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Prende vita il Polo museale di Barletta
Marilena Di Tursi
corriere di mezzogiorno 29 apr 2010 Lecce



Con l’apertura del Museo civico all’interno del Castello

Un’amministrazione che punta sulla cultura: dopo il «De Nittis», ecco il Museo civico nel Castello

Da pagina 1 Un museo civico, Barletta lo possedeva già nel 1898, a seguito del generoso lascito del cittadino Francesco Saverio Vista, rimpolpato di lì a breve da una ristretta quadreria formata da stampe, tele, fotografie, disegni e qualche oggetto. Un cambio di rotta, qualitativamente parlando, si ebbe nel 1914 con la donazione di Giuseppe De Nittis , seguita nel 1928 da quella di Giuseppe Gabbiani, sistemate insieme alla Biblioteca comunale, dapprima al piano superiore del teatro Curci e successivamente nell’ex convento dei Domenicani. Ora questo corposo patrimonio, convenientemente cresciuto grazie ad ulteriori raccolte, è stato distribuito nel Mcb, Museo Civico di Barletta, alloggiato nelle sale restaurate del Castello aragonese (fino ad ora - erroneamente - chiamato svevo) e parte integrante del Polo Museale Città di Barletta di cui fa parte l’ormai famoso Museo De Nittis di Palazzo della Marra.

La nuova istituzione sarà inaugurata domani dal presidente della regione Puglia Nichi Vendola, e dal dirigente del polo museale nonché curatrice del progetto museografico, Emanuela Angiuli. Si configura come il luminoso esito di una politica culturale avviata dalla neo provincia Barletta-Andria-Trani, inizialmente coagulatasi intorno al benemerito barlettano Giuseppe De Nittis, attraverso appuntamenti espositivi di grande appeal, e ora estesi anche al recupero di un patrimonio locale, che sebbene non solo geograficamente periferico, è comunque in grado di richiamare echi extraregionali e di saldarsi a scenari di più ampia gittata. Il Museo civico di Barletta propone un’amena selezione del suo patrimonio, arricchitosi dagli anni Trenta in poi anche delle opere di Raffaele Girondi e Vincenzo De Stefano e della raccolta Cafiero, proveniente da Firenze e preceduta da fama mediatica, come dimostrano le numerose pubblicazioni su riviste e giornali d’epoca.

Tre le sezioni del neonato museo: la galleria antica, la galleria dell’Ottocento, la galleria di Ferdinando Cafiero, vale a dire un percorso cronologico che abbraccia una produzione estesa dal 1400 fino alla metà del Novecento, oggetto di un accurato lavoro preliminare di studio, catalogazione e restauro. Realizzato grazie ai finanziamenti, destinati dalla Regione Puglia a partire dal 2005 ai nuovi allestimenti museali, il Mcb si estende su due livelli, le gallerie del primo piano e il complesso dei reperti archeologici di età magno-greca e medievali ancora in attesa della definitiva collocazione al piano terra, prevista per il prossimo anno.

La visita ha inizio dalla galleria antica che sfodera opere databili tra la fine del Trecento e il Settecento, perlopiù collezionate da Giuseppe Gabbiani, barlettano trapiantato a Napoli, artista cresciuto alla scuola verista, amico di Giacinto Gigante, Saverio Altamura, Vincenzo Gemito e Antonio Mancini e non di meno imbevuto delle folkloriche atmosfere partenopee. Copiosamente rappresentata è del resto la scuola napoletana con nove oli di Francesco De Mura, tre di Francesco Solimena e di Andrea Vaccaro, due di Luca Giordano e Cesare Fracanzano. Ad essi si affiancano i lavori der fioranti Andrea Belvedere e Giuseppe Recco, di Gianbattista Tiepolo, Mattia Preti, Anton Raphael Mengs. Eterogenei anche i soggetti, dalla natura morta ai temi religiosi fino ai ritratti, tra i quali spiccano quelli della famiglia reale dei Borboni, vedi il Carlo III di Mengs che incontra lo sguardo dello spettatore con una malcelata spocchia aristocratica.

Giuseppe Gabbiani, Vincenzo De Stefano, Raffaele Girondi, tutti allievi di Giambattista Calò e contemporanei di De Nittis, occupano invece la galleria dell’Ottocento, insieme ai più famosi Gioacchino Toma, Filippo Palazzi, Michele Cammarano, Francesco Paolo Netti. Paesaggi fedeli al verbo verista, nudi tributari di citazioni auliche e gioiose scene con pescatori in festa o con donne nei tipici vestiti regionali, nel caso di De Stefano, composizioni dall’impianto classicista per Girondi che come il conterraneo De Nittis si trasferì a Parigi senza però recepirne la rivoluzionaria temperie artistica impressionista. Piuttosto, come si evince dalla sala a lui dedicata, rimanendo colpito dalle calde luminosità della campagna barlettana o dalle aquoree atmosfere veneziane.

Oggetti in legno, in ferro, in argento, in terracotta, in ceramica, ossia piatti, coppe, utensili e altri manufatti di raffinata fattura, stampe, incisioni e disegni, animano la terza e ultima sezione dedicata alla collezione di Ferdinando Cafiero, barlettano (classe 1864), animato da una fervida fede libertaria che lo condurrà finanche nella legione filoellenica a combattere i Turchi. Per il resto dopo avere svolto, nella natia Barletta, anche prestigiosi ruoli amministrativi, cominciò a mettere insieme un eclettico repertorio che il museo restituisce in un’esposizione rispettosa del gusto del collezionista e unitamente attenta a consegnare uno spaccato dell’artigianato italiano del tempo, dove per ogni singolo pezzo sono opportunamente indicati funzione d’uso e rituali cui erano apparentati.




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