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TULLIO PERICOLI. E il paesaggio diventa volto
di STEFANO BUCCI
14 giu 2010 Corriere Della Sera





A Roma una raccolta di opere del maestro: nature, vedute e ritratti di scrittori amati

Tullio Pericoli: «Mescolo fantasmi personali e personalità dei luoghi»

A tutti ho rubato la luce interiore. I miei quadri sono delle «sindoni» che riproducono emozioni

Diciamo che era inevitabile, diciamo insomma che era scritto. L’idea di affiancare lineamenti, volti e paesaggi (come accade ora nella mostra che si inaugura domani al Museo dell’Ara Pacis di Roma) era in qualche modo necessaria al destino di Tullio Pericoli, pittore e disegnatore da sempre affascinato dall’idea di mettere a nudo (con amore) le grandi ombre della nostra letteratura (tra i ritratti a suo tempo raccolti in volume da Adelphi ritroviamo Calvino, Kundera, Faulkner, Croce, Colette e un’infinità di altri eroi), aiutato in questo progetto dall’essere anche «un grande osservatore — ripete — dell’alfabeto che ognuno di noi nasconde tra le rughe del proprio volto». Ma, allo stesso modo, Pericoli si è da tempo scoperto anche un animo da esploratore (con l’occhio, ma anche con la macchina fotografica) delle colline, dei paesi, degli anfratti dolcissimi d’Italia e della sua terra in particolare, le Marche (è nato a Colli del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno nel 1936).

Così, come racconta nel suo studio milanese (tra pile di libri, foto private, quaderni, colori, tele in lavorazione senza alcuna parvenza di quel classico disordine da creatività): «Quello di mettere insieme volti e paesaggi era un esperimento che avevo in testa da tempo, una cosa a cui ho sempre pensato, perché volevo trovare un punto di contatto tra i fantasmi che ognuno ha dentro di sé e l’interiorità che traspare da certi luoghi». E aggiunge: «Questo è per me l’anello che congiunge finalmente le due parti di un cerchio, che finora erano vissute separatamente». Prende forma così il viaggio che Pericoli (autore di un libro, L’anima del volto, edito da Bompiani che potrebbe funzionare come una sorta di Baedeker per prepararsi al viaggio proposto ora a Roma) ha deciso di intraprendere e di farci intraprendere: 53 oli di grandi dimensioni (90x90 centimetri) realizzati tra il 2007 e il 2010, divisi appunto tra paesaggi e volti, in cui i lineamenti vengono dilatati (la curva di un naso, la profondità di una ruga, una bocca stranamente socchiusa) per mutarsi in veri e propri frammenti di un paesaggio ideale. Mentre i tratti di paesaggio impressi sulle tele da Pericoli («Senza cielo», «Natura», «Veduta», «Terreni» sono alcuni dei titoli) dimostrano, spiega l’autore (camicia rosa, pantaloni chiari, occhiali tondi, sorriso tranquillo), come «i luoghi mostrino sempre e comunque l’identità di una collettività, di una polis, specialmente quando si tratta di una campagna coltivata». Come appunto quella marchigiana.

Niente di scientifico, niente di reale, nessun tentativo di antropomorfizzare il paesaggio, nessuna operazione all’Arcimboldo. Piuttosto una sequenza di «meta ritratti» per descrivere l’interiorità, il patrimonio di storie e di emozioni che un volto può nascondere al pari di un campo coltivato. Il tutto attraverso «un dialogo di segni, colori e di tratti, di graffi e di incisioni» che possono essere rughe come solchi della terra e che finisce per essere quasi sempre giocato tra i colori della materia (il grigio, il bruno, l’ocra) e qualche sprazzo di vivacità (rosso, arancio, azzurro, verde).

Il gioco è un gioco che conquista, da subito. Tanto per cominciare, ad esempio, nessuno potrebbe immaginare cosa e chi si nasconde realmente dietro quel segno nero, tra ombreggiature e graffi, raffigurato sulla copertina del catalogo (edito da Skira): potrebbe essere un lago visto da una montagna altissima oppure un dirupo profondissimo mentre invece altro non è che l’occhio (chiuso ma ugualmente ammiccante) di Giovanni Testori. Spiega Pericoli: «A tutti ho voluto rubare la luce interiore, questi miei quadri non sono in fondo che delle sindoni che riproducono emozioni» (per focalizzare ancora di più queste emozioni, ha scelto di ritrarre solo una parte del volto, praticamente dall’attaccatura dei capelli alla bocca, «che per me è importante quanto lo era per Bernini»).

Ecco dunque il bellissimo ritratto di Maurizio Pollini come sorpreso un attimo prima di parlare o anche solo di accompagnare, con un armonioso mugolio, un passaggio di Chopin. E ancora: Mario Botta che guarda con aria interrogativa ma complice; c’è lo sguardo critico e indagatore di un altro grande dell’architettura come Vittorio Gregotti; ci sono gli oscuri presagi che sembrano arrivare oltre lo sguardo di Pasolini; c’è la austera dignità di Magris; c’è Franco Loi trasformato in una maschera «degna di un Cristo ligneo»; c’è un Roberto Saviano di cui colpisce la malinconica piega della bocca; c’è un Roberto Calasso dall’aria assai sorniona. E infine, accanto a quei paesaggi dove si intersecano segni che raccontano la nostra civiltà e la nostra storia, ecco comparire ancora una volta l’amatissimo Samuel Beckett: «La ragnatela delle sue rughe — dice Pericoli con affetto e ammirazione — è una maglia fatta dalle sue parole».





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