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Arcionello, una valle da salvare
Nicola Ciccoli
Il Manifesto, mercoled 25 agosto 2004



Qui linesorabile cemento armato della speculazione si distrasse un momento dalla sua marcia devastante, scordandosi poi chiss perch di tornare a finire lopera: cos rimasto il luogo-non luogo duna campagna rinselvatichita.

Con queste parole A. Ricci descrive la valle dellArcionello.

E proprio il rapporto fra rimozione e memoria sembra essere la vocazione di questo cuneo di verde che dalle pendici del monte della Palanzana arriva a lambire la cerchia delle mura medioevali della citt.

Doveva essere un luogo molto diverso da oggi quando fra il XIII ed il XV secolo la produzione del lino e della canapa poneva la citt allattenzione di tutta Italia per la qualit dei suoi prodotti; era qui che si concentravano molti orti, irrigati dalle acque dellUrcionio.

E seguendo il corso del fiume che tagliava in due tutto il centro urbano si sbuca in quella piana termale del Bulicame di dantesca memoria, dove la produzione di cordame da canapa continuata fino alla met del secolo scorso. Pochi ricordi si trovano ancora a Viterbo di questo passato. Poco.


In parte resta la vocazione agricola che oggi come allora caratterizza una parte di citt; cambiate completamente le coltivazioni (n la proibita canapa, n lantieconomico lino) e allontanati di molto dalle porte odierne della citt i luoghi di produzione. Minor memoria rimasta di unattivit industriale, oggi malinconicamente assente.


Lacqua che ha scavato questa valle stata sempre fonte di energia. Un punteggiare continuo di ruderi rimaneggiati mille volte lo testimonia ancora: cascatelle artificiali, arconi che sorreggono deviazioni di flusso, una torretta semisepolta da un recente sterro di riporto.
Era tutto un fiorire di mulini.

Nel 1600 anche una cartiera inizia la sua attivit; durer fino ai primi anni del 900. Tutto invisibile dalla strada ma esplorabile a patto di armarsi di scarpe buone e buona lena e sfidare il luogo comune che vuole il buio della forra regno incontrastato di sorci ed immondizie. E se ad un certo punto la spinta dellacqua si pu essere affievolita, o forse affievolito linteresse economico che attorno ad essa ruotava, lo zampillo rispuntato altrove, pi a monte, dove la gola si fa pi stretta e prende il nome di Fosso Luparo.

L nacque la prima centrale dellacqua, una cittadella di pietra oggi abbandonata, Machu Picchu nostrana, proprio dove nelle parole del Consiglio Comunale di inizio secolo pullulano due sorgenti di acqua limpida del complessivo volume di litri 10 al secondo.

Sorgenti oggi inaridite e visibili a qualche biker pi spericolato e ad un segreto afflusso di ventenni in cerca delle emozioni date dallo scalare le brevi ma ripidissime tagliate di roccia che quei dieci litri hanno, nei millenni, scavato. F

antasmatiche figure che possibile incontrare nei weekend fra sentieri non segnalati, con un materasso per attutire le cadute legato in spalla: bouldering.
Infine la pietra. Pietra peperina per lesattezza.

Grigia e compatta, di origine lavica come tutto qua attorno. Di cui son fatte le mura, il Palazzo Papale, le fontane e che rende i colori cos diversi dai gialli, rossi, ocra di tantaltre citt etrusche. Pietra morbida, facile da tagliare sempre che facile vi possa sembrare sedere su di uno sgabello con una gamba sola ed in equilibrio, armati di mazza e scalpello e avanzare passo passo. Ancora oggi allinterno della valle restano visibilissime pareti allapparenza lisce ma solcate da un disegno a lisca di pesce che le riga tutte e dice da dove son venuti i blocchi che hanno costruito fisicamente la citt. Chi lasci quei segni, cavatori anarchici e repubblicani, non doveva mancare di coraggio se pose un mazzo di rossi papaveri sulla pietra, dopo lomicidio Matteotti. La cava Anselmi, in uso fino a pochi anni fa, segna il passaggio fra la valle degli orti e quella di Fosso Luparo. E il torrente che lega da cima a fondo la valle.
Poi succede che il mito del progresso irrompa nella Storia. Di un filo esile dacqua sempre pi intorbidito dagli scarichi di una citt che ancora non ha fogne la modernit non sa che farsene. Taglia in due larea entro le mura, scavalcato dallardito Ponte Tremoli, inumidisce, puzza. Va bonificato senza indugi. Alla fine degli anni Venti il Fascismo vincente decide di sostituire tutto questo con una moderna arteria stradale che copra questa vergogna e che culmini in una piazza che celebrer la bellezza naturale del tramonto e quella virile del Partito. Ironia di una sorte maligna la piazza verr completata con un enorme riporto di terra costituito dalle macerie di una citt pesantemente segnata dai bombardamenti del 44.
Nascosto alla vista degli occhi il torrente, si finisce per nasconderlo anche alla coscienza ed alla memoria. La citt nel dopoguerra sembra fare il possibile per rimuovere le sue radici. Crescono gli abitanti, crescono le case e sembra di risentire le parole di A. Cederna Quarantanni di fallimenti urbanistici dominati dallequivoco crescita-progresso, da un radicato disprezzo del territorio, hanno fatto dellItalia il paese degli sprechi inverecondi. Nello sviluppo confuso che ne segue la valle dellArcionello resta, come detto, miracolosamente dimenticata. Abbandonata.
Un giorno pi recente, per, la natura selvatica cambia nome: degrado. Qualche amministratore nota uno squarcio nelle mappe, un triangolo dismesso. Nasce il Programma Integrato di Intervento della valle dellArcionello. E continuando nellequivoco si sceglie di recuperare questangolo di mondo pianificandoci un parcheggio, una strada di traffico veloce, quattro rotatorie e, motore delliniziativa, palazzine per 1500 abitanti, fin dentro il cuore della cava di pietra. Vale qui ricordare le parole dellurbanista Vezio de Lucia : Pi case si fanno, pi ce ne vogliono. Pur in stasi demografica lunico moltiplicatore di sviluppo sembra essere ancora ledilizia. Liter del progetto non per cos semplice. Dopo un decennio di tentennamenti, quando sembra ormai in dirittura darrivo, cozza, storia dellanno scorso, contro un sussulto di coscienza ambientalista nella citt. Un coordinamento spontaneo di associazioni presenta delle osservazioni che obbligano lAmministrazionea fermarsi. Tanti cittadini, guidati dallo scrittore Antonello Ricci, scendono fisicamente nella valle a riscoprire il valore storico e ambientale dellarea . Anche i bambini accorrono per scalare una delle cascate nascoste fra gli alberi e giocano a rincorrere un mostro che evoca Er Monnezza: supereroe dei rifiuti abbandonati. Le voci della coscienza della citt arrivano sulle pagine dei giornali: lo storico Cortonesi a ricordare lantica ricchezza ortiva della valle, larchitetto Simonetta Valtieri che dellarea dice non una zona degradata, un paesaggio culturale (in cui rientra la skyline delle mediocri palazzine anni 60, formidabile memento di una stagione che sembrava conclusa), l'ex-rettore dell'Orientale di Napoli, Nullo Minissi si chiede se una citt con tale passato voglia oggi sfigurarsi per un affarismo di corte vedute, docenti e tecnici della Facolt di Agraria parlano della particolari caratteristiche ambientali che questarea ha incredibilmente mantenuto. Il Coordinamento elabora un progetto di Parco che mette assieme fattorie sperimentali, orti urbani, museo del lavoro contadino, delle cave di pietra e delle acque . Prepara anche un disegno di legge regionale per vincolare larea a verde, firmata da tutti i capigruppo del centro sinistra. Tutto ignorato. Il Sindaco, snobbate le domande sui giornali e incurante della proposta di legge, replica di essere fermamente intenzionato a fare non uno ma due parchi. A condizione di poter realizzare il progetto di edilizia. Continua a coltivare lequivoco: parco o giardino pubblico? Luogo didentit collettiva o meta di passeggiate con il cane negli spazi residui fra i palazzi? LAmministrazione non chiarisce.
In un gioco di specchi inatteso, da vari angoli della citt si alzano gruppi di persone a segnalare che qua si vuol far passare una strada di scorrimento fra gli orti e le case, l si vuol sostituire un ex opificio, in area destinata a verde pubblico dal PRG, con un edificio di 100 alloggi e 15 negozi. A chi ha animato la protesta dellArcionello molti si rivolgono con la stessa richiesta: aiutateci a riscoprire e raccontare anche la storia del nostro quartiere. Lultimo incontro in unaltra valle dal nome suggestivo, valle del Paradosso; prima di diventare strada daccesso ad un parcheggio si permessa il lusso di ascoltare la recitazione di brani di Borges e Calvino, scrittori che questo nome avrebbero sicuramente amato.
Lappuntamento elettorale blocca tutto.
Ora le elezioni hanno riconfermato il sindaco uscente di AN, fermamente deciso a portare a termine il recupero. I motori delle ruspe sembrano pronti ad accendersi.
Esemplare, in proposito, la sorte della cartiera. Rimane esclusa dallintervento, singolare ansa nel perimetro del progetto, anche se a pochi metri da una delle cascate pi belle, ben visibile la deviazione che la riforniva dacqua. Seppur ridotta a rudere non doveva essere del tutto atterrata se nel PRG del 79 i suoi resti erano definiti di notevole interesse. Ma anche qui si vuole costruire e i proprietari chiedono di sostituirla con una palazzina di quattro piani, parlando di un edificio completamente demolito in tutte le sue parti. Altro apparso a chi nella valle dellArcionello sceso: una torretta alta due piani che sbuca da un riporto di terra recente. Un esposto nel novembre 2003 ha permesso di bloccare il rilascio della concessione ma non di sapere quando e come questa terra abbia sommerso i resti della cartiera. A Maggio, nel silenzio delle istituzioni, la concessione stata rilasciata. Il giorno dopo le elezioni compariva il cartello di inizio lavori. Sette appartamenti in una strettoia focale che di fatto interromperanno la continuit del parco.
Ci si pu chiedere se sia rimasto qualcosa in citt di questa straordinaria mobilitazione. Forse rester qualcosa nella memoria dei bambini che ricorderanno, adulti, di aver giocato in una valle che non c pi e scender una nuova amnesia la cui durata non possiamo prevedere. Forse prevarr la voglia di sapere, conoscersi. Difficile a dirsi.
Questa storia per ora non pu che chiudersi con le parole di un viterbese famoso, il sindaco di Roma Luigi Petroselli che davanti ai Fori Imperiali ricordava: Noi rischiamo di perdere in dieci, ventanni quello che non si riusciti a perdere per secoli.



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