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Carlo Felice, sempre la solita musica
di Massimiliano Lussana
IL GIORNALE articolo di sabato 26 giugno 2010




Dopo aver contestato il sovrintendente Di Benedetto e il commissario Ferrazza, i sindacati del teatro dell’Opera si mettono di traverso al nuovo piano industriale. E stavolta c’è il rischio concreto di farlo chiudere per sempre
(...) il risultato non cambia. Prima, c’era un sovrintendente, Gennaro Di Benedetto, e veniva comodo prendersela con lui e con la sua gestione (dura, ma ottima, almeno fino a un certo punto e basata su un direttore del personale di livello assoluto come Massimo Demuru) delle relazioni sindacali. Poi, è toccato al commissario Giuseppe Ferrazza e, magari sono cambiati i pretesti, ma la storia è stata la stessa. Ora è arrivato un nuovo consiglio di amministrazione e sembra che si ricominci da capo.
Fra l’altro, in passato, avevo trovato incredibile che queste rivendicazioni, in confronto alle quali quelle dei lavoratori di Pomigliano che hanno votato no al referendum sono sacrosante, fossero appoggiate da settori del Pdl. Lo stesso Pdl che ieri ha approvato alla Camera un sacrosanto provvedimento sulle fondazioni liriche, con il genovese Roberto Cassinelli recordman assoluto delle votazioni.
Ma come si fa a contestare l’idea di «gestire il teatro come fosse un’azienda, introducendo orari di lavori più flessibili e, se necessario, tagliando l’organico»? E, ancora, come si può essere contro un piano in cui c’è scritto che occorre «rilanciare il teatro aumentandone la produttività»? Al limite, si può contestare che si tratta di enunciazioni troppo morbide, troppo vaghe, troppo banali, non certo troppo dure.
E invece, i sindacati del Carlo Felice sono già insorti al grido di «Non si gestisce la lirica come se fosse un’azienda!». Così come ha fatto giustamente notare sul Secolo anche un attento osservatore delle melodrammatiche vicende del teatro dell’Opera come Renato Tortarolo, è incredibile che i sindacati rivendichino le loro «regole», che al di là dei tecnicismi, significano il tentativo di co-gestione del teatro.
E proprio in queste frasi sta il male oscuro del Carlo Felice in particolare e degli enti lirici italiani in generale. È chiaro che non si possono considerare aziende che producono utili: la lirica e la cultura, per definizione, hanno un costo ed è difficile che il modello per giudicarne la qualità sia il bilancio in pareggio.
Allo stesso modo, però, non è possibile pensare che l’unico modo per giudicarne la qualità sia la loro improduttività. Mi spiego: se un teatro apre trecentocinquanta sere all’anno e un altro cinquanta sere all’anno, qualcuno dovrebbe spiegare perchè il secondo è migliore del primo, per definizione. Perchè lo dicono i sindacati? Perchè lo sostiene chi magari ha fatto sciopero nell’unico giorno dell’anno in cui lo sponsor Finmeccanica voleva donare un concerto ai suoi invitati? Perchè i sindacati non ammettono spifferi d’aria sul palco e sono pronti ad interrompere le rappresentazioni in tal caso? Ma su, siamo seri.
Il nuovo consiglio di amministrazione del Carlo Felice può contare su almeno tre eccellenze: il nostro Sergio Maifredi, Silvio Ferrari e Duccio Garrone, che ha detto senza mezzi termini che vuole ripulire i conti del teatro. Un teatro in cui - ricordarlo è sempre un utile esercizio di memoria - vendita dei biglietti e sponsor privati coprono solo il 12 per cento delle spese.
In tutta questa storia, il rischio reale è che Garrone sbatta la porta. Ma se sbatte la porta, crolla anche il colonnato davanti al teatro. E, stavolta, per sempre.



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