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Ecco perché svendono il Belpaese
Tsao Cevoli*
29 giu 2010 TERRA

Ecco perché svendono il Belpaese

Manca poco, molto poco, alla vendita dei nostri beni storici, culturali e paesaggistici. In qualunque Paese civile del mondo sarebbe una cosa inconcepibile. In Italia ci stiamo arrivando, in modo lento e strisciante. Tra breve, con il federalismo demaniale, un consistente numero di beni demaniali passerà dallo Stato a Comuni, Province e Regioni. Nell’elenco c’è di tutto: da Porta Portese, a San Pietro in Vincoli, al museo di Villa Giulia di Roma, alla piazza d’Armi a l’Aquila, al faro di Mattinata sul Gargano, alle Dolomiti, all’ex forte Sant’Erasmo a Venezia, beni storici, artistici, archeologici e paesaggistici.

Tutto questo passerà alle autonomie che dovranno “valorizzarli”, altrimenti alienarli per ridurre il debito. Il passaggio è chiaro: dal demanio, cioè dal patrimonio inalienabile dello Stato, agli enti locali, da questi ai privati. Così, insieme ai tagli agli istituti di ricerca ed agli enti culturali, attraverso la comunicazione si fa passare, lentamente, l’idea che la cultura - dall’archeologia, al teatro, al cinema, alla tutela del patrimonio culturale - è solo roba da fannulloni, quantomeno una spesa accessoria, se non uno spreco, che l’archeologia è sinonimo di “vecchiume”.

Basti pensare al sito istituzionale del Governo italiano, dove con l’espressione “siti archeologici” si indicano i vecchi siti web del Governo, quelli buttati via. Strana, paradossale, idea di archeologia per un Paese che vanta uno dei più cospicui patrimoni archeologici e culturali al mondo. Eppure siti archeologici, monumenti e musei italiani sono tutt’altro che un peso: portano al nostro Paese introiti molto rilevanti, sia direttamente che attraverso l’indotto. Introiti ai quali, con la privatizzazione della gestione di molte aree archeologiche e musei, lo Stato ha di fatto incomprensibilmente in parte rinunciato per lasciarli ai privati, spesso selezionati in modo non proprio trasparente. Agli stessi siti archeologici e musei che hanno prodotto quegli introiti, invece, non vengono dati fondi sufficienti neanche per tagliare le erbacce o comprare la carta igienica nei musei. Al taglio dei fondi si aggiunge l’elevato numero di pensionamenti in corso. Due fattori che, insieme, rischiano di portare alla paralisi amministrativa il sistema pubblico di tutela del patrimonio culturale e paesaggistico. Si provoca, in questo modo, un’emergenza che rende necessari interventi straordinari. Ecco, dunque, spianarsi la strada ai commissariamenti. E dove si interviene con i commissariamenti? Nelle aree archeologiche di Roma, a Pompei, agli Uffizi di Firenze. Ma se questi siti e musei che i dati ufficiali dello stesso ministero indicano in assoluto come i tre più visitati d’Italia, quelli con più introiti, sono in emergenza, allora quei tanti piccoli siti e musei che fanno poche decine o centinaia di visitatori all’anno, in che situazione sono? La vera emergenza sono le centinaia di siti, monumenti e musei che il disimpegno economico dello Stato ha condannato ad un inesorabile degrado. Ma qui è inutile commissariare: non fanno gola a nessuno. La verità, dunque, è che con il commissariamento si punta all’elite dei siti, dei monumenti, dei musei, a quelli dove gira denaro, molto denaro, per catturare i fondi europei, per gestire grandi appalti, per realizzare una privatizzazione “all’italiana”, sul modello Alitalia: i grandi siti e i grandi monumenti, i più appetibili, ai privati, e i beni culturali cosiddetti “minori”, quelli necessariamente in perdita dal punto di visto economico (ma anche tutte le spese di tutela, manutenzione, gestione, personale etc. dei siti “maggiori”), allo Stato, ma senza risorse. Lasciati allo sbando. Anche nel settore dei Beni Culturali si sta utilizzando, insomma, lo stesso meccanismo che si usa in altri settori, come nel caso dell’acqua, per privatizzare. I passaggi sono gli stessi: disinvestire, provocare l’emergenza, commissariare e, infine, privatizzare. Nel settore dei beni culturali si è già attuato il progressivo smantellamento del sistema pubblico di tutela, attraverso l’azzeramento dei fondi, il taglio delle risorse umane, il sempre più frequente esautoramento dei Soprintendenti a favore di Commissari, tecnici o pseudo tali, di pura nomina politica. Ora siamo all’ultima fase: la privatizzazione del nostro patrimonio storico, culturale e paesaggistico.i. L’occasione per quest’ultimo passaggio la fornisce, come detto all’inizio, il federalismo demaniale. Si affida alle regioni un patrimonio culturale che, tagliando loro i fondi, si è già certi che saranno costrette a vendere. Vendiamo o svendiamo, come merce, la nostra eredità culturale e la nostra identità di nazione. La nostra Costituzione tutela il Bene Culturale come un interesse del Paese, di tutta la collettività. Le scelte dissennate degli ultimi anni stanno tradendo questo messaggio, facendoci uscire dal novero dei paesi culturalmente avanzati. Bondi dovrebbe prenderne atto e decidere se farsi carico della sua funzione istituzionale e opporvisi o rassegnare le propri dimissioni da ministro per i Beni e le Attività Culturali.
* presidente Associazione nazionale Archeologi




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