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Roscigno - Il paese che vuole continuare a vivere
di ELEONORA PUNTILLO
corriere del mezzogiorno 22 giu 2010 Caserta




Sono gli «americani» a tenere in vita — con foto e racconti familiari, spesso tornando per la festa di settembre — il ricordo di Roscigno vecchia, il paesino morto nel cuore del Cilento. «Americani» ossia figli e nipoti dei roscignesi che emigrarono prime e dopo il 1902, quando la frana cominciò a divorare lentamente case e strade, cominciando dalla parte bassa. Tanto lentamente che Roscigno vecchia è sopravvissuta per oltre un secolo apparentemente intatta, e in questo secolo funerali matrimoni e battesimi si son celebrati sempre settecentesca nella chiesa di San Nicola, e lì davanti le bestie sono andate sempre ad abbeverarsi nella fontana al centro della piazza, abitanti residenziali a quattro zampe del vecchio paese, visto che in quello nuovo, un chilometro più su dove la collina è solida, le stalle e i magazzini per fieno e prodotti della terra non bastavano o non esistevano.

C’erano voluti decenni, ancora prima della guerra, perché di fronte all’avanzare della frana e al dissesto delle vecchie mura, gli abitanti si convincessero a lasciare le case dove si viveva ancora al lume di candela, dove l’acqua arrivava solo nei secchi riempiti alla fontana, con la stanza principale contigua e in comunicazione con la stalla. Non era la prima volta che Roscigno era costretta a trasferisi: in origine si trovava sulla sponda del fiume Ripiti,m poi case e abitanti si insediarono più su, più volte inseguiti dalle frane. Fino alla costruzione della nuova Roscigno: con due leggi speciali (1902 e 1908) furono realizzati edifici pubblici e assegnato a ciascuna famiglia un pezzo di terreno su cui costruirsi la nuova casa (ma non tutti erano in condizioni economiche tali da riuscirci). Per decenni, da Roscigno nuova sono andati al vecchio paese uomini e donne per governare le bestie e sistemare i prodotti della terra. La fontana centrale non ha mai smesso di riempire d’acqua la sua bella e tonda vasca, il rivolo scorre tuttora nei lavatoi pubblici, e quando piove le stradine di Roscigno si trasformano in ruscelli così come da mille anni, quando assolvevano al compito di assicurare l’igiene pubblica.

Questa «Pompei del ventesimo secolo» venne riscoperta nel 1982, con un servizio giornalistico del compianto collega Onorato Volzone, sul Il Mattino. Mario De Cunzo, allora «soprintendente del terremoto» (ossia di Avellino e Salerno) ricorda che ci fu un forte interesse mediatico, con numerosi servizi giornalistici e fotografici sul paese deserto eppure vivo, dove si ostinavano a soggiornare quattro o cinque anziani mentre tutte le famiglie vivevano nella Roscigno nuova. Le sollecitazioni del soprintendente raggiunsero all’epoca molti studiosi, sociologi, e università: quella di Venezia (Iuav) condusse una accurata e articolata ricerca storica architettonica, quella di Napoli (Corso di disegno) eseguì rilievi che insieme alle immagini e ai numerosi video girati successivamente, testimoniano e propongono la problematica dei paesi abbandonati e del loro recupero di cui si discute oggi a Palazzo Reale.

Singolare il fenomeno della memoria storica: Roscigno è rimasta vivissima negli emigrati, i figli e i nipoti di coloro che dovettero partire per le lontane Americhe sono rimasti in costante contatto con i loro cugini, e hanno gelosamente conservato i ritratti di famiglia, le foto delle cerimonie, le lettere. Singolare che il ricordo non muoia con i vecchi, ma sopravviva ostinatamente nei giovani, quelli locali e quelli lontani; singolare e forse unico il fatto che ogni anno, a settembre, si celebri nella piazza una gran festa per Roscigno vecchia e non manchino mai gli «americani», che per l’occasione attraversano l’oceano in senso inverso a quello dei padri e nonni. Molte delle immagini contenute nel libro di Maria Laura Castellano (storica dell'arte, specializzata in museografia) vengono proprio da oltre oceano. Nel 1990 l’autrice del libro ha realizzato, per conto della Soprintendenza di Salerno il Museo della civiltà contadina nella grande piazza, dove sono raccolti e cataloga gli oggetti di uso domestico e gli attrezzi del duro lavoro sulla terra; nel volume è ricostruita tutta la storia dei successivi insediamenti su per la montagna, anche analizzando fondi archivistici oltre che raccogliendo le voci degli anziani.

Nel Cilento sono parecchi i paesi semivuoti, anche se non minacciati da una frana come Roscigno, ma semplicemente abbandonati da una parte dei loro abitanti. Si pone il problema del loro recupero. C’è da valutare i costi, la possibilità di eseguire e mantenere un recupero, di impostare una possibile utilizzazione. Mario De Cunzo è del parere che sia molto difficile recuperare, che bisogna scegliere che cosa far sopravvivere come testimonianza, magari la chiesa settecentesca che adesso ha perduto il pavimento: «Rivedendo Roscigno dopo quasi trenta anni m’è venuta una gran tristezza, molte delle case di allora non ci sono più, quella frana è inesorabile. Forse è meglio se Roscigno vecchia la lasciamo morire in pace».



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