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Veneto e federalismo demaniale
29 giu 2010 TERRA


Sembra di essere davanti ad una di quelle lotterie parrocchiali per raccogliere soldi per le missioni, dove la gente acquista il biglietto perché non può dir di no e poi scarta il “pacco”, appunto, sperando di cavarsela col minor danno possibile. Lo hanno chiamato “federalismo demaniale” ma col federalismo vero, quello che si conquista disperdendo il potere, non è neppure imparentato. Sotto sotto il concetto che sta alla base dell’operazione è sempre lo stesso: vendere (se non addirittura svendere) il patrimonio pubblico per far cassa sonante. Un concetto tutto capitalista, o anche marxista se preferite, secondo il quale lo Stato è padre e padrone di tutto quello che si trova dentro i suoi santi confini e ne dispone secondo criteri che alla fin fine son solo economici. Siamo distanti anni luce dall’idea di un governo non padrone ma gestore del suo patrimonio artistico e ambientale, che esercita il mandato attraverso le autonomie locali e la partecipazione dal basso dei cittadini. Oggi domina il mercato. Tutto si vende e tutto si compra: acqua, aria, lavoro, montagne e castelli. E lo chiamano “federalismo”. Ai Comuni altro non rimane da fare se non scartare i “pacchi” e sperare per il meglio. Dentro c’è un po’ di tutto. Per rimanere in laguna, troviamo: casse di colmata che hanno bisogno di vagonate di soldi di manutenzione, ma anche lo splendido ex monastero di Santa Croce alle Zattere e altre aree di gran pregio come l’Arsenale. A Venezia spetta la classica parte del leone: su 364 milioni di euro di beni demaniali stimati trasferibili a tutta la Provincia, al capoluogo lagunare ne spettano circa 160. Ma non pensate che sia un regalo! Il denominatore comune di tutti questi trasferimenti è uno solo: costi, costi e ancora costi. L’assessore al patrimonio di Venezia, Bruno Filippini, ha già messo le mani avanti: “Il Comune non ha soldi per acquistare e mettere in funzione tutti questi beni. Saremo costretti a fare una selezione” e sottolinea come il Governo italiano con una mano dia cinque per togliere dieci con l’altra mano. “Questa è l’ultima trovata per scaricare sui Comuni i problemi dello Stato centrale”. E questo sarebbe il federalismo! Ma facciamo attenzione: il decreto Tremonti non obbliga i Comuni a farsi carico dei beni demaniali dismessi. Le amministrazioni sono liberissimi di scartare il “pacco” o lasciarlo sui banchi. Ma che succederà in quest’ultimo caso? Prendiamo l’esempio dell’Arsenale. “L’arzanà de’ Viniziani” cantato da Dante, dove bolliva la tenace pece e dove è nato il concetto di fabbrica cinque secoli prima della rivoluzione industriale. Un’area grande pressappoco come un sesto dell’intera Venezia, oggi quasi tutta abbandonata al degrado. L’Arsenale potrebbe rivelarsi uno strumento di enorme efficacia per dare respiro alla Venezia reale, asfissiata dalla mancanza di spazi e pressata dalle alternative in terraferma. Ma il Comune ha le strutture e il denaro per farsene carico? “Il ministro Tremonti è stato chiaro – ha spiegato Filippini - nei prossimi due anni i trasferimenti ai Comuni saranno decurtati di quattro miliardi di euro. Il che significa che non avremo i soldi neppure per fare la metà dei restauri che servireb bero”. Che ne sarà allora dell’antico Arsenale dove gli artigiani della Serenissima varavano cocche e galee? Anche in questo caso il decreto è chiaro. Quello che non comprano i Comuni sarà battuto all’asta ai privati. Eccolo qua il futuro di questo bene pubblico: un enorme, lussuoso albergo con un outlet di gran marca. Proprio quello che ci mancava.



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