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La grande sfida del lago federale "A noi il Garda e il Maggiore"
GIOVEDÌ, 24 GIUGNO 2010 LA REPUBBLICA - Milano





E la Lega ha un altro sogno: "Prenderci anche il Po"



L´obiettivo è arrivare a un accordo con le regioni confinanti. Ma il Pd è critico: il Carroccio fa solo propaganda

Con l´arrivo del federalismo demaniale, in Lombardia, scoppia la guerra dei grandi laghi. Le nuove norme, infatti, prevedono che il controllo dei laghi non sarà più dello stato solo a condizione che tutte le regioni bagnate dallo stesso lago raggiungano un accordo tra loro. Piemonte e Lombardia, nel caso del lago Maggiore. Trentino Alto Adige, Veneto e Lombardia, in quello del lago di Garda. Stesso discorso per i fiumi, ad eccezione di quelli interregionali come il Po. Svanisce così, almeno per il momento, il sogno del presidente del consiglio regionale Davide Boni della Lega, «di strappare la proprietà del Po allo Stato attraverso un accordo tra Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto». E il vecchio progetto caro a Umberto Bossi di rendere navigabile il fiume più lungo d´Italia. Ma resta il problema di come far sì che la Lombardia, che è la regione italiana con più vie navigabili, non perda il controllo sui suoi 1.007 chilometri di coste, di cui 621 chilometri di soli laghi e 386 fluviali. Più di 200 porti turistici e 5 porti commerciali. «Bisogna concludere al più presto l´intesa con Veneto, Piemonte e Trentino sui grandi Laghi - esorta il consigliere regionale della Lega, Giangiacomo Longoni - Per contrastare meglio l´abusivismo edilizio e per riequilibrare i costi delle tariffe sul lago Maggiore, che sono diverse fra la sponda lombarda e quella piemontese». Più scettico il consigliere regionale del Pd Alessandro Alfieri: «È un passo avanti nella riforma dello Stato - spiega - dopodiché non è il caso di fare i corifei innamorati del federalismo a prescindere. La vera novità introdotta dal federalismo demaniale riguarda il passaggio alle regioni dei beni immobili militari e culturali, non certo i laghi. Ma semmai il fatto che saranno da ora in poi le regioni e non più lo stato a rinnovare a fine anno le concessioni per la gestione dei bacini idroelettrici. La propaganda della Lega non serve».
Il neo assessore regionale al Territorio e all´Urbanistica Davide Belotti della Lega, invece, non ha dubbi: «È un´occasione da non perdere. Perché si tratta della prima applicazione concreta del federalismo, ma anche per una questione pratica e culturale. I territori si riappropriano dei propri beni e si sostituiscono allo Stato, che finora non ha dimostrato certo il massimo dell´efficienza».
Una partita che secondo un´interpretazione delle nuove norme potrebbe trasferire alla Regione non solo il prelievo idrico, che in Lombardia è annualmente il doppio rispetto a quello medio europeo, 1.334 metri cubi pro capite contro i 600 della media Cee, ma anche la proprietà del manufatto. Cioè dell´energia elettrica prodotta. Quanto basta a spiegare la portata della partita che si potrebbe aprire.
In Lombardia, le fonti di approvvigionamento sono costituite per il 93 per cento da acque superficiali e per il restante 7 per cento, da acque sotterranee come pozzi e sorgenti. Per quanto riguarda l´utilizzo del patrimonio idrico, se si esclude quello utilizzato per la produzione di energia elettrica, che rappresenta il 72 per cento, l´81 per cento è usato per l´irrigazione dei campi, il 12 per l´uso civile e il 5 per quello industriale.
(a. m.)



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