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Ecomafia, il racket degli autodemolitori. Il dossier di Legambiente: "Lazio al secondo posto per i reati"
RORY CAPPELLI
SABATO, 05 GIUGNO 2010 LA REPUBBLICA - Roma





Un paese stritolato dall´illegalità, dove ogni tre ore si compie un reato contro l´ambiente. Dove il fatturato delle ecomafie è ormai arrivato a quasi 21 miliardi di euro l´anno. Dove la criminalità organizzata sta avvelenando l´economia. Legambiente ieri, al cinema Aquila, ha presentato il rapporto 2010 dell´Osservatorio nazionale ambiente e legalità. Il Lazio, ormai al secondo posto, spicca per il numero sempre più alto di piccoli e grandi reati. Teatro di una vera e propria «guerra», insieme a tutto il resto del Paese, che «vede in prima linea imprese che si occupano, a vario titolo, di monnezza». Osservando in controluce i vari episodi che lo scorso anno e nel corso dei primi mesi del 2010 hanno brutalizzato e insanguinato l´Italia, ma anche il Lazio e Roma, si coglie un disegno che, a detta gli investigatori, ha un unico obiettivo: controllare appalti e subappalti nel campo dei rifiuti. Intimidire. Fino ad avere in mano l´intera filiera dello smaltimento. Fino a fare la criminalità organizzata la padrona assoluta del settore.
Ecco la chiave di lettura per gli incendi che lo scorso anno devastarono Roma, ma anche altri centri del Lazio. A cominciare da quello di Setteville di Guidonia dove il 12 maggio «viene dato fuoco a tre compattatori nell´aerea adibita alle attività di raccolta, stoccaggio, selezione e riciclaggio delle cassette di frutta e verdura». Il resto è cronaca nera, al momento dei fatti poco comprensibile anche se, per gli inquirenti, fin da subito inquietante: il 25 maggio, nel quartiere Appio-Tuscolano, a Roma, viene dato fuoco alla sede della cooperativa sociale Ape Maia: l´incendio, doloso, parte dal locale dove vengono riciclati abiti usati. Il 12 luglio scoppia un altro incendio. Vanno in fiamme oltre mille auto sui 20 mila metri quadrati del deposito della Romana Recuperi (che ha un contratto con il comune per il recupero delle auto abbandonate) in via dell´Almone, a ridosso del parco dell´Appia antica. Il 21 luglio è la volta di un autodemolitore di Vermicino. Il 23 luglio di un altro autodemolitore, questa volta a Roma, in via del Forte di Pietralata. Tre incendi in dieci giorni che fanno sospettare agli inquirenti «l´esistenza di un racket della demolizione». Passa agosto, e a settembre, il 15, si torna a colpire: viene dato alle fiamme un altro autodemolitore, quello di via Centocelle. Nei mesi successivi, mentre nel resto d´Italia sono decine gli atti intimidatori e persino gli omicidi, a Roma non accade niente: fino al 2 gennaio 2010, quando viene avvolto dalle fiamme un autodemolitore di via del Foro Italico.
Il Lazio, dunque, campo di battaglia: qui si smaltiscono rifiuti come l´amianto che arrivano dalla Sicilia (è successo nella discarica di Pomezia), ma anche - l´hanno raccontato pentiti di camorra e mafia - rifiuti radioattivi o rifiuti provenienti dalle centrali nucleari, come è accaduto a Latina.
La regione viene anche chiamata la "lavanderia del mattone" per quanto "ripulisce" i proventi di attività mafiose. Investendoli a suon di bustarelle in aree dove non sarebbe possibile edificare: come è accaduto a Sabaudia, dove sono stati sequestrati 285 villini; a Pomezia, dove gli immobili posti sotto sequestro sono stati 421, o Roma, con tutto lo scandalo delle piscine dei mondiali di nuoto.



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