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Trivelle e cemento a Pompei Questa non è «valorizzazione»
Tomaso Montanari
Corriere del Mezzogiorno – Napoli 5/6/2010

Cosa possono aggiungere le parole all'immagine pubblicata qui sopra e a quelle della pagina interna? Verrebbe da dire che nessun ragionamento può rendere più chiara la situazione, più tangibile la devastazione, più terribile la barbarie. Come sempre, invece, le immagini sono ambigue: e anche le più evidenti hanno bisogno di essere tradotte. Prendiamo le fotografie del martello pneumatico in azione, per esempio quello brandito dall'operaio col casco azzurro, che fa le tracce per i tubi squarciando la colata di cemento appena gettata tra il muro e la colonna antichi. Quello non è un martello pneumatico, ma una trivella petrolifera. E’ la trivella che cerca il «petrolio d'Italia»: quei giacimenti culturali che da quasi trent'anni vengono magnificati (a sinistra quanto a destra) come la grande risorsa che il nostro Paese dovrebbe imparare finalmente a «sfruttare». Abbiamo cessato di parlare di «opere d'arte» o di «belle arti», per celebrare invece i «beni culturali», il «patrimonio», la «valorizzazione»: e tutto questo ha finito con lo spostare insensibilmente, ma fatalmente, il discorso dalla dimensione culturale, gratuita, a quella economica. Sotto il ministero di Sandro Bondi la retorica della valorizzazione ha raggiunto il suo apice: se da una parte si sottrae al bilancio del ministero dei Beni culturali l'enorme cifra di un miliardo e trecento milioni di euro, dall'altra si istituisce la nuova Direzione generale per la valorizzazione, e la si affida all'amministratore delegato di McDonald's Italia. Il disegno è chiarissimo: lo Stato non vuole più investire sul «patrimonio artistico», ma vuole invece metterlo a reddito. Come? Per esempio sostituendo i soprintendenti archeologi o storici dell'arte con commissari che provengono dalla Protezione civile, e che sono abituati a gestire i grandi eventi con il disinvolto efficientismo ormai noto alle cronache. Se il fine è fare soldi, e farli in fretta, le cautele, le competenze e il senso storico degli studiosi non sono che un intralcio. I politici «del fare» non possono perdere tempo a guardare, a leggere o a pensare. E questa non è forse la mentalità che conduce alla rovina l'ambiente naturale e culturale di un Paese al cui orizzonte c'è sempre un condono che, proprio come la confessione, lava via tutte le colpe? Dunque, ciò che succede al Teatro di Pompei non è un incidente, o un caso: è l'esemplare applicazione della dottrina del petrolio d'Italia. E quel martello pneumatico è una delle mille trivelle che stanno devastando il nostro tessuto culturale. La marea nera che sgorgherà da quei pozzi non rischia di cancellare solo il Teatro di Pompei e gli altri mille monumenti violati, ma minaccia di sommergere la nostra stessa identità. Stiamo sacrificando Pompei sull'altare del marketing di Pompei. Le prossime generazioni potranno perdonarci?



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