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Un patrimonio solo a progetto
Ornella Bellucci
Il Manifesto, mercoledì 30 giugno 2010

Silvia ha trent'anni. Lavora per una cooperativa di restauro di dipinti su tele, tavole e murali, in un medio atelier del genovese. Uno stanzone di 60 metri quadri in un ex edificio industriale foderato di armadi e scaffali con i solventi e, in mezzo, tavoli, cavalletti, plance. Pennelli, tavolozze, colori. Da cinque anni sta li, con l'ennesimo contratto a progetto. E assunta come restauratrice, prende 1100 euro al mese. «Ti accordi su un fisso e le giornale che salti te le scalano». Sono 22 giorni, per 6, 7 euro l'ora. Silvia sta lì, nel suo camice bianco, a prendersi cura di un pezzo del patrimonio artistico del paese. «Uso guanti e maschere con filtro al carbone attivo quando tratto i solventi. Alcuni servono come adesivi, altri come consolidanti, altri per le pulitore. E comunque, indosso sempre la maschera antipolvere e gli scarponi antinfortunistica». Non ricorda infortuni, tra lavoro in laboratorio e in cantiere. in cantiere sono in prevalenza donne, dai 22 ai 35 anni. Di base sono tre, ma possono arrivare a sei, sette. «È gente che gira l'Italia, a volte per mesi, altre per anni», facendo la spola tra musei, chiese ed edifici tutelati. Guadagnano poco più di lei, sempre con contratti a progetto, «ma dovrebbero essere inquadrate almeno come edili». Poi ci sono imprese che assumono: «A Torino, ad esempio, la Nicola fa veri contratti». Di che tipo? «Legno e sughero», dice. E grosse aziende del centro Italia: «Un'amica è stata assunta da una ditta di Spoleto». Con che qualifica? «Edile - risponde - Ma c'è anche qualcuno con il contratto studi professionali».
Contratti « legno e sughero».
Il sindacato di riferimento di buona parte dei restauratori italiani è quello del settore edile. In cinque anni Silvia l'ha contattato due volte, Era la Cisl, che aveva sotto casa. «Mi serviva solo qualche informazione sul contratto a progetto. Pensa - ride - mi hanno detto che sarebbe stato a vita...». Silvia si è diplomata nel 2001. Ha lavorato per laboratori privati, sempre con contratti a progetto. Ma non ha avuto il tempo di mettere insieme i due anni di lavoro che le avrebbero evitato l'esame. E tra i firmatari di uno dei due ricorsi con cui il comitato ‘La Ragione del Restauro’ chiede al Tar del Lazio l'annullamento del bando di selezione e la rimessione degli atti alla Corte costituzionale. «Trecento euro a testa per le spese, ma sono soldi investiti bene». Il 16 dicembre scorso c'è stata la prima udienza, che si è chiusa con l'accoglimento di 8 ricorsi, alcuni dei Cna e della Fillea Cgil. L'11 maggio si è aperta la discussione sul merito. Silvia, comunque, non rischia l'ammissione alla prova: «Ho conseguito il diploma di restauratore di dipinti su tela in una scuola regionale con corso triennale e per essere ammessa è sufficiente». Non pensa allo scarto tra le ore di formazione previste dal decreto 53/2009 (1200) e quelle svolte (1000 l'anno). Non pensa alla documentazione da produrre per dimostrare di aver lavorato, regolarmente, otto anni prima che entrasse in vigore. «Ma se io nel 2001 mi sono diplomata! E quei documenti sono richiesti a chi avuto incarichi diretti... La mia è una situazione a metà». A metà? «In Italia ci sono diverse scuole di restauro regionali, con corsi almeno biennali. Ce ne sono tre statali, con corsi quadriennali e pochi iscritti». Per accedervi, si deve superare un esame, a cui si presentano 300, 400 candidati l'anno. Poi ci sono le Accademie di belle arti, con corsi quadriennali. «Formano restauratori capaci, ma il ministero disconosce quel titolo per la qualifica diretta». In questo pezzo d'Europa funziona così. «In Francia invece, se hai studiato tre anni e per il titolo ne servono cinque, ti fanno frequentare i due che mancano», E il sindacato che fa? «Il sindacato - e qui Silvia parla della Cgil - cerca di espandere il più possibile la base. Parte dai lavoratori che sono più indietro di me, come titolo, come esperienza, per garantire loro almeno il titolo di collaboratore». Oggi a lavorare nel settore sono per lo più donne. «Se lavori da tanto e hai la documentazione in regola, dello sbarramento del 16 dicembre 2001 te ne freghi. Se hai cominciato a lavorare dopo o prima e non sei in regola si pongono i problemi. Per la mia generazione, che ha iniziato da dieci anni, sono lampanti. Ma lo sono di più per chi lavora da trent'anni, e solo dopo il 2001 per la Soprintendenza»
Corsa a ostacoli
Natalia Baccicchetto ha 31 anni. È tra i fondatori del comitato ‘La Ragione del Restauro’, nato a Firenze, lo scorso settembre. «Ci siamo incontrati nei blog. Siamo quelli che non si sono arresi di fronte ai no. Quelli che non hanno avuto risposte da chi doveva rappresentarli. Abbiamo trovato un avvocato, e la cosa sta andando avanti, I primi aderenti hanno firmato con noi il primo ricorso!». Quello di settembre, al presidente della Repubblica contro il decreto 53/2009 e atti correlati. Poi altri due, contro il bando di selezione: uno al Tar, a novembre, e l'altro al presidente della Repubblica, a gennaio. «I ricorsi al capo dello Stato sono stati due: uno degli studenti di scuole regionali e Accademie agli ultimi anni, che temono di non poter accedere alla prova, e l'altro di lavoratori che non erano riusciti a presentare ricorso al Tar».
Il comitato compatta restauratori che con la sanatoria Bondi rischiano il riconoscimento del titolo. «Perché abbiamo maturato i requisiti dopo il 2001, o perché, per com'è stata ristretta la fascia di lavori accreditabii, neppure ci arriviamo al 2001. Ad esempio, per come si è deciso di conteggiare i giorni lavorativi». Natalia si è diplomata nel 2001 all'istituto regionale di Botticino. Durante i corsi già lavorava, ma sono esperienze che non riesce a far valere, «Chi lavorava da prima, era sicuro di avere il titolo, perché all'inizio, per chi aveva seguito un corso triennale, si diceva sarebbe stato sufficiente certificare due soli anni di mestiere». Lì però già si ponevano i primi problemi. Torniamo, ad esempio, al conteggio delle ore lavorative. «In società i giorni vengono divisi tra soci. Se prendo un lavoro da sola, me ne vengono conteggiati, mettiamo, 100; se lo prendo con un altro, lo eseguo in meno tempo ma mi ritrovo con 50 giorni da dividere. C'è gente che ha sempre lavorato in società, e non riesce a mettere insieme le ore». E la situazione si complica per chi è dipendente: «Alcuni datori di lavoro non rilasciano le certificazioni. C'è gente che lavora da 30 anni e non riesce a recuperarle. Chi credeva di avere gli otto anni di lavoro, con lo sbarramento al 2001 non ce li ha più». Dal 1999 al 2001 Natalia ha restaurato con ritenuta d'acconto, dal 2001 e 2003 con contratti a progetto per una ditta bresciana. Sempre su opere su carta, sempre in laboratorio. NeI 2005 Natalia ha messo su la sua ditta, registrata alla Camera di commercio. Riceve incarichi autorizzati dalla Soprintendenza dei beni culturali. «Lavoro per lo più su beni tutelati, spesso di proprietà di enti locali», con partita iva. Essendo titolare di ditta, può chiedere le certificazioni agli enti, però «c'è chi ha la partita iva, e non è registrato come artigiano. Tanti lavorano con finti rapporti di indipendenza: il datore di lavoro ti costringe ad aprire la partita iva e magari non sei iscritto alla Camera di commercio.
Una tutela «pericolosa»
Natalia lavora su disegni, stampe e oggetti polimaterici. Sono beni mobili, li può portare in laboratorio e restaurarli li. Nel suo studio in affitto, nel trevigiano. «Si passa dalla verifica dello stato di conservazione delle opere, alla pulitura, alle integrazioni, al ritocco». La fattura più bassa che ha emesso è di 100 euro, la più alta di 16mila. L'anno scorso avrebbe anche potuto assumere qualcuno. «Ma c'è stata la sanatoria, e oggi non so nemmeno se mi viene riconosciuto il titolo». Natalia ha presentato domanda per sostenere la prova. «Per chi, come me, ha fatto una scuola triennale, il titolo dovrebbe essere sicuro», Farà valere il diploma e le esperienze lavorative maturate al 2001, «ma non arrivo a fare i giorni». E se per i diplomati in scuole triennali almeno il titolo di collaboratore è certo, a chi ha seguito corsi biennali viene negato. «Ci sono iscritti nel settore legno piuttosto che in edilizia, io sono finita in un settore per la trasformazione di materiali cartacei». In passato, quando si affidavano gli appalti, «anche le Soprintendenze potevano trovarsi in difficoltà, non avendo strumenti normativi utili a valutare le professionalità dei possibili affidatari». Dunque il riordino andava fatto «a partire delle situazioni che intanto si sono create». Ci sono restauratori che «dopo trent'anni di lavoro dipendente non hanno diritto al titolo perché non sono mai stati inquadrati col contratto giusto».



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