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Tremonti non arretra: vanno ridotti gli sprechi
Mario Sensini
16 giu 2010 Corriere Della Sera






L’ipotesi di risparmi con i costi standard nella sanità

ROMA— «Decidano loro dove e come tagliare. L’unica cosa che non si discute è la cifra». A maggior ragione dopo aver incassato il sì di Bruxelles alla manovra, con la raccomandazione a dare efficacia reale ai tagli di spesa previsti dal decreto, il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, non è disposto a fare sconti alle Regioni. «Invece di lamentarsi, cominciassero a tagliare ciò che non è necessario» ha detto ieri sera il ministro ai capigruppo della maggioranza in Senato.

In vista di una battaglia durissima, al Tesoro si preparano a ribattere colpo su colpo alle accuse dei governatori. E, per cominciare, si sono messi a contare tutte le agenzie, gli enti regionali, le società controllate e quelle partecipate direttamente (410) e indirettamente (addirittura 1.473), con l’idea di passare presto al censimento delle «ambasciate», a Roma, a Bruxelles (sono 21, contando le province autonome di Trento e Bolzano) e nelle altre capitali del mondo.

Via gli sprechi, innanzitutto. Anche se la soluzione politica che il governo è pronto a mettere sul tavolo per aiutare la digestione della manovra alle Regioni è un’altra. Ovvero l’anticipo del federalismo fiscale, una mossa che suonerà anche un po’ beffarda a chi sostiene, come molti governatori, che i tagli della Finanziaria significhino la morte della devolution, con la scomparsa di tutti quei servizi (trasporto locale, viabilità, edilizia residenziale, opere pubbliche, servizi sociali, incentivi alle imprese) che domani dovrebbero essere mandati avanti con la sospirata autonomia fiscale.

I calcoli del governo dicono altro. Le spese delle Regioni ammontano a 175 miliardi, dei quali 110 riguardano la Sanità, che non viene toccata dalla manovra. Tutte le altre funzioni costano 65 miliardi, e il taglio è di 4. Da finanziare con l’autonomia impositiva ci resterà, dunque, parecchio. Nè può essere messa in discussione, sostiene il governo, la correlazione tra le funzioni trasferite e le risorse necessarie per svolgerle: i tributi con cui oggi vengono finanziate non sono vincolati (l’Irap, ad esempio, non è una tassa finalizzata alla sanità, anche se serve a questo), e in questo sistema senza compartimenti stagni il governo vede la soluzione.

Come? Anticipando il passaggio dal criterio dei costi storici a quello dei costi standard, per renderlo operativo dal 2012, ad esempio. Il meccanismo è semplice: invece di rimborsare a piè di lista il costo dei bypass coronarici, che in alcune Asl costano il doppio che in altre, domani le regioni avranno il diritto a vedersi riconosciuto solo il "costo standard", calcolato sulla spesa media delle più virtuose.

Dall’applicazione del nuovo principio soltanto alla sanità (ma il costo standard verrà applicato a tutte le funzioni attribuite alle Regioni) potrebbero derivare risparmi molto consistenti, capaci di compensare ampiamente i tagli della manovra anticrisi. La Corte dei Conti stima prudenzialmente un beneficio di 2 miliardi di euro, alcuni istituti di ricerca come il Cern dicono che si può arrivare fino a 11 miliardi, e anche gli esperti indipendenti incaricati dal Partito Democratico parlano nel loro studio di un risparmio possibile tra i 4e i 7 miliardi di euro. Dai bypass alle Tac, fino alle siringhe, solo per restare nella sanità, c’è dunque modo di risparmiare un sacco di soldi. Che invece di rimanere nelle tasche dei governatori, dice il governo, bilanceranno i tagli di oggi.

In attesa dei costi standard, nel 2011 si troveranno soluzioni transitorie, anche facendo leva sul patrimonio trasferito con il federalismo demaniale. Nel frattempo è partita la battaglia sugli sprechi. Via le società inutili (voleva farlo anche il governo Prodi, ma non c’è riuscito) con tutti gli incarichi degli amministratori, lautamente retribuiti. Un esempio? I consiglieri delle società possedute dalla disastrata Regione Lazio portano a casa ogni anno 2 milioni di euro. Ma stiamo parlando solo delle società controllate, appena 12. Cui si dovrebbero aggiungere le partecipate, direttamente o indirettamente, che sono 50. Tutto sommato poca cosa, rispetto alle 217 del Piemonte e alle 180 dell’Umbria.



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