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Restituzioni. Australia: ridateci l’aborigeno
Paolo Fantauzzi
L’Espresso 9/9/2010

L'Australia chiede di nuovo scheletri e oggetti del suo antico popolo conservati nei musei italiani. Il premier ha dato il suo ok. Ma non è così facile

C’è una partita diplomatica che nella riservatezza più assoluta tiene col fiato sospeso i due principali musei etnografici nazionali: la battaglia delle ossa che il governo australiano ha ingaggiato sul territorio italiano. Secondo le credenze degli aborigeni, l'anima di un defunto è tormentata finché il suo corpo non riposa nella terra nativa e così, rosa dai sensi di colpa per la brutale politica coloniale del passato, negli ultimi anni Canberra sta mostrando particolare insistenza nel chiedere il rimpatrio dei resti umani che nell'Ottocento gli antropologi hanno portato in Occidente a fini di studio. Già il governo Prodi aveva subito le prime pressioni; ma a dare il via libera a quello che rischia di configurarsi come un pericoloso precedente è stato Silvio Berlusconi, che cedendo alle richieste dell’amico Kevin , il premier australiano Rudd, ha firmato a margine del G8 a L’Aquila un protocollo d'intesa per acconsentire alla restituzione. Nel mirino sono finiti una quarantina di reperti, otto conservati nel museo Pigorini di Roma e i restanti in quello di Storia naturale dell'Università di Firenze: utensili, monili e collane fatti con segmenti di ossa ma anche crani a coppa utilizzati per le libagioni e qualche scheletro. Oggetti per lo più pensati per uso quotidiano dai loro stessi artefici, che gli aborigeni intendono comunque seppellire. Il paradosso è che in alcuni casi non è neppure certa la provenienza, tanto che il Pigorini ha avviato degli studi di laboratorio su un teschio la cui calotta sembra lavorata con uno strumento troppo avanzato rispetto alle conoscenze tecnologiche degli aborigeni. Il vero problema, tuttavia, è che la legge italiana non permette l'alienazione del patrimonio statale e una restituzione richiederebbe una modifica. Ed è proprio in questo senso che sta lavorando la commissione mista insediata al ministero dei Beni culturali con il compito di individuare possibili soluzioni, anche di carattere normativo, come recita il decreto istitutivo firmato dal ministro Sandro Bondi. Per avere un'idea dell'autorevolezza del tavolo di confronto e della delicatezza del tema affrontato, basta dare un'occhiata ad alcuni dei suoi otto componenti: l'ambasciatore australiano, il consigliere diplomatico di Bondi, il capo dell'ufficio legislativo del Collegio romano, il direttore generale per i Beni archeologici. Per semplificare la questione e ovviare all'impossibilità di esaudire i desiderata australiani senza cambiare la legge, in un primo momento gli italiani avevano proposto una permuta. Ossa in cambio di altro materiale. Nient'altro che un mercanteggiamento, ma in grado almeno di aggirare l'ostacolo. Invece gli oggetti prospettati in cambio sono risultati talmente modesti (ne faceva parte perfino qualche dipinto, per di più recente) che gli italiani alla fine hanno rifiutato l'offerta. D'altronde l'ipotesi di un baratto non aveva entusiasmato la controparte australiana, che ritiene la riconsegna dei resti ancestrali una questione non negoziabile. Un'intransigenza alla quale si affianca una tela diplomatica avvolgente, fatta fra l'altro di convegni, ricevimenti e pranzi ufficiali per sensibilizzare i curatori dei musei interessati. Protagonista di questa complessa tessitura, l'ex ambasciatrice Amanda Vanstone (ha lasciato a luglio), che ha fatto della battaglia un punto fermo del suo mandato. Senza particolari sorprese, visto che la Vanstone era arrivata a Roma nel 2007 dopo aver ricoperto il ruolo di ministro per gli Affari indigeni. Nella visita al Pigorini effettuata per fare una ricognizione del materiale conservato, ricorda ad esempio chi era presente, la rappresentante del governo era addirittura più radicale della delegazione di aborigeni che la accompagnava, giunta apposta dall'Australia. Pur nella diversità di posizioni, nella comunità scientifica c'è irritazione e preoccupazione, perché la questione ha assunto contorni squisitamente politici e la riconsegna delle ossa sembra in realtà un diversivo di Canberra per distogliere l'attenzione dal vero problema: la restituzione delle terre ritenute sacre dai nativi, che molte comunità considerano la vera ragione del loro depauperamento spirituale. Gli studiosi hanno così deciso di rompere gli indugi, abbandonando la riservatezza e la prudenza adottate finora. A dare voce alla protesta, dopo un tam tam informale cresciuto nel tempo, sarà nelle prossime settimane un meeting organizzato dall'Associazione nazionale musei scientifici e dall'Associazione che raccoglie gli antropologi italiani per prendere apertamente posizione contro il progetto di restituzione. L'obiettivo è giungere alla stesura di un documento che, pur sottolineando unicamente l'importanza scientifica delle collezioni in questione, possa indurre il governo a tornare sui suoi passi. Con l'assunto di fondo che un conto è la restituzione della stele di Axum, utile a voltare per sempre una brutta pagina di storia patria, e un altro è ridare indietro reperti acquistati sul mercato antiquario europeo un secolo e mezzo fa. Riconsegnare i resti per farli seppellire significherebbe aprire la strada allo svuotamento dei musei antropologici, ammonisce Monica Zavattaro, responsabile della sezione di Etnologia del museo fiorentino: «Conserviamo una delle osteoteche più importanti d'Italia, al punto che vengono esperti e studenti da ogni parte d'Europa a esaminare i nostri reperti. Grazie alle tecniche biomolecolari di estrazione del Dna, inoltre, sarebbe possibile compiere ulteriori approfondimenti. Con tutto il rispetto per le culture native e la libertà di culto, assecondando una motivazione religiosa rischiamo di innescare un meccanismo che in futuro potrebbe giustificare ogni sorta di richiesta». «Per il tipo di pezzi di cui disponiamo al Pigorini, non subiremmo una perdita particolarmente depauperante», ammette il direttore Luigi La Rocca ma in effetti il pericolo è di innescare una reazione a catena». Ma come mai tanto accanimento dall'Australia? La campagna d'Italia va inquadrata in un'ottica internazionale che vede Canberra in conflitto con molti altri Paesi, europei e non. È dai primi anni Settanta, infatti, che gli aborigeni chiedono il riconoscimento dei torti e dei danni subiti, dal rapimento dei bambini indigeni da parte dei bianchi (secondo le stime oltre 100 mila tra il 1910 e il 1970, la cosiddetta stolen generation ) al trafugamento dei defunti nei cimiteri da parte degli studiosi occidentali. Le scuse ufficiali sono arrivate soltanto nel 2008. E negli ultimi anni la richiesta di rimpatriare le ossa è sembrato a molti la via più facile (e comoda) per chiudere un contenzioso ancora aperto, potenzialmente foriero di concessioni ben più dolorose. Buonismo nutrito da sensi di colpa, insomma, ma anche opportunismo. Perché farsi paladini all'estero del rimpatrio dei resti ancestrali può rappresentare uno strumento utile a continuare a coltivare progetti sensibili , anche se calpestano i diritti degli indigeni. Come quello di stoccare rifiuti nucleari nel Northern Territory in un'area abitata dai nativi, che dal 2005 tutti i governi portano avanti, a prescindere dal loro colore politico. La strategia di Canberra ha comunque funzionato, sebbene la risposta sia stata varia a seconda della rielaborazione del proprio passato coloniale. L'Inghilterra e più di recente la Francia sono giunte a modificare i loro ordinamenti (nel 2000 fu addirittura Tony Blair a sollecitare il rimpatrio), prevedendo una deroga all'inalienabilità dei beni culturali e artistici che risalgono a meno di mille anni fa. Scelta che ha spinto l'università di Oxford a introdurre una rigorosa politica che valuta caso per caso ogni istanza di riconsegna, in base all'unicità e al valore scientifico dei reperti. Anche Austria, Olanda, Svezia e Stati Uniti, pur senza giungere a tanto, alla fine si sono piegati alle rivendicazioni australiane. Dopo il pronunciamento di Berlusconi, per l'Italia sarà impossibile eludere la richiesta. Ma solo un'estrema attenzione alla modalità prescelta metterà il patrimonio nazionale al riparo da una nuova battaglia delle ossa.



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