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Venezia, la guerra di Bondi per fatto personale
IL SECOLO XIX 02/09/2010


In realtà l'assenza di Bondi è l'ennesima conferma di una guerra sotterranea, anche un po' ridicola, che il ministro ai Beni culturali ha dichiarato al presidente della Biennale, Paolo Baratta.

I due non si amano, tanto che Bondi l'anno scorso avrebbe volentieri posto mano alla riforma dello Statuto della Biennale per liberarsi anzitempo (il mandato scade a novembre 2011) di Baratta, considerato vicino al centrosinistra e troppo autonomo. Un mese fa, alla conferenza stampa della Mostra, Baratta precisò ragionevolmente: «L'invito è stato rivolto a tutte le autorità istituzionali. La risposta dipende dagli impegni dei ministri. Sarà benvenuto chiunque voglia venire». Ma Bondi non viene.
Dev'essere proprio una questione personale. L'anno scorso volò al Lido per una toccata e fuga, giusto il tempo di vedere "Baarìa". Una settimana fa ha disertato l'inaugurazione della Biennale Architettura. Adesso chissà. Per fortuna, in rappresentanza del governo, è salito il sottosegretario Gianni Letta, uomo duttile e non inviso agli artisti. Tuttavia l'assenza di Bondi continua a tenere banco. È come se avesse dichiarato guerra al mondo del cinema. Non si fa vedere a Cannes per via di "Draquila", dà ai cineasti degli «accattoni» d'intesa con Brunetta, non va al Quirinale nel giorno dei David di Donatello perché si sente maltrattato, temporeggia su Venezia 2010, magari temendo fischi e contestazioni.
Facile per Napolitano, a questo punto, occupare la scena. Nell'invitare il presidente, di cui è amico, Baratta ha compiuto una mossa mediaticamente geniale. Non era mai successo che un Capo dello Stato, sia pure in visita privata, inaugurasse la Mostra del cinema, si ricorda solo una presenza di Ciampi nel 2001. Il presidente, gran appassionato di cinema, s'è intrattenuto con i figli di Gassman, Jacopo, Paola e Alessandro, ha visitato la Biennale Architettura, assistito alla cerimonia d'apertura pilotata da Isabella Ragonese. Sempre applaudito, affettuosamente accolto. Tanto da far dire allo stesso Giro: «Per noi è una grande gratificazione».
E pensare che nel 2008 Bondi, da poco ministro, s'affacciò tre volte al Lido, la seconda per presenziare alla posa della prima pietra del nuovo Palazzo del cinema (brutta storia: se va bene sarà pronto nel 2013, con due anni di ritardo sulla data prevista). Poi qualcosa dev'essersi rotto nel rapporto con Baratta. Diversi, per carattere e stile, i due uomini; difficile la convivenza. Bondi vuole un uomo di fiducia alla guida della Biennale. Il nome è ancora da trovare, si parla dell'attuale presidente della Triennale, Davide Rampello. Ma è una parola liberarsi di Baratta, manager tosto e capace, tre volte ministro, già presidente della Biennale col primo governo Prodi, infine richiamato da Rutelli per sostituire Davide Croff, scelto da Urbani e inviso all'ex governatore Galan e all'ex sindaco Cacciari.
Le cose non sono cambiate con l'ultima tornata elettorale. Sia il sindaco Orsoni sia il governatore Zaia, l'uno di centrosinistra e l'altro di centrodestra, apprezzano il lavoro compiuto dal presidente della Biennale, a partire dal recupero di Ca' Giustinian e dalla riorganizzazione del prestigioso Archivio storico di arte contemporanea. Dunque Bondi dovrà attendere la scadenza del mandato, e non è detto che a furor di popolo i tre consiglieri veneziani (Comune, Provincia, Regione) alla fine non ripropongano Baratta.
Naturalmente, sarebbe sbagliato ridurre a meri motivi caratteriali, pure esistenti, il grande freddo tra Bondi e Baratta. La questione è politica, così la raccontano a via del Collegio Romano. Il ministero finanzia la Biennale, nelle sue diverse discipline, per circa 18 milioni di euro all'anno, ma poi fatica ad avere voce in capitolo nella gestione e nelle linee di indirizzo. Anche per questo Bondi scalpita e si nega.
michele anselmi



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