unesco insieme al maharaja di Utelia, Yuvrai Bhagirathsihn.

difficile spiegare la strana sensazione che si prova a star qui, il palazzo un misto di grandezza e di risparmio, di stucchi alla buona e di raffinatissime piastrelle, di letti intarsiati con mattonelle naif con vedute alpine. la regalit un po' malandata che ha visto tempi migliori e non riesco a liberarmi dall'impressione di essere in un film di Satyajit Ray, La stanza della musica. Il film racconta la storia di un maharaja che ha perso quasi tutto il patrimonio ed rimasto solo nel palazzo con un seguito di fedeli e affamati servitori. Eppure organizza ancora delle seances musicali, a cui invita gli altri maharaja, perch la musica e la danza sono la cosa pi importante che gli rimasta insieme al suo cavallo bianco. Il palazzo cadente, impolverato, decadente. Ray ci fa amare l'anacronismo del personaggio, il disperato coraggio nel continuare fino a quando possibile.

I maharaja sono dei gattopardi, ma quello che li distingue dal principe di Lampedusa che sono stati in gran parte pronti a sposare la causa dell'indipendenza indiana, vi hanno contribuito con sacrifici veri, sia combattendo gli inglesi, come il famoso Maharaja di Mysore, sia accettando di essere spogliati dalla Costituzione di una buona parte dei loro beni. Parte di loro stata nel Congresso costituente, quello di Gandhi e Nehru e in generale si sono schierati con il Partito del Congresso, quello, per intenderci, di Sonia Gandhi. Cosa significa allora che vogliono riconosciuta la regalit?

Lo chiedo al sovrano che mi ospita, in questo palazzetto che sta restaurando dalle ferite di un terremoto che ha scosso il Gujarat nel 2002 e che lui ha trasformato in un hotel per viaggiatori raffinati. Il sovrano mi riceve in pantaloni e Lacoste anche se ha accanto, in kurta e turbante rossoblu l'amministratore, un uomo dal viso modellato dal sole e dall'ironia. Sono arrivato qui attraversando un paesaggio lunare, una piana di fango e bufali interrotta dal colore dei sari delle donne che lavorano i campi e dal rumore delle chokkarah, motorette simili a un carretto siciliano che trasportano beni e persone. Baghirat, cos mi chiede di chiamarlo, racconta che la sua famiglia reale la depositaria di una lunga storia che comincia con l'arrivo dei guerrieri Unni turcomanni che giunsero nel nord dell'India verso il settimo secolo dopo Cristo, in aiuto a territori che volevano essere protetti dalle incursioni dei mongoli e poi dalle ondate organizzate di coloro che diventeranno i Moghul. I guerrieri si insediarono, diventando Rajput, re guerrieri, e giurando fedelt ai loro sudditi.

Le loro gesta vennero immortalate in magnifiche stampe, quelle che il pubblico italiano ha potuto vedere un mese fa alla Reggia di Venaria messe insieme da un sapiente collezionista come Ducrot (il catalogo stato pubblicato da Skira). La loro forza era il rapporto speciale, di amicizia con i cavalli e con gli elefanti. Racconta di un antenato che combatt i mongoli in groppa al suo fido Cheetak, un cavallo talmente straordinario da condurlo ferito, in salvo, fuori da una battaglia sanguinosa, scavalcando un fiume in piena e morendo appena dopo aver consegnato il suo re alle cure del medico. Mi conduce nell'archivio del palazzo, e l in un angolo c' l'altare degli antenati, una pittura su vetro di un fanciullo che serenamente posa accanto a una tigre. Era il figlio abbandonato nella foresta da un maharaja che aveva paura di una discendenza che lo avrebbe spodestato.

Allevato e allattato dalla tigre divenne il fondatore della dinastia dei Baghirat (Bag significa tigre in Gujarati). Il punto, dice il re, che questo grande passato fa parte della societ indiana, noi maharaja abbiamo ancora un ruolo sociale, i nostri ex sudditi vedono in noi un punto di riferimento e in pi siamo noi a perpetuare dei mestieri che ruotavano intorno al palazzo, vasai, sarti, tessitori di ikkat, un complicatissimo tessuto, scribi delle comunit Baaruti, Charan e Gadhvi, che possiedono una lingua e calligrafia speciale, Pingel, per tenere i conti e l'amministrazione su libri che pesano venti chili e vengono trasportati ritualmente e fungiamo da giudici di pace per comporre dispute.

Baghirat sostiene che i maharaja con la loro storia possono essere un contrappeso a una visione nazionalista e fondamentalista dell'India, quella del movimento Hindutva che ha come tema la cacciata dei musulmani dal paese. Come racconta Martha Nussbaum che non a caso compagna di Amartya Sen, il premio Nobel indiano per l'economia, in un libro chiarificatore Lo scontro all'interno delle civilt, (il Mulino, 2009), l'effetto del Bjp, il partito nazionalista al potere, prima del governo di Sonia Gandhi, sono stati i massacri perpetuati proprio qui nel Gujarat nel 2002 e le ripercussioni in scontri interetnici in tutto il paese. Parlando con Baghirat viene fuori una immagine mista: una mitologia della regalit insiste nel raccontarmi come un suo antenato continu a combattere a cavallo, pur avendo la testa mozzata e dall'altra parte la capacit di composizione di minoranze, religioni, caste e mestieri diversi.

Fuori dal palazzetto in cui razzolano pretenziosi pavoni, il piccolo villaggio di Utelia ha sette templi, induisti, jainisti, dedicati al Sole, alla dea Durga, la madre, e una moschea musulmana. Ovviamente il riconoscimento Unesco significa dare un valore economico e turistico a tutto questo, rendere questi palazzi luogo di informazione e di scambio per un turismo intelligente. un po' l'India di Bollywood, quella commistione di permanenza e modernit che d luogo al vero stile indiano, un kitsch "autentico" e creativo. Quello di cui parla Anthony Smith in un magnifico libro, Induismo e modernit, pubblicato qualche anno fa da Bruno Mondadori. Non a caso il re amico di uno dei pi grandi pittori dell'India moderna, Husain, esiliato in Qatar oggi per sfuggire alle minacce dei fondamentalisti. La sua colpa, avere effigiato, da musulmano, le dee nude del pantheon induista. Quando mi accompagna in citt, ad Hahmenabad, il sovrano mi porta a vedere il salone da te, affollato e circondato da strade rumorose e intense di polvere dove Husain era solito passare il suo tempo, e a cui ha regalato una sua magnifica pittura. Il caff costruito su un cimitero musulmano, e vi capita, sorseggiando il chai, il te al latte indiano, di essere seduti accanto alla tomba di un notabile dei nawab, i nababbi, i maharaja musulmani.

probabile che lentamente ai maharaja rimasti venga riconosciuto un ruolo, soprattutto perch essi esprimono lo spirito complesso di questo paese, sedimentato nelle diversit e intrecciato all'occidente in modo interessante gli architetti dei palazzi dei maharaja erano spesso italiani ; i maharaja del Gujarat furono i primi propulsori della modernit, anche nello stile dei mobili e nel modo di vivere. Chi voglia averne un assaggio significativo sfogli il catalogo della mostra Maharaja al Victoria and Albert Museum di Londra, curato da Amin Jaspers e Anna Jackson. Vi trover le foto di Man Ray al Maharaja di Indore Yefhwant Rao Holkar e alla maharani, sua moglie, nello stile del pi puro surrealismo.



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