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Tornano ad Ascoli Satriano gli antichi grifoni trafugati
di GIACOMO ANNIBALDIS
25 Giugno 2010 la gazzetta del mezzogiorno




Finalmente a casa. Dopo essere stati «clandestini » a Los Angeles, e dopo aver girato l’Italia (ammirati due volte a Roma, ma anche a Mantova e a Firenze), i due bellissimi grifoni che azzannano il cervo, e gli altri antichi vasi marmorei dipinti, sono da oggi di nuovo ad Ascoli Satriano, la terra da cui furono illegalmente trafugati. Esposti nella mostra «Policromie del sublime», insieme alla statua di «Apollo» del II secolo d. C., anch ’essa trafugata da Ascoli.

Ne parliamo con Giuliano Volpe, rettore dell’Università di Foggia ma anche archeologo impegnato da anni nei rilevanti scavi della villa romana di Faragola, sempre ad Ascoli; è ora curatore dei testi della mostra (con Elisabetta Stasolla). Di essi si è occupata a suo tempo su queste pagine Raffaella Cassano.

Sorprende tanta raffinatezza nell’antica Ascoli. «Non desta meraviglia che reperti di tale raffinatezza e lusso provengano da una tomba del IV secolo a. C. di Ascoli Satriano. Lo dimostrano le tante scoperte archeologiche effettuate in città e nel territorio, in part icolare grazie alle ricerche sis tematiche in corso da anni. Il più celebre dei nuclei dell’abitato daunio è rappresentato dalla collina “del Serpente”, occupata almeno dal VI secolo a. C. e assurta al ruolo, tra V e IV sec., di “acropoli”, punto di riferimento per le comunità locali. Qui sono state individuate numerose tombe con ricchi corredi funerari, importanti residenze e un santuario con un’estesa pavimentazione realizzate con ciottoli di fiume».
La valle del Carapelle - soggiunge l’archeologo - era un antico asse naturale di collegamento tra la Campania e il Tavoliere ed era fertile territorio capace di garantire grande ricchezza alle aristocrazie locali; perciò ha facilitato anche la circolazione di manufatti e modelli culturali.

«Una fase particolar mente espansiva - aggiunge Volpe - è rappresentata proprio dal IV secolo, momento al quale si attribuisce la tomba dei marmi policromi. Le aristocrazie di Ascoli, al pari di quelle dei principali centri dauni come Arpi o Canosa, dimostrano di possedere non solo enormi risorse ma anche di aderire attivamente ai medesimi modelli culturali e ideologici, nel quadro di un avanzato processo di ellenizzazione».

Apollo II seoloLa vicenda di questi reperti si tinge anche di «giallo». «La vicenda dei marmi policromi di Ascoli è simile a quella di tanti altri reperti trafugati in Daunia e in Italia. Tra il 1976 e 1977 furono effettuati scavi clandestini da tombaroli locali. I 21 reperti, recuperati verosimilmente in una ricca tomba a camera, furono subito smembrati. Alcuni materiali vennero sequestrati dalla Guardia di Finanza. Altri pezzi, i più pregiati, il trapezophoros, il supporto di mensa con grifi, e il podanipter, il bacino rituale, furono venduti dai tombaroli a un noto mercante d’arte, Giacomo Medici. Alcune polaroid scattate al momento dello scavo clandestino, ritraggono i reperti, nel bagagliaio di un’auto, ancora sporchi di terra. Furono venduti insieme ad una statua di “Apollo con grifo”, proveniente dallo stesso territorio di Ascoli (forse da una villa romana) al Getty Museum negli Stati Uniti».

Il resto della storia lo conosciamo: dopo lunghe trattative condotte dal ministero per i Beni Culturali, a 22 anni dall’acquisto effettuato nel 1985, i reperti sono stati restituiti all’Italia dal museo americano il 1° agosto del 2007. I vasi sono di marmo di Paro e di Afrodisia, materiali che denotano una committenza importante . . . «Una committenza di altissimo livello non solo per ricchezza ma anche per cultura. Le indagini hanno confermato l’origine del marmo dall’isola greca di Paro per tutti i manufatti, ad eccezione dei “Grifi”, scolpiti in marmo di Afhrodisia di Caria (attuale Turchia). Confesso che quest’ultimo aspetto rappresenta un mistero nel mistero: come mai l’uso di due tipi di marmo diversi? Inoltre il marmo di Afrodisia è normalmente documentato per manufatti di cronologia più recente, di età tardo-ellenistica. Saranno necessari quindi ulteriori approfondimenti e ricerche».

Il dipinto nel «podanipter», il bacile rituale, rimanda a qualche pittore greco, o auna scuola? «La vasca presenta all’interno la scena del trasporto delle armi che Efesto ha forgiato per Achille su richiesta della madre Teti. È questo un episodio descritto nell’Iliade e reso celebre da Eschilo nelle Nereidi . Lo schema trova larga diffusione nella ceramica apula, a partire dai primi decenni del IV secolo, e richiama un momento cruciale nell’ideologia delle élites italiche: l’armamento del guerriero (nel momento della partenza) da parte di un personaggio femminile, identificabile spesso con la moglie. Delle tre figure si conserva solo quella della Nereide che reca lo scudo; le altre portavano rispettivamente l’elmo e la spada. Le pitture del podanipter ricordano quelle del sarcofago delle Amazzoni, probabilmente di origine tarantina, conservato presso il Museo archeologico di Firenze. Questo complesso di marmi conferma, con manufatti di raro lusso, la vera e propria passione per la policromia manifestata dalle aristocrazie daunie, come emerge anche dalle coeve pitture parietali e dalle vivaci ceramiche policrome di Arpi e Canosa».

Ora i marmi sono tornati. Ma Ascoli è pronta ad accoglierli come essi meritano? «Dopo il deposito temporaneo per questa mostra, si sottoscriverà a breve una convenzione tra ministero per i Beni e le Attività culturali, la Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici, il Comune di Ascoli Satriano, la Diocesi di Cerignola-Ascoli, la Regione Puglia, per la collocazione definitiva ad Ascoli. La mostra diventerà quindi permanente».

La città di Ascoli si è molto attivata in questi ultimi anni, conclude Volpe: con sistematicità si sono susseguiti scavi archeologici, ricognizioni, interventi di restauro, allestimenti museali e sistemazioni di parchi e aree archeologiche, con l’intervento della Soprintendenza e il coinvolgimento di missioni archeologiche universitarie italiane e straniere. In tal senso, la restituzione alla città di marmi policromi costituisce, senza dubbio, un forte incentivo ed anche - come ha sottolineato il direttore generale alle Antichità del MiBAC Stefano De Caro - un premio per questo impegno.



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