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Tagli agli enti. Il forum organizzato da Libero
Libero 5/6/2010

Al forum organizzato da Libero, le fondazioni si dicono disponibili a trattare con Bondi e ad aprirsi ai privati. Ma avvertono: «Adesso meno tasse e più meritocrazia»

Partecipano al dibattito Flavia Nardelli (Istituto Sturzo); Roberto Mazzotta (Istituto Sturzo); Giuseppe Parlato, (Fondazione Spirito); Giovanni Orsina (Fondazione Einaudi); Chiara Daniele (Fondazione Feltrinelli); Laura Pizei (Fondazione Craxi); Silvio Pons (Fondazione Istituto Gramsci); Giuseppe Vacca (Fondazione Istituto Gramsci); Franco Salvatori (Società Geografica Italiana e presidente dell'Associazione delle Istituzioni di cultura italiane); Giancarlo Monina (Fondazione Basso); Roberto Papini (Istituto Intemazionale Jacques Maritain).
Molti di voi hanno sollevato parecchie perplessità di fronte alla lista dei 232 enti inutili e da tagliare presentata dal governo. Ora la palla è passata al ministro Bondi. Sarà lui a decidere dove sforbiciare.
Flavia Nardelli: «Ci siamo trovati davanti alla lista dei 232 enti cosiddetti inutili senza saperne nulla. Di questi, soltanto 100 sono presenti nella lista del ministero dei Beni culturali, di cui noi facciamo parte, che raccoglie gli istituti che godono di un cofinanziamento dello Stato per i servizi di biblioteca ed archivio che assicurano, in base alla legge 534 (che regola i contributi statali alle istituzioni culturali). Sulle cifre del finanziamento, poi, c'è un grande confusione. Il ministero, sulla tabella, in base alla legge 534 prevede poco più di sei milioni di euro all'anno di finanziamento per 121 enti per tre armi. Ci chiediamo come si sia arrivati a parlare di 22 milioni di euro. Nella lista dei 232 da tagliare, sono presenti, per esempio, anche i comitati nazionali, che non c'entrano nulla con noi e comprendono cose molte diverse: alcune di alto livello, altre di livello molto inferiore»
Chiara Daniele: «Sugli altri comparti si è proposto un taglio del 10%, per noi il taglio è al 50%. Con la prima versione della manovra, che accomunava realtà molto diverse, si è tentato di far passare l'idea che gli istituti culturali in generale non siano virtuosi, ma ricordo che per rimanere nella tabella del Ministero devono rispondere a criteri severi. Da questi criteri si deve partire. La lista dei 132 enti ha arrecato agli istituti seri che perseguono l'eccellenza un serio danno di immagine».
Roberto Papini: «Gli istituti culturali sono poco più di 100 e non vanno messi sullo stesso piano dei comitati nazionali. Noi ci sentiamo minacciati, anche se ogni anno, per rispettare i canoni necessari a farci entrare nella lista del ministero, dobbiamo affrontare controlli molto severi, presentare bilanci in regola ecc.».
Beppe Vacca «La seconda versione della manovra prevede che sia il ministro competente a decidere dove tagliare. La prima cosa che vogliamo capire è se si mantengono a no, magari migliorandoli, i criteri fissati dalla legge 534. A partire da questi criteri si può cominciare a lavorare. La legge 534 è stata antesignana della cooperazione virtuosa fra pubblico e privato: gli istituti mettono a disposizione della collettività patrimoni che altrimenti andrebbero dispersi e che, se toccasse allo Stato mantenerli e curarli, farebbero spendere molti più soldi».
Franco Salvatori: Ovviamente tagliare bisogna, perché l'ossigeno è minore. Però è responsabilità della politica decidere dove e come. Bisogna scegliere se considerare la cultura un organo vitale oppure no. A me sembra che la cultura possa fornire gli strumenti necessari per comprendere la situazione attuale e per uscire dalla crisi e credo che sia assurdo andare a tagliare proprio dove ci sono le risorse per capire».
Giancarlo Monina: «Intanto bisogna dire che la riduzione dei fondi è in corso da anni. E bisogna sapere che gli istituti e le fondazioni, con i loro archivi e le loro biblioteche, suppliscono a un ruolo che dovrebbe essere dello Stato».
Silvio Pons: «Se i tagli servono a fare emergere le eccellenze vanno bene. Se consistono in una razionalizzazione vera di questo mondo, dove ci sono cose di valore e altre no, sono un fatto positivo. Il problema è che negli ultimi dieci anni - centrodestra o centrosinistra al governo - tutte le riduzioni sono sempre state contate in modo lineare, senza valutare nello specifico. Si tagliava a tutti allo stesso modo. E questo ha danneggiato le eccellenze. Se si riuscisse a individuare dei criteri più forti di quelli utilizzati finora per stabilire chi finanziare e soprattutto se si riuscisse ad applicarli, credo che chi siede a questo tavolo non possa che essere favorevole. Purché il tutto avvenga in base a una filosofia costruttiva e non a partire dalla considerazione che gli enti culturali sono parassiti”.
Finora a decidere quali istituti e fondazioni dovessero ricevere il finanziamento pubblico è stato il ministero sulla base dei criteri stabiliti dalla legge 534. Che ne pensate della legge? Forse può essere migliorata e aggiornata.
Giuseppe Par1ato: «La tabella stilata dal ministro Bondi e relativa al triennio 2009-2011, rispetto alla precedente, ha eliminato molti enti. Ho apprezzato l'azione di Bondi in questo senso. Io stesso, facendo alcuni controlli, avevo notato che alcuni degli istituti che ricevevano fondi non li meritavano. In alcuni casi c'era chi veniva pagato due volte perché lo stesso istituto si presentava con due nomi diversi. Se la linea del controllo e del rigore dovesse essere confermata, non può che essere un elemento positivo”.
Chiara Daniele: «La legge è una buona legge, chiaramente in alcune parti deve essere aggiornata, si può renderla più selettiva, si devono introdurre indicatori di qualità ed eccellenza, soprattutto per quel che riguarda l'utilizzo delle nuove tecnologie. L'importante è che i criteri stabiliti vengano poi applicati in maniera rigorosa». Silvio Pons: «Credo che la legge sia un po' invecchiata o almeno sono invecchiati i criteri sulla base dei quali si stabilisce il finanziamento. Oggi, rispetto al passato, è necessario essere al passo con la tecnologia (Internet, per esempio). E questo è uno dei requisiti fondamentali che i finanziatori privati, per esempio le fondazioni bancarie, richiedono quando erogano fondi. Quindi si può dire che in questo caso il mercato attua già una selezione. Da questo punto di vista la legge potrebbe probabilmente essere integrata». Roberto Mazzotta «In questa fase non penso che si debba discutere la legge 534, che sicuramente è datata e merita un aggiornamento, da farsi però successivamente. Si tratta in ogni caso di una legge buona, di uno strumento che permette all'amministratore pubblico di capire chi merita fondi e chi no. Credo che l'ipotesi di verificare il merito sia molto vantaggiosa per gli istituii che fanno bene il loro mestiere e che non gradiscono di essere avvicinati ad altri che non lo fanno. Il disboscamento, nel nostro comparto, è importantissimo. Il ministro che si dovrà occupare di questo ha tutta la nostra collaborazione e disponibilità. Noi però desideriamo che la selezione sia fatta in modo trasparente, e che i sì e i no siano motivati, cosa che in passato non sempre è avvenuta. Non bisogna dare meno a tutti. Bisogna che chi non se lo merita non abbia niente e chi se lo merita sia adeguatamente sostenuto. Un requisito rilevante, che potrebbe in futuro integrare la legge, potrebbe essere quello dei finanziamenti privati. Ricevere fondi da privati è una garanzia di qualità anche per il pubblico e lo aiuta a erogare con maggiore assennatezza”.
Laura Pizei «La fondazione Craxi esiste da una decina d'anni. Noi siamo la dimostrazione che la legge funziona, se i controlli vengono fatti. Ci siamo presentati la prima volta 6 anni fa tentando di essere inclusi nella tabella. Allora era ministro Buttiglione, ma non siamo stati ammessi. Ci hanno dato una serie di parametri da rispettare e abbiamo fatto vari sforzi per raggiungere tutti gli obiettivi. E alla fine abbiamo ottenuto un finanziamento. Devo anche dire che lo Stato e le Regioni ci hanno sempre seguito bene, aiutandoci e consigliandoci nel percorso. Le assicuro che non è stato facile e che i controlli sono stati rigorosi».
Giovanni Orsina. «Credo che il discorso relativo alle fondazioni culturali sia analogo a quello che si può fare sull'Università. Finché il vaso è rotto, continuare a versare acqua è inutile. Se i criteri non funzionano, è comunque uno spreco di denaro. Bisogna però fare la scelta politica di ripararlo, il vaso. E dire che nel campo della cultura il Paese deve investire. A me sembra comunque che il vaso degli istituti culturali non sia in pessime condizioni. Dieci anni fa era un colabrodo. Ora, in parte, è stato sistemato».
Oltre a intervenire sulla legge, forse sarebbe importante stimolare l'intervento dei privati, in modo da cominciare un processo per svincolarsi dallo Stato. Il primo passo sarebbe la defiscalizzazione.
Chiara Daniele: “Tutte le nostre fondazioni hanno finanziamenti privati, per i quali oggi sono imprescindibili le fondazioni bancarie. Il nostro Paese però non ha mai studiato politiche fiscali che favorissero il mecenatismo. Per quanto riguarda le sponsorizzazioni, in genere sono finalizzate a un progetto o a un prodotto finale, però dobbiamo avere anche delle risorse per il finanziamento. Una politica di defiscalizzazione sarebbe fondamentale per attrarre altre risorse».
Giovanni Orsina: «A proposito di privati, una integrazione che si potrebbe fare alla legge è la seguente: se il contributo ministeriale rappresenta più del 50% del budget dell'istituto, viene tolto, perché significa che l'ente è incapace di raccogliere altri fondi. In questo modo, verrebbe messo a frutto il contributo dello Stato e si potrebbe agganciare una serie di progetti ulteriori. In questo senso, significa che lo Stato compie un investimento, non una spesa. Poi si possono immaginare anche altre cose; noi accettiamo criteri più stringenti e ci impegniamo a offrire garanzie ulteriori, però concedeteci la defiscalizzazione. Attualmente, i principali finanziatori degli istituti culturali sono le fondazioni bancarie e il rapporto non funziona benissimo. Le fondazioni bancarie, per esempio, hanno vincoli territoriali sempre più stringenti. Se un istituto si trova a Torino o Milano, nessun problema. Al Centro-sud però la situazione è molto diversa...».
Silvio Pons: «Noi per esempio abbiamo realizzato un progetto per i 150 anni dell'unità d’Italia assieme alla Fondazione Feltrinelli e all'Accademia di Santa Cecilia che è stato finanziato dalla Fondazione Cariplo. Era un progetto pagato interamente da privati. Però abbiamo potuto farlo soltanto perché il vincolo territoriale è stato superato, in quanto uno dei tre partner era milanese. Il mercato ha le sue regole, ma può anche avere correttivi. Le fondazioni bancarie, per noi, costituiscono il mercato. Serve una scelta politica».
Giuseppe Vacca: «Una defiscalizzazione vera, in Italia non c'è mai stata. Quella introdotta da Veltroni è soltanto parziale. Forse si potrebbe destinare parte del mercato pubblicitario agli istituti».
Flavia Nardelli: «Bisogna considerare anche il fatto che trovare sponsor per archivi e biblioteche non è molto semplice. Il meccanismo di defiscalizzazioni voluto da Veltroni, in ogni caso, è stato un fallimento. Troppo farraginoso. Finora nessuno è riuscito a costruire un meccanismo funzionante”.
Giuseppe Parlato: «Sono anni che i migliori istituti sono impegnati sul tema del mercato e della valorizzazione del loro prodotto. Abbiamo discusso e lavorato tantissimo. Abbiamo fatto entrare gli uffici stampa, modificato il nostro linguaggio. Le nostre condizioni non sono paragonabili purtroppo a quelle del mondo anglosassone, per tanti motivi l'Italia è scarsamente ricettiva da questo punto di vista. Resta il fatto che la maggior parte di noi promuovono patrimoni che sono archivistici e bibliografici: di grande importanza storica, ma che sul mercato hanno un appeal relativo. Credo inoltre che una grossa mano ce la darebbe l'esenzione dall'Iva. Dobbiamo anche considerare che noi siamo vincolati ad avere gli archivi, il nostro status di Fondazione prevede una serie di restrizioni».
Silvio Pons: «Tra gli archivi più appetibili che abbiamo, dal punto di vista mediatico, c'è quello di Luchino Visconti, sul quale abbiamo organizzato mostre e pubblicazioni, ma è stato un caso abbastanza particolare di una donazione che non aveva vincoli. In genere gli archivi arrivano sulla base opposta. Fin dall'inizio la missione che ti viene riconosciuta esclude la commercializzazione dell'archivio, poiché la nostra missione fondamentalmente è scientifica».
Flavia Nardelli. “Da tempo, comunque, ci stiamo confrontando per trovare nuove forme di finanziamento. A me sembra molto interessante la formula del Kadoc di Lovanio, in Belgio. Loro vivono grazie agli accordi con le televisioni e i giornali, vendendo i propri prodotti: lo Stato li aiuta semplicemente fornendo il personale».
Ultima domanda. Posto che la lista inizialmente stilata dei 232 enti inutili pare superata, facciamo riferimento alla tabella del Mibac che comprende 121 istituti i quali ottengono finanziamenti. Di quanto dovrebbe essere ridotto il numero di questi enti?
Pons, Orsina, Monina, Parlato: «Del 50%». Nardelli: «Il ministro parla di 20 enti. Io sono convinta che la metà degli enti oggi in tabella diritto [sic] ai fondi».

L'INCONTRO
Giovedì mattina, Libero ha organizzato a Roma un forum con i rappresentanti di alcune delle più importanti fondazioni culturali italiane per raccogliere spunti e proposte su come distribuire i finanziamenti statali in maniera più efficiente e tagliare gli enti inutili. LA LEGGE
Oggi, i finanziamenti statali sono assegnati per tre anni in base alla legge 534 del 1996. Nel periodo 2009/2011 sono previsti contributi per circa 6,5 milioni di euro all'anno a un totale di 121 istituzioni. Ma secondo molti dei partecipanti al forum il numero di beneficiari dovrebbe essere dimezzato.
LE PROPOSTE
Fra le tante proposte, quella di migliorare i criteri di assegnazione dei fondi, in modo da privilegiare le eccellenze. Ma le fondazioni chiedono anche la defiscalizzazione delle donazioni private, l'esenzione dall'Iva e vincoli territoriali meno rigidi peri finanziamenti delle fondazioni bancarie.
GLI ARCHIVI
Un altro problema da affrontare sono i vincoli a cui sono sottoposti gli archivi, che possono essere sfruttati solo per scopi scientifici e non commerciali.



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