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L' Arco dei Gavi lagerizzato
Renzo Andreoli
L’ Arena, 9 giugno 2010

Non muove piuttosto come intervento verso la decontestualizzazione del ‘monumento’ (monumentum, ricordo) - isolandolo quindi oltremodo anziché proporre un progetto d’ integrazione nell’ ambito della mobilità urbana? Mi chiedevo questo ieri passeggiando nei pressi di Castelvecchio; peraltro, associando l’ impegnativa spesa messa a disposizione dal Comune (ben 700 mila euro) con l’ altrettale somma invece che si renderebbe necessaria per rimuoverlo dall’ attuale sito e ri-collocarlo colà ove oggi inefficacemente sono presenti nell’ asfalto i segni dell’originaria posizione dei piedritti dinnanzi alla Torre degli Orologi e come recita il contenuto dell’ iscrizione: “Qui sorgeva il cenotafio dedicato alla gens Gavia “ (una delle famiglie più importanti della Verona romana di quel tempo). E ne converrebbe L. VITRVVIVS. L. CERDO l’ ARCHITECTVS, che si prodigò nel disegnarlo: affermo ciò, in quanto persino le pietre sagomate, che formano il brandello di strada romana ricomposta falsamente all’ interno della luce stessa del fornice, oggi si prestano per una lettura artificiosa della realtà; bene storico da indicare per una specie di Italia in miniatura - piuttosto che per una partecipazione diretta, ‘fisica’ di quella che non dovrebbe costituire la monumentalità. L’ idea di ‘isolare’ in una teca di cristallo virtuale taluni della città (il pensiero corre alla recente ghettizzazione di Porta Vescovo) rendendoli di fatto inacessibili, impraticabili ai percosi della quotidianità - ecchecci sarebbe di male se li potessimo ‘appartenere’ financo consentendoci di toccarli così come si siedono i gradini de L’ Arena oppure del Teatro romano; l’ isolamento - dicevo - non favorisce che la disconoscenza, l’ analfabetismo storico, di cui il bene è intriso. L’ Arc de Trionphe chiude senza scandalo il tracciato des Champs Elysées addirittura identificandosi come primigenio rondeau; certamente, la glorificazione delle gesta delle armate napoloniche rappresentata dal ciclopico Altare della Patria francese (il doppio dell’ Arco di Costantino in Roma) non conserverà la potenza della romanità; ma temo di non andare lontano dal credere che il riposizionamento dell’ Arco dei Gavi com’ era e dov’ era all’ imbocco del Ponte di Castelvecchio e lungo il tracciato del decumano, non costituirebbe una profanazione del mito; ma incontrerebbe invece il favore dei veronesi, che lo sentono ora come estraneo simbolo. Grazie per l’ attenzione - i più cordiali saluti, Renzo Andreoli



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