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MILANO - Brera rinasce?
Gianni Barbacetto
“Il Fatto Quotidiano”, 10 giu. 2010



Evviva Mariastella Gelmini. È lei, il ministro dell’Istruzione, assieme al commissario straordinario del governo Mario Resca, al ministro della Cultura Sandro Bondi e al sindaco di Milano Letizia Moratti, che si sta intestando – grazie a una stampa dalla memoria cortissima – il merito della Grande Brera. Ossia la rinascita di un importante museo milanese, che oggi non supera i 300 mila visitatori ma che diventerà un centro di respiro europeo, con 1 milione di visitatori l’anno. Come potrà succedere? Spostando altrove (nella ex caserma milanese di via Mascheroni) gran parte dell’Accademia di Brera, dove si studia l’arte. E utilizzando per il nuovo, grande museo, gran parte degli spazi del palazzo che fu di Maria Teresa e di Napoleone, oggi divisi tra Accademia e Pinacoteca. Saranno finalmente valorizzate tutte le opere d’arte, come il Cristo di Mantegna, ora sacrificate in sale affollate di quadri oppure ammassate nei depositi. Ci sarà così Brera 1, il museo che nascerà dall’attuale Pinacoteca dentro lo storico Palazzo Citterio, con il nuovo progetto dell’architetto Mario Bellini, a ridosso del bellissimo (e sconosciuto) Orto botanico, con caffetteria e ristorante. E Brera 2, l’Accademia, che troverà posto nei 20 mila metri quadrati della caserma di via Mascheroni. Evviva Mariastella Gelmini, dunque, evviva Resca, Bondi, Moratti e perfino Ignazio La Russa che, da ministro della Difesa, concede la caserma che diventerà Accademia. Peccato però che la campagna sulla Grande Brera sia un esempio da manuale di come si possa fare cattiva propaganda politica e informazione a metà. Sono quasi quarant’anni, infatti, che si parla della Grande Brera. E la soluzione che oggi si celebra come nuova è stata trovata, durante il breve governo Prodi, da un sottosegretario all’Università di nome Nando Dalla Chiesa. Fu lui a dire: spostiamo l’Accademia nella caserma di via Mascheroni, così da avere lo spazio per fare davvero grande la Pinacoteca di Brera. Fu lui a chiedere, e ottenere, l’assenso dall’allora ministro della Difesa, Arturo Parisi. Non senza conflitti e polemiche, perché il governo precedente a quello di Prodi (con Letizia Moratti ministro dell’Istruzione e Giuliano Urbani ai Beni culturali) aveva nel 2004 deciso di spostare l’Accademia nel nuovo quartiere universitario della Bovisa. Con costi altissimi: 2 milioni all’anno per avere, in affitto, un edificio ancora da costruire e per di più insufficiente, con soli 5 mila metri quadrati per le attività didattiche. Il risparmio realizzato con la soluzione Dalla Chiesa è stato pari a quanto necessario per costruire 17 nuove scuole elementari di medie dimensioni. Ma Nando Dalla Chiesa non riuscì a portare a compimento il suo progetto, perché il governo Prodi cadde. E ora? Bastasse un Manifesto per Milano! La verità è che quelli che oggi suonano la fanfara della Grande Brera, come se fosse un’idea loro, devono ancora trovare i soldi. Il governo non ce li mette certo tutti. E quelli che mancano? Non è un problema – dicono – li troveremo, magari creando una Fondazione. Speriamo. A oggi, però, siamo di fronte al solito annuncio, fatto di sonori squilli di tromba e poco più. La Grande Brera aspetta ancora i fatti.



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