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PAESAGGIO e TERRITORIO: La politica del lasciar fare (ai privati)
FULVIO IRACE
SABATO, 24 APRILE 2010 LA REPUBBLICA - - Milano




Poi la smentita, anzi lo schiaffo: «Si cerchi gli sponsor!». Milano si permette dunque di rifiutare un progetto di Renzo Piano, offerto per così dire sul piatto d´argento, mentre l´Expo non è ancora partita e ha già buchi di bilancio. Prima si accampavano motivi tecnici (lo scarso spessore di terra per la piantumazione degli alberi), poi smentiti dalle analisi degli ingegneri della Metropolitana. Adesso si dichiara che gli alberi ci saranno, ma in periferia, lasciando intendere che il piano dell´architetto genovese si limitasse a piazza del Duomo, mentre invece, come aveva dichiarato a questo giornale, il centro era solo la punta di una rete diffusa soprattutto nelle aree più urbanizzate del limite urbano.
Al telefono da New York, dove è appena atterrato dopo l´incubo della nuvola del vulcano, Piano non ha esitazioni: «Questo significa usare la gente per fare marketing. Si spera paradossalmente che sia l´architetto ad attrarre gli sponsor per far funzionare la città, mentre gli amministratori stanno a guardare. Qualche giorno ad Atene mi ha ricordato il giuramento che dovevano prestare i garanti della cosa pubblica: "Giuro di restituire Atene migliore di come l´ho trovata". Gli americani lo chiamano "civic pride", orgoglio civico, e questo dovrebbe essere il primo movente di chi è stato incaricato del governo cittadino».
Come una tela di Penelope, la storia urbanistica di Milano è insomma tutto un fare e disfare come dimostra lo stesso sfilacciarsi della discussione sul Pgt, che invece dovrebbe creare quella cabina di regia sinora assente in una capitale industriale in mano quasi totalmente all´iniziativa di banche e tycoon immobiliari. La retorica meneghina della «politica del fare» sembra così essersi ridotta alla più pragmatica versione di una «politica del lasciar fare» che non riesce a trasmettere una visione da condividere tra i cittadini ma soltanto un affannoso rincorrersi di improvvisazioni, come nel caso dell´Expo.
Gli stessi cantieri aperti in città sono la testimonianza di uno sviluppo lasciato in mano ai privati, dove persino le ambizioni di creare spazi collettivi - come in via Durando, di fronte al campus della Bovisa - sembrano più dettati da un´opera di valorizzazione degli immobili realizzati che da una visione strategica di cosa sia la dimensione sociale di una città che si è ritrovata grande senza sapere di esserlo. Così, mentre nell´urbanistica virtuale la parola d´ordine ufficiale è «verde sostenibile», in quella reale è il degrado dei «buchi» lasciati dall´affaire dei parcheggi, come la voragine di largo Rio de Janeiro in Città Studi, divenuta nel giro di tre anni un osservatorio naturalistico in una rovina artificiale.



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