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Celebrazioni per l'Unità d'Italia
SIMONETTA FIORI
La Repubblica, 18-06-10, pagina 43 sezione CULTURA






«Al di là di quello che potranno fare governo e istituzioni, sono tantissime le iniziative che partono dal basso», dice Giuliano Amato mentre s' affanna tra cassetti, armadi e scaffali del suo studio alla Treccani: un mare di fogli che raccontano storie risorgimentali dimenticate. «Da vecchio costituzionalista penso che le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario non siano dello Stato ma della Repubblica, e dunque di tutti noi. E non deve essere un appuntamento per vecchi, con il monumento restaurato e il sindaco in fascia tricolore. Stiamo anche pensando a una notte bianca, nella notte tra il 16 e il 17 marzo». Nominato un mese fa presidente del comitato dei garanti- che si riunirà oggi nella sua nuova composizione - Amato sembra ignorare le difficoltà che l' hanno preceduto, le dimissioni di Ciampi e Zagrebelsky, le defezioni della Lega rispetto alle celebrazioni patriottiche, l' inno ripudiato, la nazione italiana negata, l' unità statuale liquidata come una gabbia opprimente. Sull' Italia vista da Amato sventola il tricolore. Professor Amato, lei vuol dire che il sentimento nazionale italiano gode di ottima salute? «Se la vediamo in una prospettiva storica - come ha fatto anche di recente Emilio Gentile- siamo tutti convinti che l' Italia sia un paese a debole statualità e quindi dotata di un debole sentimento nazionale. La nazione è una creatura dello Stato, non un prodotto dei popoli, e dunque si può avere un' identità nazionale se non c' è uno Stato che la forma. Esistono però forti legami di identificazione tra gli italiani». In che forma? «Lungi dal proiettare se stessi nello Stato, hanno formato la loro identità difendendosene. Secoli di dominazioni parcellizzate e bellicose li hanno resi diffidenti verso chi governa. La distanza dalle regole degli italiani nasce dalla convinzione che le regole siano fatte per gli altri, e io devo arrangiarmi». Questo però non è orgoglio nazionale. «Guardi questa indagine di Mannheimer, non ancora resa pubblica: racconta gli italiani come si vedono allo specchio». Ospitali, allegri, furbi, con scarso senso civico... Non è propriamente un sentimento di grandeur. «Ma il 69% dice di avvertire un senso di appartenenza allo Stato italiano, solo il 25% dice: mi vergogno. E per l' 87% l' unità d' Italia è un valore da sostenere, solo per 11% è un male e il 2% non lo sa. Tutto più o meno torna. I sondaggisti ci dicono che la Lega vale il dodici per cento». Maè una quota che ha un forte peso politico. Rappresentiamo un' anomalia anche in questo: al governo siede un partito che nega la festa fondativa dell' Italia, ripudiando la nazione e contestandone l' unità statuale. «Questa è una posizione che io ho sempre considerato sbagliata e sono grato al capo dello Stato che fa da garante istituzionale dell' unità nazionale. Ma proprio perché nel paese circolano idee sbagliate, ciascuno di noi deve fare il possibile per sostenere le ragioni dell' unità. Impresa che tra l' altro non è difficile neppure al Nord: la distribuzione geografica del sentimento di italianità mi sembra uniforme». Ha cercato di fare il possibile il comitato presieduto da Ciampi, ma il suo percorsoè stato accidentato. Con grande eleganza Ciampi s' è dimesso «per ragioni di salute», seguito da Zagrebelsky, Conso, Maraini e alcuni altri che hanno motivato l' uscita con la condizione di incertezza in cui si erano trovati. In sostanza, hanno preso atto che da parte del governo mancava la volontà politica di portare a termine in modo convinto le celebrazioni. «Io ho accettato l' incarico perché sono persuaso che sia giusto impegnarsi a fondo in questa vicenda. Se fallissero le celebrazioni, io da italiano non sento di potermela cavare dando la colpa a un governo che non è il mio: sarebbe una cosa grave per tutti. Trovo sbagliato lasciare la barca quando rischia di affondare. Magari bisogna mettere la vela in modo che la barca vinca sul vento contrario». Ma se il vento è uno tsunami, la vela rischia di essere travolta. «Bisogna vedere. Intanto dopo una lunga attesa, sono arrivati non i 19 milioni di euro richiesti, ma 18 milioni e cinquecentomila. La cresta di Tremonti era prevedibile, ma in alcuni casi s' è portata via il totale, qui è venuta via solo una piccola quota». La cifra è bassa. «Però consente di far partire un programma in cui tre quarti delle iniziative vengono dal paese, non dal governo. La nostra intenzione è di affidare il logo alle proposte che arrivano da varie parti, finanziate autonomamente. Con i diciotto milioni di euro - ora partiranno le gare provvederemo alla sistemazione della Domus mazziniana di Pisa e del monumento garibaldino del Gianicolo. Inoltre il Forte di Arbitucci a Caprera diventerà una struttura museale: l' idea è di fare dell' isola un luogo per i giovani, che possa ospitare convegni di dottorandio altre iniziative, magari utilizzando uno di quegli alberghi a nove stelle creati alla Maddalena per un G8 che non c' è mai stato. Un quarto luogo della memoria potrebbe essere Volturno. Quella stessa cifra servirà per le mostre, dedicate alle donne, alla lingua, allo Stato italiano. In più sto aspettando una risposta delle Fondazioni bancarie: il giorno in cui hanno celebrato me e la mia legge, ho detto che almeno dieci milioni me li aspetto da loro». Il restauro dei luoghi della memoria però non basta a conferire un carattere alle celebrazioni. Che tipo di riflessione viene fatta sul paese? «Ora sto mettendo a punto con Andrea Graziosi un ciclo di dieci discussioni tematiche da fare qui in Treccani sugli ultimi cinquant' anni. L' idea è di comprendere un paese che s' è venuto ripiegando in questi anni, non mi piace la parola declino, ma insomma...». Un ciclo sul genere «Cosa abbiamo fatto noi per meritarci questo?»... «Almodovar è straordinario, ma non mi sembra appropriato per un evento come il centocinquantesimo. L' idea è di trovare nella storia italiana stimoli che ci possano aiutare per uscire da questa situazione di stallo. In altre parole, cosa ci ha portato fin qui, come se ne esce. Non una riflessione sconsolata, ma aperta verso il futuro». Ma questo significa mettere in discussione l' evo berlusconiano. «Significa rimettere in discussione tutto. Quello che abbiamo sotto gli occhiè anche figlio nostro». La sua è un' autocritica? «Se è successo quel che è successo, nessuno di noi se ne può tirare fuori. Il nostro è un paese con una classe dirigente debolissima, e dunque molte cose devono essere ripensate in questo centocinquantesimo compleanno. Sarà un anniversario più carico di domande che di risposte: più che una celebrazione, un' occasione per una valutazione critica e disincantata, che però non deve inclinare al disfattismo. Se uno guarda l' erba del vicino, è spesso giallastra». Nel nuovo comitato dei garanti in sostituzione dei dimissionari compaiono i nomi di studiosi apprezzati - Giovanni Sabbatucci, Andrea Riccardi, Gianni Toniolo - e quello di Claudio Martelli. «Martelli è stato voluto da Bondi». Per quali meriti patriottici? «Bondi l' ha inserito e io non mi sono certo opposto. Conosco Martelli da molti anni». È anche questa storia d' Italia. Ma cosa le fa credere che ora il cammino del comitato sarà più semplice? «Ho avuto l' enorme vantaggio di avvalermi di questo tormentato avvio di Ciampi che alla fine ha portato allo stanziamento dei fondi. Il precedente comitato ha discusso molto, con tante posizioni diverse. Io mi sono concentrato sulle miriadi di iniziative che arrivano dalle varie parti del paese, ora il nuovo comitato dovrà comporle in un programma nazionale. Ho l' impressione che lei percepisca una "questione governo" più forte di come sia in realtà». Quando i leghisti si sono rifiutati di partecipare all' anniversario dei Mille, il ministro Bondi è arrivato a sostenere che il federalismo di Bossi si richiama a quello risorgimentale. «Diciamo che l' unica cosa che hanno in comune è che neppure Cattaneo era nato in Sicilia... Bondi siede nel governo insieme alla Lega e dunque ha dei problemi sul tema dell' unità. Ma non è detto che questi problemi ce li ritroviamo nei programmi del centocinquantesimo. Io finora non ho incontrato ostacoli. Nessuno mi ha detto cosa devo fare e conto di andare avanti così».



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